“Il gas sta aumentando, il costo del cibo è salito e ora con il taglio dello Universal Credit dovrò per forza saltare di nuovo qualche pasto”. Il volto triste e preoccupato di Rebecca, una giovane madre londinese, fa il giro delle televisioni del Regno Unito rimbombando nelle orecchie di 5,8 milioni di britannici, per il 40% regolarmente occupati, che come lei dal 6 ottobre perderanno l’integrazione di 20 sterline (23 euro circa) alla settimana al sussidio dello Universal Credit, un ‘rinforzino’ con cui il governo Johnson aveva aiutato i meno abbienti a far fronte alla pandemia. Una somma non irrisoria, 80 sterline in meno al mese (1040 sterline all’anno), per quella fetta della popolazione che nei mesi scorsi a stento ha affrontato la crisi, e che per giunta dall’1 ottobre dovrà letteralmente fare i conti con l’innalzamento del 12% del limite massimo fissato per i prezzi dell’energia in seguito al quale le bollette medie di gas e elettricità arriveranno fino a 1277 sterline annue. Per non parlare dell’aumento del prezzo del cibo che ad agosto ha portato il tasso di inflazione a +3,2%, il balzo maggiore mai registrato.

“Boris Johnson mostrerà assenza dei più basilari livelli di umanità se permetterà che il taglio allo Universal Credit vada avanti”, ha attaccato Nicola Sturgeon dalla Scozia, dove la leader prevede che 60mila persone tra cui 20mila bambini potrebbero essere ridotti in povertà. “La perdita di oltre 1000 sterline l’anno sarà devastante per molte famiglie che dovranno letteralmente togliere il cibo di bocca ai propri figli, e ridurrà persone ai debiti e alla disperazione. I Tory questo lo sanno”, ha ribadito la Sturgeon nel corso della conferenza annuale del suo partito, lo Scottish National Party.

Gli scenari quantificati dai centri di ricerca britannici sono inquietanti: la Joseph Rowntree Foundation sostiene che in tutta la nazione il taglio colpirà più di una famiglia con bambini su tre, i dati del think tank Legatum Institute rivelano che 840mila persone tra cui 290mila bambini cadranno in povertà, e mentre secondo l’organizzazione Citizens Advice un terzo delle persone che ricevono Universal Credit finirà per contrarre debiti, modelli del governo predicono un aumento di senza tetto e banche del cibo.

Da Downing Street minimizzano: “Chi percepisce Universal Credit può compensare la cancellazione delle 20 sterline lavorando due ore in più la settimana – ha detto il ministro alle pensioni Therese Coffey. Di fatto Universal Credit non è solo un sussidio per i disoccupati ma anche un’integrazione al reddito da lavoro per chi percepisce il salario minimo. L’ammontare del sussidio diminuisce di 63 centesimi per ogni sterlina che viene guadagnata, e per chi – come Rebecca – guadagna tra i 9 e i 10 euro all’ora e per lavorare più ore deve pagare una baby sitter, i conti a fine mese restano in spareggio.

Il governo britannico sostiene che l’integrazione delle 20 sterline all’Universal Credit fosse programmata per essere “una misura temporanea per aiutare gli aventi diritto durante gli stadi più duri della pandemia, e così è stato”. Adesso la sfida è la ripresa economica e Boris Johnson intende cominciare a riassorbire i fondi di emergenza sborsati nell’ultimo anno e mezzo per via del Covid. Ma non senza opposizioni. A partire dall’ ex tory Ian Duncan Smith, il fautore dello Universal Credit, secondo cui il Tesoro britannico rischia di incappare nell’errore dell’austerità cercando di ridurre la spesa per la pandemia troppo in fretta: “Universal Credit permette alle persone di tornare al lavoro e contribuisce a livellare le disparità sociali – ha dichiarato Smith ai giornali – adesso il governo impone invece che la popolazione cominci a restituirgli i fondi del Covid, ma dovremmo considerarli come debiti di guerra“.

Johnson non è nuovo alle controversie sui sussidi ai meno abbienti. Nel pieno della pandemia è stato il calciatore Marcus Rashford a far fare al governo un’inversione di marcia dopo la criticata decisione di non estendere i buoni pasto scolastici al periodo delle vacanze, che ha innescato subito lo sdegno dell’opinione pubblica e la corsa di volontari a raccogliere e distribuire cibo nelle case dei bambini più bisognosi. Anche questa volta per bloccare il taglio delle 20 sterline i laburisti hanno dispiegato l’arma della mozione parlamentare, durante il voto di lunedì scorso ai Comuni mentre fuori da Westminster si levavano le proteste popolari. Con i conservatori forzati ad astenersi, la mozione ‘non vincolante’ dei Labour è passata con 253 voti favorevoli contro zero contrari, arenandosi però contro Johnson che ha deciso di andare avanti ugualmente con il taglio: “Sospendere la cancellazione delle 20 sterline è una manovra da 5-6 miliardi di sterline che dovremmo trovare alzando le tasse a tutti, penso invece che sia meglio aiutare chi riceve il sussidio a sviluppare maggiori competenze e trovare lavori meglio retribuiti“, ha detto il premier britannico .

Questa politica del governo Johnson è stata perseguita ad esempio con il cosiddetto Kickstart Scheme, un programma da 2 miliardi di sterline per facilitare l’impiego, a costo zero per le aziende britanniche, di giovani dai 16-24 anni, fruitori del Universal Credit, i cui salari vengono coperti direttamente dallo stato per sei mesi, 25 ore settimanali. Da gennaio ad oggi, secondo alcune stime ancora non ufficiali, il programma ha consentito di impiegare oltre 150.000 giovani in posti di lavoro temporaneo. Numeri che però ancora non allontano le nubi nere all’orizzonte se confrontati con i 538.000 giovani sotto i 25 anni che durante il lockdown hanno percepito Universal Credit e con un numero ancora imprecisato di lavoratori per cui ad ottobre finirà la cassa integrazione finanziata dal governo e potrebbero ritrovarsi di nuovo disoccupati.

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