È il 10191, anno in cui finalmente mi si estinguerà il mutuo. Tutto è cambiato per l’umanità eppure tutto è rimasto com’era: le grandi casate nobiliari hanno esteso i propri conflitti su scala interplanetaria, e i culti religiosi sono ancora pericolosamente sospesi tra elevazione dell’anima e partecipazione ambigua a lotte terrene per il potere. Nonostante il bene più prezioso di quest’epoca, la spezia melange, sia infatti una sostanza in grado di far trascendere la percezione del tempo alla mente umana, donandole la preveggenza, gli interessi che la sua raccolta genera sono tutt’altro che spirituali.

Il giovane Paul Atreides, osservatore privilegiato del conflitto, si trova dunque a preconizzare una sanguinosa guerra religiosa che sarà di fatto la sua linea d’ombra conradiana, ma è dilaniato dal sospetto che l’aura messianica che amici e nemici gli riconoscono possa essere soltanto il frutto della contingenza, e di manipolazioni antiche che precedono la sua nascita.

Sullo sfondo, una natura arida e feroce fa da arbitro imparziale alla vicenda, punendo i ritmi cadenzati e ripetitivi degli umani passi, determinandone i destini con la sua incomunicabilità, e soprattutto con gli attacchi ipoglicemici dei suoi giganteschi vermoni dentati.

Dune di Denis Villeneuve è una fedele trasposizione dell’epopea letteraria di Frank Herbert (della sua prima parte, almeno), che ha il pregio di avvalersi di una perfezione formale impensabile e per certi versi insperata, quando sul finire del secolo scorso furono tentati i primi approcci cinematografici. Della storia di questi tentativi si è detto e scritto molto: ad oggi chiunque abbia sentito parlare di ‘Dune’ sa che Alejandro Jodorowsky ne avrebbe fatto un bildungsroman simbolista, e che a David Lynch gli studios hanno rimaneggiato l’epica surrealista fino a fargli rinnegare la sua stessa creatura. Trentasette anni dopo, al cineasta canadese (Sicario, Arrival, Blade Runner 2049) viene messo in mano tutto l’occorrente per realizzare un giocattolone roboante: da un cast di prim’ordine, splendidamente fotografato (tra gli altri: Rebecca Ferguson, Javier Bardem, Charlotte Rampling, Oscar Isaac, Stellan Skarsgaard, Josh Brolin, Jason Momoa) a una colonna sonora ricca di pathos ed esotismi, firmata dallo stakanovista Hans Zimmer.

Al contrario dei suoi predecessori, Villeneuve vola basso sulle velleità interpretative e alto, altissimo sull’impianto visivo, mantiene asciutta la dialettica traspositiva e delimita il suo approccio autoriale a uno sguardo ambizioso ed elegante sulla narrazione. Il risultato è uno spettacolo che restituisce imprescindibilità alla sala cinematografica, ai suoi volumi e alle sue dimensioni, operazione notevole in un’era di trionfo della narrazione seriale televisiva. Lo sforzo di offrire eque opportunità di sfogo all’intrattenimento da una parte, e alla materia letteraria originale dall’altra viene ampiamente ripagato. I sottintesi di Herbert sui pericoli del fanatismo religioso e sulla corruttibilità dell’animo umano sono tutti lì per chi vuole vederli, ma non vengono forzati, probabilmente per non appesantire il racconto per immagini.

A voler trovare un difetto a tutti i costi, forse si sente la mancanza di un tocco ancora più visionario, psichedelico, per una storia che in fondo ruota attorno a una sostanza psicotropa. È buffo che la percezione dello spettatore risulti sì esaltata, ma nemmeno un po’ alterata rispetto allo spettacolo offerto. Così come è straniante il fatto che, in un periodo storico in cui è impossibile risultare neutrali, ci si trovi tutti neutralmente d’accordo all’uscita dal cinema. Ma appunto, qui si entra nel campo della più arbitraria soggettività.

Nel 2021 siamo abbastanza maturi per accettare il fatto che due medium diversi possono ispirarsi ma mai sovrapporsi in maniera completamente soddisfacente, ed è giusto così: se è davanti a una sorta di reductio che lo spettatore più esigente si ritrova, trattasi di reductio ad kolossal. Forse una delle migliori mai prodotte.

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