La storia di Mohamedou Ould Slahi, o Salahi come probabilmente sarebbe la grafia corretta, è stata raccontata da Hollywood nel film The Mauritanian con Jodie Foster nel ruolo dell’avvocatessa Nancy Hollander. Slahi era il detenuto numero 760 del carcere aperto degli Usa a Guantánamo Bay dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. È indicato anche come il carcerato che ha subito più torture. La sua detenzione è durata 14 anni, dal 2002 al 2016, e si è conclusa con un rilascio per mancanza di prove senza neppure un processo. Un giudice ne ordinò la remissione in libertà già nel marzo 2010, ma il governo Usa fece ricorso e rimase in carcere altri sei anni, finché la commissione incaricata dal presidente Barack Obama non ne suggerì definitivamente il rilascio. Di circa 800 detenuti della prigione speciale americana, solo due sono stati processati per terrorismo.

Sposato con una cittadina statunitense attivista dei diritti umani, e con un figlio, che vivono in Germania, Slahi oggi ha 51 anni e lavora come life coach in Mauritania, perché la Germania non intende riconoscergli il permesso di ricongiungimento familiare. Dal settembre 2020 ha presentato domanda ed il ministero degli Esteri ha dato parere positivo ad un visto di ingresso, ma questa volta è il dicastero degli Interni ad assumere ad ostacolo – contro cui Slahi sta procedendo – una condanna a sei mesi per truffa nella concessione di sussidi sociali che pur sospesa con la condizionale gli leva permanentemente il diritto di rientrare nel Paese. In effetti né i tedeschi, né gli americani, pur non avendo alcuna prova certa che mai avesse avuto neppure conoscenza del tragico e famigerato 9/11, sono pienamente convinti della sua innocenza. Fonti americane – come avevano già ricostruito a febbraio i giornalisti Florian Flade e Georg Mascolo per le emittenti tedesche Wdr e Ndr ed il quotidiano Süddeutsche Zeitung – avvisando che avrebbe potuto cercare di avere assistenza medica in Europa avevano sconsigliato ai tedeschi di accoglierlo, considerandolo sempre “uno dei cattivi”.

Slahi era giunto in Germania dalla Mauritania nel 1988 grazie ad una borsa di studio della Carl Duisberg Gesellschaft e qui, mentre studiava elettrotecnica all’università di Duisburg, aveva finito per simpatizzare coi Mujahiddin che combattevano con l’aiuto degli Usa il governo afghano di Mohammad Nadschibullah, appoggiato dall’Unione Sovietica. Nel 1991 frequentò i campi di addestramento dei Mujahiddin sostenuti dalla Cia, tra cui Al-Farouq gestito da islamisti della rete di Al-Qaeda. Suo cugino e cognato, Mahfouz Ould al-Walid, noto come “Abu Hafs al-Mauritani“, era uno dei consiglieri di Osama Bin-Laden.

Slahi ha sempre dichiarato che rientrato in Germania aveva rotto tutti i legami con Al-Qaeda, pur avendo ancora qualche contatto con islamisti. I servizi segreti americani sostennero però di avere intercettato una telefonata con cui il cognato gli avrebbe chiesto del denaro e che nel novembre 1999 Ramzi Binalshibh ed altri membri di Al-Qaeda avrebbero dormito nel suo appartamento di Duisburg e Slahi avrebbe consigliato loro di andare a combattere in Afghanistan. Nel 1999 aveva dovuto lasciare la Germania perché gli era scaduto il visto, emigrò in Canada per tornare quindi in Mauritania nel gennaio 2001.

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle gli americani lo ritennero il reclutatore di tre dei quattro piloti kamikaze di Al-Qaeda. Fu arrestato ed interrogato dalle forze di sicurezza locali, poi deportato dalla Cia in Giordania, detenuto per otto mesi, aviotrasportato in una base militare in Afghanistan ed in seguito recluso a Guantánamo Bay. Venne sottoposto a tutti i metodi di interrogatorio “esteso” oggi vietati, per piegarlo a confessare. Un guardiano gli gettò secchiate di acqua gelida ed in almeno due occasioni quasi lo fece morire per ipotermia, fu privato del sonno e del cibo, costretto a bere acqua salata fino a vomitare, percosso, chiuso ogni notte disteso ed ammanettato nudo in una cella fredda e sottoposto a luci stroboscopiche dolorose per gli occhi, ha dichiarato Slahi. Gli fu anche impedito di pregare, ha confermato uno dei suoi ex carcerieri.

Finché il direttore dello Special Project Team, un ex commissario di Chicago Richard Zuley, nel 2003 arrivò a fargli scorrere una lettera che simulava che il ministero degli Esteri statunitense avrebbe rinchiuso sua madre a Guantanamo per lasciarla stuprare dagli altri detenuti. Slahi, – ha ricostruito John Goetz per il programma Panorama messo in onda il 2 settembre, scritto con Lukas Augustin e StefanBuchen – ormai allo stremo cedette e confessò. L’improvvisa loquacità che scaturì insospettì però gli stessi americani che lo sottoposero all’esame della “macchina della verità” scoprendo che era quasi tutto falso. Una analista dello Spt, identificata come Sydney nel servizio del giornalista americano, ha dichiarato che i metodi di interrogatorio usati erano stati autorizzati personalmente dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e di aver ordinato alla stessa l’isolamento di Slahi, per spezzarne la capacità di ammaliatore. L’ex procuratore militare statunitense Stuart Couch ha dichiarato però alle telecamere che si trattò a tutti gli effetti di torture e che mai avrebbe pensato di avere più problemi per l’azione dello Stato americano che di un difensore. La ex analista Sydney ha sostenuto invece che in fondo non fu tutto per nulla, Slahi è stato detenuto per 14 anni; anche se non è stato abbastanza, per lei era colpevole ed avrebbe dovuto espiare con la morte.

Finora i membri dello Spt avevano rilasciato dichiarazioni solo in interrogatori interni, ma mai prima avevano parlato apertamente ai media di torture, sottolinea Goetz, che ha portato il Mauritano a parlare via video con i suoi ex carcerieri. Uno di loro, presentato come Mr. X, un passato anche in Iraq ed in Afghanistan, che a Cuba agiva solo incappucciato, gli ha dichiarato apertamente che quanto gli hanno fatto “era sbagliato, nulla del genere avrebbe dovuto accadere, abbiamo abbassato i nostri standard, non avremmo dovuto trattare nessuno così; devo vivere con la vergogna di quello che ho fatto, ma ne prendo le responsabilità anche se non ne sono orgoglioso”. Slahi ha commentato dopo al suo intervistatore “volevo vendetta, ma la migliore forma di vendetta per me è il perdono“. Con ciò peraltro forse dando corpo al convincimento della analista Sydney che è un manipolatore; la quale pur accettando di parlargli ha ripetuto di non essere convinta della sua innocenza.

La moglie di Slahi e suo figlio hanno potuto finora visitarlo in Mauritania ma non riescono ad immaginarsi di vivere lì, il Mauritano invece non è potuto tornare in Germania neppure per assistere al gala speciale della Berlinale in giugno quando è stato proiettato il film tratto dal suo Guantánamo Diary. Non è tedesco come Murat Kurnaz che la Germania dopo cinque anni a Guantánamo, anche se tergiversò per quattro trincerandosi dietro la sua doppia cittadinanza turca, per volontà di Angela Merkel si è ripresa nel 2006.

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