Si chiama Giuseppe Salvatore, è di Monza ma vive da molti anni a Siena dove gestisce un vivaio insieme a un amico. Laureato all’Università degli studi di Milano in Scienze biologiche. Segni particolari: senso dell’umorismo molto elevato. Quasi ogni giorno pubblica sulla sua bacheca di Facebook poesie bellissime e pensieri divertenti, spesso autoironici (stamattina ho già perso 300 calorie, brioche spatasciata sul pavimento).

Ha un’età indefinibile, che spazia dal primo vagito all’ultimo silenzio dell’universo: l’età dei poeti. Mi è capitato di leggere una sua poesia e poi un’altra e si è subito attivato l’effetto ciliegia: una tira l’altra. Anche Giuseppe si è messo a leggere le mie cose e ci siamo trovati simpatici. Mi sento sempre bene con gli uomini spiritosi, mi sento libero, e sentirsi liberi è quello che capita a interagire con Giuseppe, a leggere le sue battute o i suoi versi.

Non ci siamo ancora incontrati di persona ma è un dettaglio, non irrilevante, ma pur sempre un dettaglio. Quello che conta è che ci siamo comunicati la nostra essenza, ed è quello che dovrebbero tentare di fare tutte le persone senzienti e razionali-relazionali. Io e Giuseppe non siamo su Facebook per postare la foto della pizza che abbiamo digerito il giorno dopo, ma usiamo ogni mezzo per comunicare il nostro fine (e forse anche la nostra fine, prima o poi), e il nostro fine è mettersi in contatto con gli altri per trasmettere le nostre fragili verità mattutine, e per godere della gloria fuggevole di un like.

Capita però che qualcuno si appassioni ai nostri versi e ci spinga a pubblicare il famoso libro, a mettere nero su bianco (mi eccita sempre scrivere questa espressione!), inchiostro su carta (la cara e vecchia carta), a lasciare in eredità al mondo l’ennesimo libro di poesie che verrà letto, forse, da qualche amico intimo e amico-Facebook, dai parenti ancora in vita, e forse da una passante molti anni dopo, distratta da un titolo di un libro sopra una bancarella: Se quel giorno fosse oggi.

Bene, quel giorno è oggi. Vi ho parlato di un poeta vero, non sono d’accordo con il discorso di Alberto Moravia al funerale di Pier Paolo Pasolini, poeti ne nascono in un secolo e sono più di due o tre, solo che non abbiamo la possibilità di entrare in contatto con loro per mille motivi, alcuni si credono poeti e altri lo sono, qual è la differenza? Il gusto personale di ognuno di noi? No. La differenza è questa: quando leggi un poeta vero ti senti libero. E la libertà non è mai disgiunta dal senso dell’umorismo. In un libro di poesia vera non respiri mai quella cupezza lugubre che ti fa mancare l’aria, sfogliare un libro di poesie è come veleggiare verso un orizzonte netto, crudele come un enigma, invitante come un mistero.

Ed è quello che avverti quando prendi in mano il libro di Giuseppe e senti un alito di vento che ti accarezza il viso. Che non resti l’ennesimo libro di poesie ignorato, già preda di bancarelle smontabili, che qualcuno osi alzare uno sguardo senza invidia sul verso raggiante e dolente di Salvatore, che venga invitato a parlare della sua ispirazione, anche in trasmissioni come Domenica in… che importa? Perché non ci si occupa di poesia in tv? Perché? Vi trattano tutti come organismi vuoti, tubi digerenti, ve ne siete accorti? Nessuno vi stima e vi ama, tranne i poeti, i poeti parlano sempre al vostro cuore ribelle… come Giuseppe Salvatore.

Toh!
Che luminosa stella cadente!
Arrivata improvvisamente
è già scomparsa fin troppo velocemente.
Tutto è tornato blu cobalto, sordo di luce.
Peccato…
neanche il tempo di fare una foto.
Mi è rimasto solo l’entusiasmo nelle falangi
per descrivere quell’ astronomico ignoto:
insomma, vi assicuro, che scia…
“Una siderale meravigliosa aerografia”.
Avviso:
Solo l’ultimo verso è la poesia.

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