Vi ricordate Senti chi parla, il film della fine anni Ottanta interpretato da John Travolta e Kirstie Alley in cui la voce narrante era quella del piccolo Mickey, un bambino che raccontava dal suo punto di vista tutto quello che accadeva?

Ecco, fin da che quel film uscì nelle sale non ho più potuto fare a meno di pensare che cosa si celasse davvero dietro ai silenzi (di certo apparenti) di chi pensavamo troppo piccolo o inadatto alla parola. Quando sono nati Marco e Giovanni e mi ritrovavo a fare vocine strambe, un secondo dopo mi chiedevo cosa stessero pensando quei due dietro alle loro faccette da neonati (accidenti a te, Mickey!). Una sensazione simile la ho quando incrocio lo sguardo di un animale; sono certo che anche se alle nostre orecchie risuonano solo come dei bau o miao o simili, in realtà quei suoni siano discorsi ben più complessi e articolati, che dal loro osservatorio privilegiato i nostri amici a quattro zampe capiscano spesso, prima e meglio di noi, la vera natura delle cose.

Qualche settimana fa, su consiglio di un’amica, ho letto un piccolo e divertentissimo libro che ha messo nero su bianco le mie teorie; si intitola Il secondo principio di Archimede (di Federica Baratelli,) e descrive uno splendido ed estremamente ricco caleidoscopio delle personalità umane viste attraverso gli occhi di Bubu, una bella cagnolona che passa i pomeriggi nello studio da fisioterapista di Bianca, la sua padrona, con la quale condivide gli incontri con i pazienti, ma con la quale, invece, non condivide la stessa sensibilità per la comprensione dell’indole umana; in questo Bubu è molto più brava di Bianca.

Dallo studio di Bianca (e di Bubu) passano il paranoico uomo di mezza età con la mania del controllo, la nobile in declino con molti cognomi, poca empatia e una non sempre giustificata o giustificabile passione per le discipline naturali o supposte tali, l’esuberante madre di famiglia che quella famiglia (di cui a tratti è orgogliosa e da cui ad altri è oppressa) l’ha tirata su più o meno da sola e per questo coraggio le si perdonano anche improbabili strafalcioni linguistici e atteggiamenti che ad altri non verrebbero fatti passare lisci.

Fra gli appuntamenti del mercoledì (perché basta prendere un solo giorno per vedere alternarsi nello studio di Bianca e Bubu tutti i componenti del variopinto bouquet di personaggi che animano il libro) ci sono anche la paziente gentile con una distorsione alla caviglia i cui esiti continuano a protrarsi da un tempo impensabile in barba ad ogni statistica medica e la stimata luminare con un lungo curriculum, una notevole spocchia, una ossessione per le apparenze e una patologica taccagneria.

In ciascuno di essi, ma anche in Bianca e Bubu, il lettore riconosce una parte o tutto sé stesso o qualcuno che ha conosciuto personalmente e forse è proprio questo il bello del libro; attraverso gli occhi di quella cagnolona di mezza taglia riusciamo a vedere aspetti che non avevamo notato e, cosa non trascurabile, a riderne e sorridere di gusto.

Se vorrete leggere anche voi le avventure di Bianca e Bubu, preparatevi a una storia divertente che alla fine vi darà la piacevole sensazione di una limonata fresca in una afosa e noiosa giornata di mezza estate. Ah, piccolo spoiler, c’è anche un mini-thriller; chi sarà il colpevole delle Winston blu? Inutile dirvi che Bubu lo aveva capito molte pagine prima che finisse il libro!

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