Ragazzi, che emozioni queste Olimpiadi. Sarà anche il caso che ha voluto fossi da solo a Milano in questi giorni, sarà che le aspettavamo da cinque anni o sarà che abbiamo tutti voglia un po’ di sognare con qualcosa di bello come può essere lo sport, fatto sta che di queste Olimpiadi Tokyo 2020 ho visto quasi tutto.

Ho urlato da solo in salotto come se fossi stato sul campo di gara, mi sono emozionato, ho gioito con chi è arrivato a mettere al collo la medaglia e mi sono dispiaciuto per chi ha visto sfuggirgli dalle mani un sogno inseguito da tanto.

Poi mi sono fermato e ho cominciato a osservare un aspetto che, come ben capirete, mi sta parecchio a cuore. In un senso o nell’altro, protagonisti dietro le quinte di Tokyo 2020 sono stati anche i papà. Dichiaro senza vergogna di aver pianto senza ritegno nel vedere il padre di Gimbo Tamberi sciogliersi in lacrime liberatorie quando ha finalmente assistito al coronamento del sogno di quel figlio che ne aveva passate tante, in cui lui aveva creduto e cui è sempre stato accanto.

Mi sono emozionato come poche volte nel sentire Luigi Busà, prima e forse unica medaglia d’oro italiana del karate, dedicarla a suo padre perché, ha detto, “quando ai miei occhi ero un solo ragazzo ciccione, lui ha sempre creduto in me”. Ho sorriso di cuore quando Marcell Jacobs, dopo aver vinto i 100 metri ed essere entrato nella storia dell’atletica, alla domanda della giornalista: “Cosa dirai ai tuoi figli?” ha risposto “di fare i bravi, perché tanto anche se scappano li prendo”.

Lui – che di certo ha imparato sulla sua pelle la differenza fra un padre presente e uno lontano e che, per sua stessa ammissione ha raggiunto i risultati che ha ottenuto solo dopo aver deciso di provare a dare un senso a quel rapporto così importante, ma così sfilacciato e doloroso – per un attimo ha tolto i panni del campione iridato e ci ha regalato un momento di normalità, di vita familiare, di figli che fanno i bambini e di padri che fanno i genitori, anche se hanno al collo un oro olimpico.

Da ragazzo ho fatto sport a buon livello per tanti anni, giocavo a pallavolo, uno sport che mi ha insegnato a fare squadra, a misurarmi con i miei limiti e cercare di superarli accettando, se arrivava, anche la sconfitta. Pensavo che stare in campo e giocarsela in prima persona fosse la cosa più difficile. Molti anni dopo ho imparato che stare sugli spalti a vedere tuo figlio che impara le stesse cose, senza poter fare altro che tifare per lui e fargli capire che ci sei, è molto più difficile. Ma che gioia vederli arrivare a conquistare i loro traguardi.

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