Enaiatollah Akbari aveva dieci anni quando è fuggito da un villaggio in Afghanistan, nel distretto di Ghazi, per cercare una vita migliore lontano dai ricatti dei talebani. Ha abbandonato la madre per affidarsi ai trafficanti di uomini, ha attraversato il Pakistan e l’Iran. Poi la Turchia, dove ha viaggiato per tre giorni rinchiuso nel doppio fondo di un camion, schiacciato in mezzo metro con decine di altre persone. Arrivato in Grecia ha affrontato l’ultimo, pericoloso tratto via mare, approdando finalmente in Italia. La sua storia è stata raccontata dallo scrittore Fabio Geda nel romanzo Nel mare ci sono i coccodrilli, bestseller edito da Baldini+Castoldi che da noi ha venduto 600mila copie ed è stato tradotto in 30 Paesi. Ora Enaiatollah di anni ne ha 32, e dal 2008 vive a Torino. Ma non dimentica le sue origini, l’Afghanistan, la violenza dei fondamentalisti. Intervistato da ilfattoquotidiano.it, ha voluto raccontare cosa significano per lui i giorni in cui il suo Paese d’origine è ricaduto nelle mani dei guerriglieri islamisti.

Stai seguendo la situazione in Afghanistan?
Sì, sto seguendo tantissimo, continuo a rimanere aggiornato. Accendo la tv italiana, guardo la Bbc persiana, seguo al computer le dirette YouTube dei pochissimi attivisti che riescono a raccontare cosa sta succedendo là. E ricordo quello che ho vissuto io, sotto il regime talebano, e cosa è cambiato in questi anni in Afghanistan. Cerco di darmi forza e sperare, di aggrapparmi a qualcosa e dirmi che non è ancora finita.

In cosa si può ancora sperare? Il dominio dei Talebani non è totale?
Si, è totale. La loro avanzata è stata travolgente come a Risiko: circondi tutto con le tue mosse, isoli il nemico per poi annientarlo. La speranza a cui mi aggrappo sono le reazioni dei miei concittadini: le proteste che invadono le strade, come quella di Jalalabad, con i giovani che sventolano e innalzano la bandiera nazionale dell’Afghanistan. Loro sono veri eroi, molto più dei militari.

Jalalabad in queste ore è sotto gli occhi del mondo. Perché la protesta si è accesa proprio lì?
Jalalabad è una città multietnica, con una popolazione mista tra la maggioranza di etnia pashtun (la stessa a cui appartengono i talebani, ndr) e le minoranze. È una zona da sempre centro di scambi commerciali e culturali, prima con l’India e poi – da quando è divenuto indipendente – con il Pakistan. Hanno una consapevolezza del mondo diversa dalle piccole località rurali o montuose dell’entroterra. Per questo non ci stanno. Però non si stanno ribellando con le armi: stanno manifestando contro i talebani per metterli alla prova.

In che senso?
Vogliono capire le loro intenzioni rispetto allo Stato di diritto, come reagiscono di fronte alla comunità internazionale che li osserva. Nel loro governo precedente (dal 1996 al 2001, ndr) i talebani non hanno mai dovuto fare i conti con proteste pacifiche, non concepiscono l’idea di “ascoltare il popolo”. Quindi cos’hanno fatto? Hanno iniziato a sparare. Ma questa sollevazione è importante, perché ci ricorda che sono passati vent’anni dall’inizio della guerra. C’è una consapevolezza diversa.

Ci sono violenze anche verso chi non protesta?
A Herat, mi hanno riferito le persone con cui sono in contatto, tre talebani hanno picchiato a morte un ragazzo perché vestiva una maglietta a mezze maniche. Per delle braccia scoperte. Ed era un uomo: immagina quale può essere la situazione per le donne. Di violenze ce ne sono tantissime. Una ragazza youtuber, abbastanza conosciuta tra i giovani afghani, teneva dei concerti nei piccoli villaggi. All’arrivo dei talebani non ha voluto sottostare alle loro regole: “In questo momento non c’è un governo, quindi io sono libera”, ha detto. E loro l’hanno presa a frustate. Una ragazza di 19 anni.

Sono proprio i più giovani che provano a comunicare con tutto il mondo attraverso i social, per mostrare a tutti cosa sta succedendo.
Gli influencer, gli attivisti, i giovani afghani che riescono ad agire e raccontare sui social senza subire le ripercussioni dei talebani sono pochissimi, una minima parte rispetto a chi usava i social prima. Gli influencer rimasti vengono usati dai conquistatori per la loro propaganda. Sono costretti a lavorare per loro: vengono caricati sulle loro macchine e mandati in giro per le strade a riprendere la popolazione. Per far dire alle persone, davanti alla videocamera dello smartphone, che sono soddisfatti del nuovo regime.

E non si può contraddirli.
No, se si vuole vivere non si può. In alcuni video si riesce a notare che la gente dice che è contenta soltanto perché ha paura. Dietro la videocamera dell’influencer c’è sempre un talebano con il kalashnikov attento a quello che dici. Una frase sbagliata può costare la vita a te o alla tua famiglia. In altri casi chiamano i ragazzini a farsi un selfie con i soldati, davanti alla macchina dell’esercito, per postarle sui social. Questi ragazzini scattano il selfie sorridenti, ma appena abbassano lo smartphone scoppiano a piangere. È questa la realtà. La gente piange, per tristezza e per paura di quello che sta succedendo.

Sembra che la nuova generazione di afghani stia vivendo per la prima volta la violenza dei talebani sulla propria pelle.
È una generazione giovane, fiorita sotto le macerie della guerra. Mentre i talebani combattevano per riconquistare sempre più province, dall’altra parte della montagna tanti giovani hanno potuto frequentare le scuole. Una parte di popolazione che ha vissuto la pace, ha potuto studiare per la prima volta tante materie, formarsi dalle prime classi fino all’università. La tecnologia si è sviluppata, ora sappiamo come si vive nel resto del mondo. Ma non abbiamo mai dimenticato cos’erano i talebani: anche un ragazzo di 15 anni, nato a Kabul sotto il governo voluto dall’Occidente, sa benissimo cosa sono i talebani.

Erano conosciuti anche prima?
Certo, non sono mai spariti. Anzi, sono sempre stati presenti, con la propaganda e con le azioni terroristiche. I talebani erano infiltrati un po’ ovunque. Se non si sentivano abbastanza ascoltati, ecco che arrivavano gli attacchi kamikaze. Una volta hanno ucciso cinquecento persone in un colpo solo. Si sono spinti anche contaminare a l’acqua e il cibo delle mense scolastiche. Il terrore dei talebani è sempre esistito, ma non per questo la gente ha smesso di studiare.

In questi giorni però i nuovi padroni hanno promesso che rispetteranno il diritto all’istruzione, i diritti delle donne. Dicono di essere diversi da vent’anni fa.
Stanno facendo un bel gioco di parole per farsi riconoscere dalla comunità internazionale. Hanno assicurato sì, ma “nel rispetto della sharia”: vuol dire che puoi studiare, ma poi non puoi partecipare alla vita politica. Per esempio le donne non potranno entrare in Parlamento, non potranno diventare magistrate, non potranno testimoniare in giudizio. Secondo la legge che vogliono applicare loro, né le donne né chi appartiene a minoranze etniche o religiose potrà candidarsi a governare il Paese. Ora i talebani si vendono come moderati, ma non dobbiamo farci ingannare da queste apparenze. Studiare sì, ma poi se sei donna finisci dietro il fornello, qualunque percorso di studi tu abbia fatto.

Quale sarà il futuro dell’Afghanistan, secondo te?
Il regime talebano non guarda al futuro, ma al passato: dovremmo vivere secondo la sharia, cioè le regole seguite da Maometto un migliaio di anni fa. Persino una pietra battuta dal vento cambia, si deforma. Figurati se non cambiamo noi essere umani, con la nostra sensibilità e la nostra cultura. Anzi, l’umanità è andata avanti proprio con lo scambio di informazioni e culture diverse. Con i talebani non c’è progresso, non c’è speranza nel futuro, questo è ciò che mi fa più male.

L’Occidente ha fallito e ora si preoccupa dei flussi migratori. Come si aiuta davvero il tuo popolo, ora?
Io ho rischiato la vita attraversando le montagne in Turchia, per un mese, mangiando solo pomodori, dormendo di giorno e camminando di notte. I miei connazionali ora rischiano la vita aggrappandosi agli aerei. Cambia il tempo, cambiano le modalità, ma il desiderio di fuggire è lo stesso. Il flusso migratorio continuerà, ma sono convinto che la comunità internazionale possa governarlo in un solo modo: non riconoscendo lo Stato talebano. Voglio gridarlo: “Non bisogna riconoscere l’Emirato islamico”, perché facendolo si dà il via libera a seppellire tutti i diritti basilari. Io sono dell’idea che in un Paese civile non ci debbano essere armi in giro. E questo demonio si sconfigge in un solo modo: con la protesta.

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