Le tragiche notizie dall’Afghanistan sono solo le ultime in una serie che ormai da anni non portano altro che drammi per milioni di persone, distruzioni e soprattutto assenza di ogni soluzione reale e duratura a conflitti iniziati in questo nuovo millennio, che hanno reso il mondo sempre più insicuro e instabile e nel quale i supposti “buoni” sono al meglio inefficaci e velleitari e i “cattivi” sembrano più abili e convincenti.

Se possiamo essere stupiti della rapidità del ritorno dei Talebani a Kabul, della repentina caduta del governo, della non resistenza dell’esercito, in realtà pochi possono dirsi davvero sorpresi dell’epilogo di un conflitto che ormai da anni non si aveva neanche l’ambizione di vincere, che mancava di una reale strategia e continuava a raccontarsi in modo contraddittorio come una lotta contro i terroristi, ma anche come sforzo di “nation-building”, appoggiandosi ai signori della guerra sul primo punto e non si sa bene su cosa per il secondo. Vista cosi, la decisione del Presidente Joe Biden è comprensibile.

Molto meno comprensibile e accettabile, invece, è il disastroso errore di calcolo sulla effettiva capacità di resistenza dell’esercito, anche quella in fondo prevedibile, perché piantato in asso di botto, privato dagli appoggi logistici indispensabili all’organizzazione della resistenza e già ben poco motivato da un governo corrotto e diviso; oltre alla totale inesistenza di piani di evacuazione. Come già sottolineato da molti commentatori, c’è una parte molto importante di responsabilità degli americani e della Nato in questo tragico epilogo; ma c’è indubbiamente anche l’incapacità della classe politica afghana di mettere in piedi un di governo minimamente efficace in grado di contrastare i Talebani, non solo militarmente ma anche socialmente, nonostante i miliardi e gli sforzi spesi in questi 20 anni.

Personalmente, non credo che il problema sia che non si possa “esportare la democrazia” in senso stretto o che ci siano popoli refrattari in quanto tali a un’opera di “nation building”. In fondo, molta parte della cooperazione allo sviluppo migliore ha come obiettivo anche quello di aiutare a mettere in piedi istituzioni stabili e una partecipazione sana della società alle decisioni pubbliche, ovviamente tenendo conto dei differenti contesti culturali. Ma di certo non lo si può fare solo con la guerra o confidando in alleati corrotti e violenti. E invece, si è preferito contare nel corso degli anni su signori della guerra locali, alcuni con storie personali orribili, accentuando quindi le divisioni e le rivalità per accaparrarsi soldi facili, invece che aiutare la società civile afghana a risollevarsi, come denuncia Gabriella Gagliardo della Cisda.

E’ eloquente il dato veramente terribile dell’Unesco secondo il quale il tasso di alfabetismo per le donne è solo del 29% contro il 55% per gli uomini – dato comunque molto basso; oltre l’80% delle donne delle zone rurali sono analfabete, più di 4 milioni di bambini non vanno a scuola anche perché i continui attacchi hanno obbligato negli anni centinaia di scuole a chiudere. Proprio a causa di questa situazione già precaria prima del ritorno dei Talebani è oggi indispensabile che vengano preservati e salvati i risultati, pochi ma concreti, per migliaia di donne e uomini, che pure erano stati ottenuti in questi venti anni, in particolare nelle zone urbane.

La storia non può semplicemente finire abbandonando al loro destino gli afghani e le afghane, anche perché dubito che gli effetti del ritorno al potere dei Talebani rimangano entro i confini del loro paese. L’impatto della disastrosa ritirata degli Usa ma anche della Nato appare come una disfatta, che può rapidamente diventare anche di ciò che questi paesi rappresentano, che ci piaccia o no. Perciò occorre agire molto rapidamente e in coerenza con i valori che diciamo di rappresentare.

Ma come? Innanzitutto ascoltando, dopo non averlo fatto per anni, la voce della società civile, europea e afghana. Che chiede a gran voce l’evacuazione urgente, e prima che il regime si stabilizzi, delle persone – e sono moltissime, non solo poche decine come dice Salvini – a grave rischio di persecuzione ed eliminazione da parte del nuovo regime. È necessario che questa mobilitazione sia il più forte e il più determinata possibile e interessi anche le istituzioni europee, che magari non possono direttamente organizzare voli della salvezza, ma possono trovare risorse per appoggiare e coordinare azioni umanitarie, possono dare forza e visibilità a questa campagna e aumentare politicamente la pressione sulle cancellerie perché accettino di ricevere non solo poche centinaia, ma tutte le persone che devono essere al più presto salvate e magari anche oltre.

I primi segnali non sono incoraggianti: le procedure per l’asilo sono lunghe e laboriose per un cittadino afghano; e poco prima della caduta di Kabul, sei paesi della Ue hanno chiesto di non fermare le espulsioni degli afghani perché questo potrebbe dare un segnale sbagliato (l’Austria e l’Ungheria mantengono la loro posizione anche dopo la vittoria dei Talebani, mentre Germania, Belgio e Olanda hanno sospeso i rimpatri): insomma, la grande preoccupazione che si sta impadronendo delle cancellerie europee non è per gli effetti pericolosi della eventuale creazione di un nuovo porto sicuro per i jihadisti del mondo, ma è per una prospettata invasione di “milioni” di afghani in fuga, eventualità che ritengo per lo meno esagerata.

Il fatto che ci sia una forte reazione di solidarietà di tante associazioni e tanti cittadini e cittadine, ivi compresi i sindaci di molte città in giro per l’Europa, è importante anche per bilanciare la narrativa di una supposta, imminente invasione da parte della destra, sia essa al governo o no. Da questo punto di vista, la proposta fatta da vari governi europei di “sostenere” i paesi confinanti (Iran e Pakistan) nell’accoglienza dei profughi e di prendere contatto con i paesi di “transito”, tra i quali c’è la Turchia che già accoglie ben quattro milioni di rifugiati, non promette nulla di buono e apre la prospettiva di migliaia di persone ammassate ai confini in strutture provvisorie che potrebbero diventare definitive, finanziate con denaro europeo.

Anche per questo motivo, è bene sottolineare che non è certo né auspicabile né realistico avere come unica prospettiva quella di fare scappare il popolo afghano dal suo paese; si deve anche mantenere una fortissima pressione politica sui Talebani. Pressione che si deve esercitare anche sul loro più diretto alleato, il Pakistan, che continua a ricevere ogni anno miliardi di aiuti militari e altro dagli Stati Uniti.

Nella loro prima conferenza stampa tenuta ieri, i Talebani hanno affermato che le donne non saranno “vittime”, potranno lavorare, non dovranno portare il burqa e potranno avere un ruolo nella società “nell’ambito della sharia”: non è chiaro che cosa questo significhi, ma può essere un segno della volontà di almeno una parte di loro di non volere ridiventare i paria della comunità internazionale. Purtroppo per ora, pur se pare che le scuole femminili continuino a funzionare, in molte parti del paese vengono riportate notizie di violenze, i burqa vanno di nuovo a ruba, in alcune università si è detto alle donne di non tornare a lavorare e si stanno facendo liste delle persone che hanno collaborato con gli Usa e la Nato. Come ci dicono le numerose attiviste e attivisti che oggi rischiano la vita solo per il fatto di esistere, non c’è assolutamente da fidarsi, anche perché i Talebani non sono un movimento unito, ma una galassia complessa e divisa.

Nelle prossime settimane si giocherà molto non solo per la vita di milioni di afghani e afghane. Ma anche per la residua e declinante credibilità delle democrazie occidentali di difendere quello che tutti i giorni rivendicano essere i loro valori e priorità. Starà anche alla mobilitazione di tutti/e noi assicurarsi che almeno sull’accoglienza delle persone in fuga e sulla pressione costante sui Talebani i nostri governi e la Ue siano più efficaci e sinceri di quello che sono riusciti ad essere finora.

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