di Pietro Francesco Maria De Sarlo

Anche quest’anno ai primi di luglio e nella indifferenza generale l’Agenzia per Coesione ha reso pubblici i dati dei Conti Pubblici Territoriali certificando per l’ennesima volta la discriminazione nella distribuzione delle risorse pubbliche tra le regioni.

Si tratta della ripartizione di più di mille miliardi annui di spesa pubblica e che riguardano: politiche sociali (37,81% del totale), sanità (11,46%), opere pubbliche e attività produttive (9,58%), mobilità (4,05%), reti infrastrutturali (9,6%), amministrazione generale (10,08%), servizi generali (7,06%), cultura e conoscenza (7,06%), acqua (1,02%) e ambiente (1,46%). Tutte queste spese vengono suddivise indicando la spesa media per abitante di ogni regione (vedi tabella). La spesa pubblica maggiore è al centro con 20.247 euro pro-capite, seguito a ruota dal Nord Ovest con 19.291 euro e dal Nord Est con 18.167. Un vero e proprio crollo di spesa pubblica c’è invece al Sud con 14.327 euro e nelle Isole con 15.310 euro pro capite.

Ma cosa giustifica una spesa pubblica così diversa da regione e regione? Perché c’è una differenza di più di 4.000 euro pro capite in meno al Sud rispetto al Nord Ovest per esempio o di 5.000 rispetto al Centro e di 3.000 rispetto al Nord Est? Cosa può giustificare che in Campania per le politiche sociali si spendono meno di 4.900 euro pro capite mentre in Lombardia se ne spendono quasi 6.900?

Ognuna di queste voci segue un criterio diverso di ripartizione e spesso in contraddizione tra una voce e l’altra. Ad esempio le spese per sanità hanno una base distributiva legata alla anzianità della popolazione, per contro le spese per le politiche sociali non tengono in conto, ad esempio, della necessità di asili nido dove ci sono più bambini. Sempre per la sanità non si tiene in alcun conto l’accessibilità alle strutture di cura che in zone dove le infrastrutture sono assenti spesso diventa complicata. In altri termini credo ci sia una base negoziale molto forte per la distribuzione delle risorse tra le regioni e poco trasparente.

Fatto è che, solo negli ultimi dieci anni, se il Sud avesse avuto le stesse spese pubbliche pro capite della Lombardia avrebbe avuto 778.891 milioni in più e le Isole 287.332 milioni in più. Se si pensa che il Pnrr su cui si sono scatenati tutti gli appetiti di Confindustria, tanto da far nascere il governo Draghi, cuba 209 miliardi ci si può rendere conto di quale sia la situazione discriminatoria nei confronti dei territori meridionali e delle isole nella distribuzione della spesa pubblica che, solo nel 2018 e 2019 a spese medie della Lombardia, avrebbero ricevuto 207 miliardi in più .

A giustificare il sacco del Sud molti adducono la maggiore produzione di reddito del Nord. Ma questo principio cozza con gli artt. 3 e 53 della nostra Costituzione che prevede oltre alla parità dei doveri anche quella dei diritti e la progressività impositiva. Né potrebbe essere diversamente in uno Stato unitario.
In ogni caso, incrociando i dati dei Cpt con quelli del Pil regionale si vede che la percentuale di imposte pagate sul Pil è curiosamente uguale in Veneto e in Basilicata, pure essendo in presenza di un reddito di 33mila euro annuo pro capite in Veneto e 23mila in Basilicata e la incidenza minore si ha in Val D’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano, che sono quelle che ricevono più di tutte in termini di spesa pro capite.

Questo al lordo di stime, sempre discutibili, sulla evasione fiscale divisa per regione e sulla elusione di chi paga le imposte in Olanda, anche questa divisa per regione. Quindi se vi chiedete che fine abbia fatto la tanto strombazzata autonomia differenziata nella lettura di questi numeri c’è qualche indizio.

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