di Marta Moroni e Cristiano Vezzoni (fonte: www.lavoce.info)

Sono il 5 per cento le persone che dichiarano di non essere assolutamente disponibili a essere vaccinate. E il dato scende via via che la campagna vaccinale procede. Se sui media c’è una sovraesposizione delle posizioni no vax, è dovuta a superficialità

No vax in Italia

Quanti sono i “no vax” in Italia? Recentemente La Repubblica ha titolato “No vax due italiani su dieci” (Ilvo Diamanti, Il virus dell’antipolitica che combatte la scienza, No vax due italiani su 10). Quanto è fondata una tale affermazione? Leggendo l’articolo sembra che si definiscano “no vax” gli intervistati che si sono dichiarati contrari all’obbligatorietà del vaccino, il 20 per cento appunto.

I dati raccolti nell’ambito della ricerca ResPOnsE Covid-19* del Laboratorio Sps Trend dell’Università degli Studi di Milano, su un campione di italiani che riproduce complessivamente le quote di popolazione per genere e luogo di residenza, raccontano una storia piuttosto diversa. La percentuale di nettamente contrari alla vaccinazione è inferiore a quanto ipotizzato nell’articolo di Repubblica e anche il numero degli scettici si è significativamente ridotto negli ultimi sei mesi, da dicembre a oggi.

Disponibilità a essere vaccinati

A dicembre 2020, il 12 per cento dichiarava di non essere per niente disponibile a essere vaccinato. La percentuale è scesa al 5 per cento nel periodo marzo-giugno 2021. Negli stessi mesi, anche gli scettici (poco disponibili alla vaccinazione) si sono più che dimezzati, passando dal 18 all’8 per cento.

Crescono invece le persone favorevoli alla vaccinazione, definite come quelle già vaccinate e quelle molto o abbastanza disponibili a esserlo. La percentuale sale dal 61 per cento di dicembre all’82 per cento del periodo marzo-giugno.

È un primo chiaro segnale del fatto che gli effetti della campagna vaccinale non sono solo di carattere medico-epidemiologico, ma influenzano anche le opinioni dei cittadini italiani che si dimostrano via via più favorevoli alla vaccinazione. Diciamo che il successo della campagna vaccinale crea le condizioni per la diffusione della fiducia verso i vaccini.

La stessa attitudine si riscontra anche osservando l’andamento giornaliero delle opinioni nel periodo da marzo a giugno. I favorevoli crescono leggermente lungo tutto il periodo, fino ad arrivare all’85 per cento di metà giugno (figura 2). Gli scettici (poco disponibili a vaccinarsi) diminuiscono proporzionalmente da poco meno del 10 per cento a circa il 6 per cento (figura 3, linea arancione). Più impermeabile sembra essere lo zoccolo duro di chi non è per niente disponibile alla vaccinazione (linea rossa). Sono questi i “no-vax”? In realtà, nemmeno loro possono essere etichettati con certezza come tali, perché questa fetta minoritaria e residuale della popolazione (circa il 5 per cento) non è omogenea al suo interno.

Sia tra gli scettici che tra i completamente indisponibili alla vaccinazione, i contrari ai vaccini per principio sono solo una piccola quota che a dicembre viaggiava intorno al 6 per cento della popolazione. Oggi siamo circa al 3 per cento.

La maggior parte degli scettici è invece preoccupata degli effetti collaterali dei vaccini, un atteggiamento comprensibile di fronte a un nuovo trattamento preventivo per una malattia fino a poco fa sconosciuta. Una preoccupazione che però può essere contrastata sia con la corretta informazione che con gli oggettivi risultati positivi della campagna di vaccinazione.

Per convincersi ulteriormente di quanto sia sbagliato parlare in modo sbrigativo di “no vax”, si può poi considerare come scettici e contrari alla vaccinazione si comporterebbero nell’ipotesi che il vaccino fosse reso obbligatorio. In questo caso, solo una minoranza di loro lo rifiuterebbe. Sul totale della popolazione adulta, stiamo parlando di una stima inferiore al 6 per cento.

Opinioni sull’obbligatorietà vaccinale

La discrepanza tra i nostri risultati e quelli presentati da Repubblica deriva quindi da una diversa definizione della categoria “no vax”. L’articolo del quotidiano privilegia l’indicatore relativo all’opinione sull’obbligatorietà della vaccinazione. Tuttavia, questa misura presa da sola risulta particolarmente problematica per classificare una persona come “no vax”. Come si vede bene in figura 4, i contrari all’obbligatorietà non si trovano infatti solo tra chi è indisponibile a essere vaccinato. Addirittura, tra chi è molto disponibile a essere vaccinato o ha già ricevuto il vaccino, poco meno del 10 per cento è contrario all’obbligatorietà della vaccinazione (prime due colonne a sinistra in figura 4).

Ritenere che la vaccinazione non debba essere obbligatoria non coincide dunque con l’essere contrari ai vaccini per principio e rifiutarsi di essere vaccinati. La posizione sulla obbligatorietà del vaccino è più articolata e meno prevedibile di quello che si possa credere.

Verosimilmente la ragione della variabilità è da attribuire al fatto che la preferenza a favore o contro l’obbligo deriva dal bilanciamento di due aspetti tra loro potenzialmente in contrasto: da un lato, la salvaguardia della salute pubblica attraverso la massimizzazione del numero di vaccinati; dall’altro, la difesa dell’autodeterminazione e della libertà di rifiutare una cura, secondo il principio del consenso informato, per il quale un trattamento, anche preventivo, può essere somministrato solo se la persona che lo deve ricevere è stata adeguatamente informata e in modo libero decide di riceverlo.

In breve, considerare l’opinione sull’obbligatorietà della vaccinazione quale indicatore degli atteggiamenti generali verso i vaccini non è una buona idea.

No vax e informazione

Vorremmo aggiungere una considerazione che non abbiamo potuto suffragare coi dati, ma che è palese a chiunque sia spettatore di telegiornali e talk show o lettore di giornali: l’attenzione che le posizioni anti-vaccini ricevono nel dibattito pubblico risulta più che proporzionale rispetto alla loro diffusione nella popolazione.

Per spiegare la sproporzione, c’è chi sostiene che i “no vax” rappresentano una minoranza rumorosa, che fa sentire la propria voce più della maggioranza silenziosa favorevole alla vaccinazione. È verosimile. Ma si può anche avanzare il dubbio che parte della sovraesposizione della posizione “no vax”, etichetta spesso invocata con leggerezza, discenda da certe scelte editoriali che prediligono il rumore all’analisi.

* Il progetto ResPOnsE Covid-19 è stato ideato nell’ambito del programma “Dipartimenti di eccellenza 2018-2022” promosso dal ministero dell’Università e della Ricerca ed è sostenuto da un finanziamento della Fondazione Cariplo. Resta inteso che tutto quanto esposto in questo articolo è sola responsabilità degli autori.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

La Repubblica tradita

di Giovanni Valentini 12€ Acquista
Articolo Precedente

Covid, sui vaccini agli under 15 il Regno Unito ci dà ragione: serve un approccio precauzionale

next
Articolo Successivo

Covid, il fallimento della comunicazione è stato uno dei nostri più tragici errori

next