Quel bambino di sei anni appeso tra la vita e la morte, colpito insieme allo zio durante un regolamento di conti a San Severo di Foggia, dovrebbe far sussultare Governo e Parlamento che stanno lavorando alla riforma della Giustizia.

Quanti sono oggi i minori nelle stesse condizioni di questo bambino in Italia? Quanti sono cioè i minori che stanno crescendo in una famiglia mafiosa, che ne stanno assorbendo giorno dopo giorno i codici culturali, i modelli comportamentali, gli obiettivi esistenziali? Quante sono oggi le donne, spesso giovanissime mogli e madri, che preoccupate per il proprio futuro e per quello dei propri figli vorrebbero trovare la mano tesa dello Stato per “saltare il fosso”, cambiando vita?

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata su una Costituzione antifascista che attribuisce alla legge una missione generale: la missione di emancipare tutti e ciascuno dalla paura e dal bisogno. La legge in Italia è coerente alla Costituzione in quanto, a seconda dei campi cui si applica, sviluppa e realizza questa missione, altrimenti no.

Nel nostro Paese sono ancora troppe le persone che vivono in quella paura così agghiacciante e specifica che è quella prodotta dalla intimidazione mafiosa, una paura che ha da sempre la capacità di condizionare non soltanto i comportamenti quotidiani, ma le stesse abitudini e ancora più profondamente le aspettative di vita. Una paura che si fa modo di stare al mondo e che appare ineludibile, immutabile. Noi sappiamo che non è così. Noi sappiamo che ogni prodotto umano, anche quello più pregnante e resistente, può essere sciolto e superato con una altrettanto pregnante e perseverante azione di chi ha compiti pubblici e non soltanto.

E’ stato questo il senso più alto della ribellione dei palermitani dopo le stragi del ’92: quelle lenzuola bianche appese ai balconi erano il segno di una società civile (“civile” perché opposta a quella “incivile” dei mafiosi e dei loro alleati) fatta di insegnanti, di imprenditori, di giovani che reclamavano un altro modo di stare al mondo. E’ giustizia che lo Stato apra una “porta” attraverso la quale consentire a minori e familiari di cambiare vita.

Alcuni strumenti esistono già, certo, ma il quadro complessivo non è soddisfacente. Esiste per esempio in giurisprudenza la possibilità di far decadere la potestà genitoriale sui minori, quando i genitori siano concretamente portatori di quella cultura mafiosa che non lascia scampo: il Tribunale di Reggio Calabria ha fatto scuola su questo piano ed ora altri tribunali, come quello di Palermo, si muovono sulla stessa strada. Esiste la normativa che tutela attraverso speciali programmi di protezione chi offra ai magistrati informazioni qualificate su organizzazioni criminali e questi programmi arrivano fino al cambio di generalità e all’inserimento in un nuovo contesto sociale.

Ma da un lato servono norme quadro e risorse più adeguate per sostenere la transizione dei minori dalle famiglie mafiose alle nuove: non basta evidentemente utilizzare lo strumento della decadenza della potestà genitoriale, questo è soltanto il “pulsante” d’emergenza che innesca il processo di trasformazione, che è un processo lungo, complicato, incerto nell’esito.

Dall’altro non bastano le norme relative allo speciale programma di protezione, perché va in qualche modo superato il perno attorno a cui tutte queste norme girano, quando si verifichi in concreto che quel perno è inapplicabile e cioè il conferimento di informazioni qualificate legate alle attività criminali della famiglia dalla quale si intende fuggire.

E’ difficile, ma non è impossibile. Forse tra le “condizioni” che l’Unione Europea ha posto all’Italia sul tema Giustizia non ci sono queste questioni, ma Governo e Parlamento dovrebbero sentire il bisogno di affrontarle a prescindere, perché in Italia non ci sarà mai Giustizia senza la sconfitta delle mafie. E questo può sfuggire a Bruxelles, ma non deve sfuggire a Roma.

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