Il problema delle fotografie è che raccontano soltanto una parte della verità. Catturano un preciso istante e poi pretendono di dilatarlo, di eternarlo, di farlo uscire dal tempo. Per questo rischiano di diventare vecchie improvvisamente. Nella vita quotidiana. Ma soprattutto nel calcio. Perché quello che sembra essere il gol della vittoria più straordinaria può trasformarsi nella beffa più straziante nell’arco di una frazione di secondo. Eppure ci sono delle immagini capaci di afferrare l’eterno. E di amplificarne il valore simbolico. Scatti che diventano icone, minimo comun denominatore di una comunità, che sono capaci di raccontare un evento meglio di qualsiasi pioggia di parole. Sono istantanee che tramandano il racconto epico di un’impresa o lo stordimento per una sconfitta, attimi che sovrappongono la storia personale a quella collettiva, dove la gioia o il dolore devono essere divisi in parti uguali fra i membri della stessa comunità. Nessuna storia può essere narrata per immagini come quella della Nazionale. L’urlo di Tardelli. Il rigore di Grosso. La testata di Zidane. Le lacrime di Del Piero. L’esultanza di Pertini. Lo sguardo fisso a terra di Baggio a Pasadena. Il cucchiaio di Totti. Attimi che formano una mappa emozionale non del tifoso, ma dell’individuo, momenti che fanno diventare cari oppure odiosi luoghi che non si sono mai visitati, che inumidiscono gli occhi. A volte per la gioia. A volte per il rammarico. Storie di sport che diventano storia. Frammenti che ci regalano l’illusione dell’immortalità. Per questo abbiamo deciso di sfogliare l’album dei ricordi. E di scegliere uno scatto per ogni finale giocata dall’Italia. Un viaggio sospeso fra la polvere e la gloria, fra il successo e l’umiliazione, che poi è il viaggio di tutti noi. E che domenica sera contro l’Inghilterra si arricchirà di un nuovo capitolo.

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