England’s Irie è una canzone dei Black Grape uscita come singolo nel 1996 e rimane ancora oggi una delle migliori canzoni dedicate a una nazionale di calcio, in quanto lontana dalle coordinate commerciali e radio friendly imposte dagli inni ufficiali. Con gli Happy Mondays e i Black Grape, Shaun Ryder è stato l’anello di congiunzione di una certa cultura underground britannica che, partendo dal punk, si è contaminata con il reggae per finire sui dancefloor. Fin dal titolo, England’s Irie sintetizza tutto questo processo che dai Clash unici bianchi ad un evento reggae (White Man in Hammersmith Palais) transita attraverso i ritmi in levare all-white dei Police e allo ska revival degli Specials per finire nelle brume trip hop dei Massive Attack, dove non importava più se il genere era reggae, funk, hip-hop, pop o altro. Era tutto e niente. Soprattutto, era inglese. Una contaminazione fatta propria dai Black Grape, anch’essi frutto di una mescolanza tra suoni e culture. Irie proviene dal patois giamaicano, chiamato anche Iyaric, e si riferisce a un concentrato di emozioni e sensazioni positive. Una rappresentazione fonetica di “all right”. Il featuring dell’ex Clash Joe Strummer nella canzone chiude il cerchio di una generazione che, attraverso la rivoluzione nelle charts guidata dal Punky Reggae Party (come da canzone di Bob Marley), ha visto saldarsi la frattura tra adolescenti bianchi e neri nell’Inghilterra alla soglia dell’era thatcheriana.

Una rivoluzione culturale che, nel calcio inglese, finora non c’era mai stata, nonostante l’elevato tasso di meltin’ pot della nazionale. Quante volte si è detto che l’Inghilterra era una squadra priva di una vera identità, l’espressione di un movimento il cui risultato finale risultava sempre inferiore alla somma dei singoli? È sufficiente rileggersi le dichiarazioni ex post di qualche big per rendersene conto. Steven Gerrard: “C’era odio tra i club e noi vivevamo imbevuti in quel clima, però una volta in nazionale si pretendeva che dimenticassimo tutto e ci piacessimo l’uno con l’altro”. Rio Ferdinand: “Non posso dire che ci detestassimo, però ammetto che in nazionale, da giocatore del Manchester United, stavo attento a non fraternizzare troppo con quelli del Chelsea e del Liverpool, e loro facevano altrettanto. Eravamo molto trattenuti”. Jamie Carragher: “Ho scoperto quante affinità avevo con Gary Neville solo quando siamo diventati colleghi a Sky Sports. In nazionale ci rivolgevamo raramente la parola, per il resto era Liverpool contro Manchester United. Sempre”. Michael Owen: “Mai nella mai carriera con l’Inghilterra ho sentito accennare alla storia della nazionale, né cosa significasse essere inglese e rappresentare il paese”.

La gestione Gareth Southgate è stata portatrice della necessaria rivoluzione culturale per riportare l’Inghilterra a fasti che quasi mai le sono appartenuti, a dispetto delle potenzialità. Anche in questo caso, nel rinnovamento c’è l’impronta giamaicana. Meno profonda di quella musicale ma altrettanto significativa, perché la parabola di Raheem Sterling da giocatore più odiato d’Inghilterra a simbolo della nazionale giunta alla sua prima finale in un Europeo rappresenta la chiave di lettura più efficace per comprendere il cambiamento. Al termine del precedente campionato Europeo una parte dei media gli aveva consigliato di ritirarsi dalla nazionale. Lo descrivevano come un giocatore assetato di denaro, svogliato, privo di attaccamento alla maglia. Una campagna di odio nemmeno troppo velata in cui alla questione individuale ne veniva sovrapposta una culturale, dove Sterling che acquistava un casa per la madre assumeva la valenza negativa del burino arricchito, mentre se lo stesso lo faceva Phil Foden la narrazione era quella del figlio amorevole. I media calcistici amano le storie di emancipazione dalla povertà, ha scritto una volta Sterling su The Player’s Tribune, ma allo stesso tempo non accettano veramente questa emancipazione. Sei uscito dal ghetto ma impara a rimanere al tuo posto.

Sterling ha combattuto questo apparato discriminatorio nell’unico modo possibile: attraverso il successo sportivo, diventando uno dei migliori giocatori sul panorama internazionale per talento e potenzialità. Tuttavia gli è bastata una stagione in tono minore per vederlo scivolare nelle retrovie delle preferenze dei tifosi inglesi dietro Jack Grealish, Mason Mount e il citato Foden. Volevano i loro nuovi beniamini in campo. La risposta del giocatore sono state le reti a Croazia, Repubblica Ceca e, nell’ottavo di finale, alla Germania. Più l’assist a Kane per il gol di apertura all’Ucraina nei quarti. Protagonista sempre, nel bene e talvolta anche nel male, come la simulazione in semifinale che ha portato al rigore vittoria sulla Danimarca. Gli inglesi non ci hanno badato molto, come succede sempre ai tifosi quando la propria squadra è oggetto di una decisione generosa quanto errata (vedi la caduta di Grosso al Mondiale 2006 contro l’Australia). È noto come nel calcio la cultura sportiva sia un abito da indossare a seconda delle occasioni.

Dopo la vittoria sull’Ucraina Soutghate ha parlato di “tribal elders”, anziani della tribù, riferendosi a Harry Kane, Harry Maguire, Jordan Henderson e Raheem Sterling. Termini non utilizzati a caso, perché la nazionale inglese ha trovato quella spirito tribale e di comunità smarrito da tempo. Nel 2014, quando ancora allenava l’under-21, Southgate fu protagonista del lancio di un’operazione chiamata “the England DNA”, focalizzata sulla creazione di un’identità moderna che fungesse da collante tra i vari livelli del calcio nazionale inglese. Si trattava di un’operazione che univa il lavoro sul campo a un altro di natura culturale. Da un lato l’identità tattica, dall’altro la creazione di un background condiviso partendo dalla domanda “noi chi siamo?”. Due anni dopo la Federcalcio inglese ha ingaggiato Owen Eastwood, un avvocato di origini maori, per studiare il caso della mancanza di spirito comunitario all’interno della nazionale inglese, che a dispetto di una ricchissima storia era diventata sinonimo di scarso rendimento, scarsa armonia, scarsi risultati. Eastwood aveva lavorato come performance coach in diversi ambiti, dalla Royal Ballet School alla nazionale sudafricana di cricket, dalla NATO al Comitato Olimpico Britannico fino alla lega neozelandese di rugby. Le sue idee, messe nero su bianco in un libro dal titolo Belonging: The Ancient Code of Togetherness, viaggiavano sullo stesso binario di quelle di Southgate.

Proprio Sterling è il giocatore chiave per comprendere la filosofia di Eastwood. Il suo background, rispetto a quello degli altri citati tribal elders, è diverso per vissuto, valori e simboli. Le immagine iconiche del calcio inglese, da Bobby Moore in maglia rossa che alza la coppa del mondo alle lacrime di Paul Gascoigne, dalla maglia imbrattata di sangue di Terry Butcher al rigore di Stuart Pearce a Euro ’96, non possono avere lo stesso impatto su un ragazzo di Kingston, come Sterling, e su uno dello Yorkshire come il suo compagno Maguire. “Sterling è orgoglioso della sua nazionalità inglese”, ha detto Eastwood, “come giustamente lo è delle sue radici giamaicane. Quindi è più facile che si identifichi con certi valori piuttosto che con altri derivanti da tradizioni inglesi ormai un po’ datate che non fanno presa su chi proviene da un contesto differente. La nostra riflessione è partita dalla domanda su cosa significasse la nazionale inglese per la gente nel 21esimo e cosa rappresentasse questa per i giocatori che ne indossavano la maglia”.

Le iniziative della Federazione e di Soutghate orientate alla costruzione di principi e valori comunitari sono state molteplici: il campo di addestramento Royal Marines nel Devon; le cerimonie di presentazione dei nuovi convocati; la storia dello stemma dei Tre Leoni; la legacy numbers (prima della partita numero 1000, nel novembre 2019, ogni giocatore è stato identificato da un numero, stampato sotto lo stemma della nazionale, legato alla sua prima presenza in nazionale – ad esempio Sterling era il convocato numero 1.190, Mount il 1.243, Saka il 1.253). Non tutti all’esterno hanno apprezzato, o quantomeno ne hanno compreso l’efficacia, ma Southgate e compagni sono andati avanti per la loro strada. È quasi pleonastico ricordare come tale processo sia solo un elemento inserito in un quadro più generale dove al centro rimane il progetto sportivo. Sempre di più, però, sono i dettagli a fare la differenza, e se domenica 11 luglio 2021 si torna a parlare di England’s Irie (slogan meno banale e presuntuoso di quello della poppettara It’s coming Home che suona a getto continuo) il motivo è anche culturale. Tribale, direbbe Eastwood, riferendosi a un ambito dove “nessuno ti giudica per i soldi, la fama o l’orgoglio mostrato, ma per ciò che hai fatto per il gruppo”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

L’urlo di Tardelli, l’esultanza di Pertini, il rigore di Grosso, lo sguardo fisso di Baggio: lo sbloccaricordi, ovvero le finali dell’Italia in una foto

next
Articolo Successivo

L’Argentina vince la Coppa America: battuto il Brasile per 1 a 0. Finisce la maledizione di Messi nella Selección

next