Martedì 29 giugno, un gruppo di ispettori della Jps – Jamaica Public Service, parte del colosso giapponese Marubeni Corporation, che con una partecipazione del governo giamaicano al 20% distribuisce in regime di monopolio l’energia elettrica sull’isola – individua nella comunità rurale di Ferry District tre uomini intenti ad un allaccio illegale su un traliccio della zona. La pattuglia delle Forze Speciali che li accompagna apre il fuoco verso gli uomini in fuga, uccidendone uno. Alla Indecom, la Commissione indipendente che indaga sugli abusi e gli omicidi della polizia, gli agenti raccontano che gli uomini avevano sparato loro addosso, per cui erano stati costretti a rispondere al fuoco.

Ma i rilievi della Commissione contraddicono la versione ufficiale: nessuna arma da fuoco o bossoli diversi da quelli sparati dalle pistole dei poliziotti vengono rinvenuti sul posto. Strano, perché la polizia giamaicana in genere non fa mancare sulla scena del crimine una planted weapon, cioè un’arma che essa stessa “pianta” accanto al cadavere per inscenare uno scontro a fuoco che il più delle volte è un’esecuzione sommaria oppure un banale, ma letale, scambio di persone. Forse stavolta la pattuglia non ha fatto in tempo ad allestire la solita messa in scena.

Deregulation e repressione

La Jps, dal canto suo, ha delle tariffe talmente esose che solo una minoranza può permettersi di pagarle, per cui gli allacci pirata sono una consuetudine, nonché diretta conseguenza della dipendenza pressoché totale dai combustibili fossili importati, dagli utili da ripartire tra gli azionisti giapponesi che se ne pappano l’80% e dalla scarsissima incidenza dell’energia solare come fonte alternativa, che spesso e volentieri viene scoraggiata dalla stessa corporation con vergognose menzogne, malgrado i vantaggi di cui potrebbe usufruire l’isola caraibica – se solo il governo avesse il coraggio di un percorso energetico differente, scrollandosi di dosso una mentalità coloniale che fa della Giamaica una delle isole più care al mondo per il beneficio dei soliti (pochi) noti.

Il vice presidente giamaicano della Jps ammonì nel 2014 che l’alternativa delle energie rinnovabili avrebbe fatto lievitare i già elefantiaci costi, ma in quella circostanza l’ex ministro dell’energia Phillip Paulwell dell’allora governo Pnp ebbe l’onestà di contraddirlo, asserendo che nel lungo termine i prezzi sarebbero stati sicuramente minori, non dovendo più dipendere da carbone e petrolio e dai costi della dogana per la loro importazione nell’isola. È ovvio che gli onorevoli soci giapponesi dovrebbero finalmente investire nelle infrastrutture delle rinnovabili in Giamaica, potendo oltretutto contare sui profitti accumulati nei decenni passati.

Tutto andò a monte con il partito rivale Jlp ora al comando, che ha riaffermato lo strapotere della società giapponese senza alcuna innovazione. È comunque la prima volta che un uomo viene ucciso dalle forze dell’ordine solo per aver tentato di usufruire della corrente in modo illegale. Ma la recrudescenza della repressione poliziesca in questi ultimi due mesi fa pensare che non sarà l’ultima.

Lionel Town, Clarendon: forse la provincia giamaicana più povera. Il 13 giugno scorso, un robo-taxi (tassista free-lance) sfreccia davanti a una pattuglia preposta al controllo del coprifuoco. Gli agenti partono all’inseguimento, e proprio mentre l’auto rallenta, cominciano a sparare all’impazzata. Il taxi sbanda, crivellato di colpi. Due ragazzi di 17 anni muoiono per le ferite di arma da fuoco, un terzo a causa dello schianto. Tutti gli altri occupanti rimangono feriti. Anche qui i poliziotti provano a inscenare lo scontro a fuoco, ma vengono contraddetti sia da Indecom che non rileva alcuna arma nel veicolo, sia dai feriti che confermano l’intenzione dell’autista di fermarsi prima che la polizia aprisse il fuoco. La cittadina è puntellata da blocchi stradali di protesta, e per non farsi mancare niente, nei giorni successivi un’altra persona viene abbattuta dalle forze speciali, e uno dei rivoltosi arrestati viene massacrato di botte dai secondini.

Secondo il nuovo capo di Indecom, Hugh Faulkner, la polizia ricorre sovente ad abusi quali il search-and-enter (perquisizioni senza mandato) durante le quali a volte ci scappa il morto, in seguito alle legittime proteste degli inquilini, così come alle planted weapons già descritte. C’è da ricordare che dallo scorso anno la Corte inglese ha depotenziato Indecom che oggi non può più arrestare i poliziotti incriminati.

Spiaggia libera in Giamaica

Il virus non paga l’ingresso

Un’altra ipocrisia tipica del privatismo giamaicano è quella delle spiagge a pagamento: oltre il 70% del litorale dell’isola è proprietà dei privati, hotel all-inclusive stranieri o aziende locali, che fanno pagare l’ingresso sia a turisti che ai nativi. Ovviamente per via dei numeri, la maggioranza dei bagnanti si accalca all’interno di queste, mentre le spiagge libere governative in cui non si paga rimangono poco frequentate. Ma durante la pandemia, il Primo Ministro Andrew Holness – che deve il bis del suo successo elettorale di settembre 2020 sempre al private sector – ha completamente ribaltato la logica della questione, pur di favorire l’interesse economico del suo elettorato upper class: proibizione assoluta di frequentare le spiagge libere, dove vanno più che altro i meno abbienti, però accesso senza freni a quelle private, purché si paghi il biglietto d’entrata: risultato ovvio, i numeri del contagio sono decollati comunque, malgrado coprifuoco e lockdown inutili, corredati da centinaia di arresti. Così come erano decollati dopo la promiscuità elettorale, a causa degli assembramenti ai seggi che Holness ha favorito, sentendosi la vittoria in tasca.

Conclusioni

Quando si scrive sui diritti umani violati in nazioni come Cuba e Venezuela dove vige il socialismo reale, si omette però, spesso volutamente, di riportare quello che succede in paesi come la Giamaica, dove il neoliberismo arricchisce senza freni una oligarchia di potere che utilizza le forze dell’ordine per reprimere le pulsioni di una working class incapace di affrontare un costo della vita che negli ultimi anni è aumentato di oltre il 100%, a fronte di un salario minimo ritoccato solo del 20%. Tutto ciò in un quadro di welfare inesistente, con sanità ed istruzione quasi totalmente privatizzate. Per rimuovere dei calcoli renali, una clinica mi ha chiesto di recente un milione di Jmd (la valuta locale). Circa 6000 euro. I supermarket decenti vendono merci carissime, quasi tutte di importazione, gravate da dazi doganali fuori controllo.

Lamentandomi con un cliente l’altro giorno, costui mi ha risposto che è meglio così, poiché a fronte di quelle cifre, “the scum”, la marmaglia, non ha motivo di entrare. Questo fotografa l’orientamento vigente: basandosi sul cost of living, creare un solco ancora più profondo tra l’élite e la manovalanza, mediata da una middle class che ha il preciso compito di fare da filtro, onde poter usufruire almeno in parte dei privilegi di cui gode la plutocrazia.

Foto di Flavio Bacchetta

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