Come i Simpson hanno predetto diverse cose, tutte verificatesi, così quel famoso episodio di South Park nel quale Britney Spears desta clamore in città urinando su una coccinella è da considerarsi, a tutti gli effetti, quantomeno verosimile. Non stupisce quindi leggere di questa nuova inchiesta del New York Times, secondo cui l’ormai ex star del pop sarebbe arrivata a recapitare di nascosto lettere ai propri avvocati, fino ad arrivare a chiamare il 911 pur di liberarsi dalla tutela legale del padre Jamie: divenuto amministratore dei beni e della vita della figlia nel 2008, anno della (probabile) crisi psichica nella quale la Spears, artisticamente e non, pare essere rimasta intrappolata.

Parlando per la prima volta pubblicamente, seppur da remoto, lo scorso 23 giugno la cantante ha lamentato in tribunale, di non essersi potuta ritirare dalle scene proprio per via della contrarietà del padre, costretta anzi più volte ad esibirsi nonostante le sue condizioni di salute, mentali e fisiche, fossero tutt’altro che buone. Quarant’anni a dicembre, a Britney Spears sarebbe stato vietato anche di avere un figlio dall’attuale compagno, e personal trainer, Sam Ashgari: unica certezza nella sua vita da cinque anni a questa parte.

Se fatichiamo a discutere della sua consistenza artistica, che trovo pressoché nulla, è altrettanto vero che poche altre icone hanno segnato così fortemente il passaggio dai Novanta ai Duemila in ambito non solo musicale. Artista pop in un’ottica più di pubblico che stilistica, Britney Spears ha rappresentato l’archetipo di ciò che sarebbe venuto dopo di lei: pensiamo ai documentari sulla sua vita privata, al reality show che ne raccontava invece la relazione col ballerino e rapper Kevin Federline o all’istituzione più recente, da parte dei suoi seguaci, del movimento #FreeBritney che vanta tra i propri supporter Miley Cyrus, Paris Hilton e Chiara Ferragni.

La sua parabola ha i contorni di una profezia autoavverante: condotta per anni un’esistenza di cui non è stata che un mezzo, specie per l’arricchimento e la prosperità altrui, la Spears si trova oggi a lottare per riottenere una libertà che ha scelto, consapevolmente o meno, di non avere da principio. Spostando sempre più in là il confine tra pubblico e privato, eccola barcamenarsi oggi per tornare ad essere dimenticata: dopo avere alterato la propria immagine a tal punto da non poter forse più tornare indietro.

Non è un caso che la sua storia e i processi che la riguardano facciano discutere, anche questi, più per i dettagli, il gossip, che non per la triste verità che vi è dietro: è possibile mai, ieri come oggi, inseguire il successo senza avere gli strumenti per dominarlo, contenerlo, prevederne in qualche modo gli effetti collaterali? La risposta, scontata, è “no”: la stessa che arriva da Tiziano Ferro guardando il quasi omonimo documentario, di cui è diretto protagonista, uscito sul finire dello scorso anno. L’immagine di lui costretto a cambiarsi in aeroporto, così da apparire abbastanza virile da corrispondere le aspettative delle fan, è qualcosa che fa a dir poco rabbrividire.

Chissà che allora non si possa arrivare presto a separare la vita, le esistenze di ognuno, dal prodotto della propria arte: limitando l’esperienza di appassionati o anche semplici consumatori d’arte al godimento del frutto dell’altrui talento. Perché l’attualità non propini presto una storia, un’altra, alla stregua di quella di Britney Spears dovremmo però cominciare a riconoscere e separare la musica dall’intrattenimento, semplicemente limitandoci a riconoscere l’una e l’altra cosa.

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