Il periodo comunemente definito degli “anni di piombo” è uno dei più complessi, interessanti e drammatici della nostra storia recente. Io l’ho vissuto da militante di quella che all’epoca si chiamava la “nuova sinistra”, contrastando sempre con forza l’opzione della lotta armata che, sulla base della mia cultura politica di stampo prettamente leninista, consideravo completamente sbagliata, oltre che foriera di tragedie individuali e collettive. La storia mi ha dato ragione.

In periodi più recenti ho avuto modo di incontrare talune persone che, all’epoca, avevano adottato un approccio diametralmente opposto al mio, e non solo sul piano teorico. Si tratta in genere di persone oneste, coerenti e consapevoli. Hanno elaborato l’esperienza a suo tempo svolta in modo differenziato e articolato. Quel periodo storico è da tempo alle nostre spalle. Non è questo, però, un motivo valido per non continuare ad approfondire la conoscenza e la discussione in merito.

Per questo motivo è importante che la ricerca storica al riguardo possa svilupparsi in modo libero. Per tale motivo trovo a mio parere discutibile la decisione di taluni organi giudiziari di sottoporre a sequestro l’ingente materiale conoscitivo accumulato da Paolo Persichetti, che da tempo si sta dedicando alla ricerca specificamente su quegli anni. Del pari incomprensibile l’accusa di “associazione sovversiva” che sarebbe stata mossa a Persichetti se, come sembra, tale grave accusa sarebbe in relazione colle attività di ricerca da lui svolte.

Si tratterebbe infatti di un approccio in evidente contraddizione con quello della trasparenza e dell’apertura delle fonti disponibili, che nel nostro Paese ha trovato accoglimento anche a livello legislativo, colla direttiva sull’apertura degli archivi adottata a suo tempo dal governo Prodi; rimasta però, come troppo spesso accade, in buona parte inattuata. Restiamo in attesa di maggiori chiarimenti da parte degli organi inquirenti. Ciò tuttavia non deve impedire di svolgere alcune considerazioni di carattere generale che potrebbero non essere inutili.

Sono fortemente convinto che vada lasciata, anche e soprattutto su questioni difficili e controverse che hanno segnato il nostro itinerario storico, piena libertà di ricerca e totale accesso agli atti. Ogni “verità ufficiale”, su questo come su altri argomenti, finisce per svilire la conoscenza e il dibattito, impedendo in particolare la maturazione di una consapevolezza critica e informata da parte delle giovani generazioni che non sono messe adeguatamente in condizione, esercitando il proprio raziocinio, di sceverare il grano dal loglio, imparando dagli errori di coloro che le hanno precedute ma potendo anche cogliere elementi positivi che si sono registrati nella loro esperienza.

Questo appare tanto più importante perché, come sottolinea Luciano Vasapollo in un suo recente intervento, le contraddizioni di fondo che caratterizzano il sistema capitalistico ed imperialistico in cui viviamo non smettono certo di creare in continuazione conflitti. E le principali vittime di queste contraddizioni – si tratti di quella fra capitale e lavoro, di quella ambientale, di quella tra colonialismo e Paesi colonizzati, e anche di quella di genere – sono proprio le giovani generazioni, che si sentono oggi private di un futuro degno, sostenibile e praticabile.

La cultura e la ricerca devono pertanto poter reperire fonti di conoscenza ed esercitare una libera discussione su quanto è avvenuto in anni passati, perché una memoria condivisa non può che poggiare su di una discussione libera e sulla disponibilità delle fonti dell’informazione e della conoscenza. E, come sappiamo, raggiungere una memoria condivisa costituisce una condizione ineludibile per costruire una consapevolezza comune e affrontare così nelle migliori delle condizioni le tante e difficili sfide dei nostri giorni. Altrimenti siamo condannati a ripetere la tradizionale concezione della Storia praticata come storia dei vincitori e delle classi dominanti, che gli esponenti più avanzati e impegnati delle scienze storiche, in tutto il mondo, rigettano oggi unanimemente per la sua infondatezza scientifica e il suo sterile appiattimento sulle posizioni “ufficiali” che non consente alcun reale progresso nella conoscenza, sempre base fondamentale e irrinunciabile di ogni azione umana e dell’evoluzione della società.

Il terrorismo cosiddetto “di sinistra” è stato un’enorme iattura e ha provocato molti lutti inutili, ma approfondirne la genesi e le motivazioni di fondo appare oggi più che mai indispensabile sia perché non si ripetano in futuro fenomeni analoghi, sia per dare invece risposte positive e vincenti agli enormi problemi che il sistema nel quale viviamo continua a generare. Per tali motivi giudico incomprensibili le accuse e le misure cui è stato assoggettato Paolo Persichetti, uno storico autonomo e critico che può e deve invece essere messo pienamente in condizione, al pari degli altri suoi colleghi, qualunque ne sia il “pedigree”, di dare il suo contributo a una ricerca e a una discussione fortemente necessarie per la società italiana nel suo complesso.

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