I bambini che saltellano scalzi sui denti di cane come su un pratino all’inglese, la selezione accurata dello scoglio come se fosse uno showroom di interni – quello fatto a chaise longue, che qui volentieri si traduce in gislonga, quello fatto a seggiolina -, le relative posizioni un po’ circense un po’ Comaneci adatte a prendere la tintarella con la più giusta inclinazione dei raggi, sia mai che il braccio destro abbia un pantone impercettibilmente più ocra. E poi il viavai sulla serpentina dell’Aurelia sbirciando la scogliera del Romito, le spallette dei canali medicei della Venezia zibille di gente in attesa di vedere passare il gozzo del proprio rione: sono usciti dal Voltone! Riecco Livorno, ora che rinasce, come tutte le estati, riecco Livorno sulle vecchie pellicole ma non quelle dei film, non c’entra il Sorpasso questa volta, non c’entra Virzì, non c’entra Ricchi, ricchissimi… praticamente in mutande (ebbene sì). Livorno al massimo dell’autenticità: quella dei filmini delle famiglie, abbandonate in cantina o coperte dall’album del matrimonio o del primo compleanno di un bambino ormai non più bambino, che la 8mmezzo – riferimento per restauro e digitalizzazione dei nastri in 8 e in 16 millimetri e in Super8 – ha raccolto insieme al Comune in una playlist disponibile su youtube, su facebook e sul canale Livu.it.

E’ una retrospettiva della città che fa un effetto doppio. Da una parte solo il bianco e nero svela gli anni passati – tanti, a decine – di immagini che hanno tutti i connotati del presente. Dall’altra rilascia odori, sapori e colori che è possibile solo immaginare di un tempo che non c’è più, come tutte le madeleine che pitturano anni che sembravano meglio e forse erano peggio o viceversa. O anche anni che non si è mai vissuto ma, visti da qui, sembrano il meglio che c’è, la sindrome dell’epoca d’oro che raccontava Woody Allen in un film di qualche anno fa. In questi filmini recuperati e messi in cornice non si può dire, anche con tutto l’amore, che Livorno diventi Parigi né il salto nel passato consente di incontrare Dalì e Toulouse-Lautrec.

Però si vedono Bianchine e 600 che sfrecciano – si fa per dire – vicino alla Torre di Calafuria, e non nugoli di scooter di ogni taglia guidati da conducenti dai 18 ai 99 anni come accade oggi. Quarant’anni hanno rivoluzionato i costumi, anche nel senso di quelli da bagno. Camicia a maniche lunghe, giacca piegata su un braccio, pantaloni fino al collo del piede: un disgraziato ricorda molto un tuareg mentre scende verso gli Scogli Piatti o verso le Vaschette, due tratti di scogliera del Romito che a Livorno è sinonimo di mare libero, seppur doloroso per le sbucciature di piedi e ginocchia frutto dei saliscendi. Oggi, non servirebbe nemmeno dirlo, chi arriva sugli scogli del Romito è semi-nudo al limite del codice penale, la maglietta la indossa solo perché da qualche parte c’è una mamma che raccomanda di coprirsi “sennò in motorino prendi una pettata”.

Oppure gli stabilimenti balneari, cemento e scogli, a pagamento, peraltro esoso, dove le famiglie (come nei racconti della gente del Sud) traslocano casa, la ghiacciaina cioè la borsa-frigo, che surclassa per distacco il bar-ristorante. Manca il divano ma c’è il gabbione, all’epoca di Armando Picchi e ora, all’epoca di Allegri. I vecchi video recuperati mostrano, anche loro uguali ai loro nipoti di oggi, i bagnanti ai Pancaldi, anzi sui Pancaldi (a Livorno viene valorizzato grammaticalmente il fatto che ci cammini sopra): la difficile risalita per il mare mosso, la bimba orgogliosa delle sue pinne rosa, su una scaletta un’altra risale dall’acqua che pare un grillo, la mamma un po’ più incerta, modo carino per dire che ci vorrebbe un paranco.

In una città che va al mare sugli scogli e conosce – anzi riconosce – il bagno solo dove non si tocca il filo del tempo dell’estate è quello dei tuffi, di cui si recupera un ricco campionario: di testa, e vabbè, a candela, ok, con la ciambella, rischioso, o anche alla varo di nave, quando le signore con la permanente appena fatta si adagiano con le mani palmate per bagnarsi non oltre la gola e possibilmente senza uno schizzo. Oppure: col fischio o senza?, come si sente chiedere – cioè urlare – dal cucuzzolo dello scoglio, o del trampolino dello stabilimento. Negli anni c’è stata un’evoluzione notevole che i filmati non documentano e non sarà certo questo articolo a rivelare l’esistenza del catalogo di stili di tuffo che a Livorno servono a fare spettacolo, già dai nomi: siuski, shizzan, militare, cammellone. Vince chi fa più schizzi, un’Olimpiade al contrario.

Quella che arriva da questi vecchi filmati è la storia di tutte le città di mare, che vivono in funzione del mare, che respirano solo quando si può andare al mare e nel frattempo, negli altri sei mesi, sanno solo aspettare. E’ molto la storia di Livorno. E’ la storia di un tempo perduto, di radici che sembrano portate via da qualche bufera, di riti scomparsi per decisione di nessuno: è quasi commovente vedere esplodere di gente i muretti dei canali medicei per la gara notturna delle barche a remi, con l’orecchio teso all’altoparlante per sapere dove s’è fermato il cronometro dopo il giro dei Fossi. Sono i gozzi, quelli che poi – di giorno, qualche settimana dopo – gareggiano in mare aperto in una sfida epica, quasi britannica, una specie di Henley con l’acqua salata e con molte più barche. Anzi barconi, per giunta a sedile fisso, che si scannano in una estenuante battaglia navale, 8 chilometri dalla Torre della Meloria, là in mezzo al mar, al Porto mediceo, nel cuore della città. E infine il Palio marinaro, che è un po’ come lo scudetto, l’unico che conta, la regata davanti alla Terrazza Mascagni, con due o tre virate intorno alle boe che compaiono e scompaiono dietro le onde, gli spettatori col sole delle otto di sera in faccia, abbrustoliti dal sole di luglio.

Eccola, ancora nei video d’epoca, la Terrazza, il posto verso il quale punta l’ago della bussola quando non si sa cosa fare, dove andare, come riempire il tempo: il vento in faccia, i bambini che giocano con gli scacchi delle piastrelle a terra, o coi pàttini, o con le macchinine a pedali, le navi che lì vicino entrano in porto lente lente, gli sposi che vengono a fare le foto, la Amerigo Vespucci ferma alla banchina e – ma guarda te il caso – è brutto tempo. L’infanzia, i primi amori, le scelte della vita: le immagini del paesaggio mobile e immobile sembrano frizzate, tutte uguali nel tempo che scorre a salti di dieci o vent’anni. Sembra ieri e invece per portare via le cose di ieri è bastata una giornata di libeccio.

Info

Marea di Analogica
Dove | Livù Tv – 8mmezzo.it – comune.livorno.it
Montaggio | Michele Lezza
Musiche | Simone Di Maggio
Grafica | Umberto Staila

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