L’incendio della Cattedrale di Notre Dame a Parigi, la notte tra il 15 e il 16 aprile 2019, immagine di un cristianesimo in profonda e grave crisi. Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, utilizza la drammatica immagine delle fiamme che hanno avvolto il famosissimo edificio sacro come metafora di un declino che sta attraversando la Chiesa oggi. Lo studioso di fama mondiale, voce autorevole stimata e ascoltata ben al di là dei confini della stretta geografia cattolica, affida le sue riflessioni, inedite e lungimiranti, al suo ultimo libro intitolato in modo molto significativo La Chiesa brucia (Laterza).

Quello di Riccardi non è per nulla un ragionamento pessimista, come banalmente si potrebbe pensare. Né in lui c’è la volontà di archiviare frettolosamente la spinta propulsiva che la Chiesa, anche nel terzo millennio cristiano segnato da guerre, terrorismo, crisi economiche, sociali e sanitarie, può ancora dare alla storia dell’umanità. L’intento del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che da oltre mezzo secolo opera in modo esemplare a favore della pace, dei migranti, degli anziani e dei poveri, è quello di richiamare la Chiesa a fare tesoro della crisi che sta attraversando, a viverla profondamente e così a lottare, non contro nemici esterni, ma contro l’indifferenza e il discredito.

In questo senso, è molto significativa la citazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger che Riccardi offre ai lettori. “L’inattualità della Chiesa – affermava il futuro Papa – è, da un lato, la sua debolezza, essa viene emarginata, ma può anche essere la sua forza. Forse gli uomini possono percepire che contro l’ideologia della banalità, che domina il mondo, è necessaria un’opposizione, e che la Chiesa può essere moderna, proprio essendo antimoderna, opponendosi a ciò che dicono tutti. Alla Chiesa tocca un ruolo di opposizione profetica”.

Per Riccardi “questo non significa, nella visione ratzingeriana, una Chiesa contro il mondo: ‘Per sua stessa natura, essa è sempre chiamata a un ruolo costruttivo’, conclude il cardinale. Non significa nemmeno una Chiesa che si preserva per il futuro chiudendosi nella ripetizione. Ma significa ‘opposizione profetica’. Il cristianesimo nella storia non è della storia, per parafrasare le parole di Gesù sul suo regno: opposizione, profezia, inattualità sono espressioni che indicano l’alterità del messaggio cristiano, che pure si fa prossimo alla vita quotidiana attraverso la comunità dei credenti, l’evangelizzazione, la simpatia e il dialogo. L’esistenza del cristianesimo non è stata sempre semplice e nemmeno le sue scelte lo sono state. A mostrarlo basta il denso martirologio dei cristiani, tanto che il Novecento è stato il ‘secolo del martirio’”.

Riccardi si domanda allora se c’è futuro per la Chiesa. E risponde: “La novità di Francesco, dal 2013, è stata questa: attorno al Vangelo sine glossa, ha proposto alcune visioni e strade per i cristiani nel mondo globale. Non si poteva presumere, in modo miracolistico, che l’entusiasmo dell’elezione si trasformasse nella soluzione dei problemi. Ha manifestato un’originalità di pensiero e d’insegnamento: una Chiesa nella storia e non adattata a essa. Francesco, continuando a comunicare il Vangelo senza nascondere le povertà della Chiesa (quelle morali o strutturali, ma anche di visione e di passione), ha aperto alcune strade per un cristianesimo nella storia globale”.

Lo studioso ricorda, però, che “parecchi cattolici sono passati rapidamente dall’entusiasmo per Bergoglio alla delusione. Francesco ha comunicato il Vangelo, spingendo tutti i credenti a farlo (è il senso di Evangelii gaudium) e a sperimentare l’insicurezza di una condizione di passaggio, poi ha aperto alcune piste di lettura e di esperienza fattiva nella storia: preghiera e domanda di Dio; bisogno di misericordia in un tempo duro e dai meccanismi spietati; tenerezza in un mondo di soli, migranti, poveri; ecologia, pace e fraternità”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio si chiede, inoltre, se “il messaggio di Francesco è ‘edulcorato’? È diverso da altri registri religiosi del passato. Ma non è il risultato dell’adattamento della Chiesa a categorie sindacali, progressiste o populiste. Né è sganciato dalla creativa continuità del credere. Fede ed escatologia sono intimamente connesse al messaggio del Papa, anche quando parla di poveri o migranti. È un cristianesimo che parla di Dio al ‘cuore’, secondo la tradizione biblica ed evangelica, quella della fede cattolica, e lo fa in mezzo agli uomini e le donne, partendo dai più segnati dal male. Chi si avvicina a questo mondo sente il ‘morso’ della vita e della storia, che rinvia alle grandi domande sull’esistenza”.

Riccardi, infatti, è convinto che “l’itinerario con i poveri, anche da un punto di vista esistenziale, non è disgiunto da quello della fede e viceversa. È un cristianesimo che vive nella storia, ama la storia, ma non si appiattisce sul politically correct o sul politico-umanitario. Bergoglio si rifà al Vangelo letto in modo francescano. La storia, i suoi dolori, le sue attese, sono assunte in una prospettiva ben al di là del discorso politico (oggi poi tanto in crisi su tutti i versanti) o sociale. Il suo cristianesimo parla della vita di ogni giorno, ma non è chiuso nel ‘terreno’, come un’ideologia di redenzione sociale. La redenzione non è sociale, ma ha una chiara dimensione cristologica ed escatologica. È il cristianesimo che parla a una donna e a un uomo diversi da ieri, che vivono a lungo, vedono tanto della realtà nella comunicazione globale, allontanano e nascondono l’appuntamento con la fragilità della morte”.

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