“Io ho soltanto una preoccupazione, ci sono tanti motivi di preoccuparsi per la Radio, per l’Osservatore, ma una che a me tocca tanto il cuore: quanti ascoltano la Radio, e quanti leggono L’Osservatore Romano?” La domanda che Papa Francesco ha fatto in diretta su Radio Vaticana durante la sua visita al Dicastero per la comunicazione ha aperto una pagina inedita per la storia dei media della Santa Sede. Bergoglio è l’editore di quei mezzi di comunicazione definiti poco meno di 60 anni fa, nel 1963, dal Concilio Ecumenico Vaticano II “meravigliose invenzioni tecniche”. E allora perché il Papa ha fatto un discorso così sferzante in diretta?

La risposta è contenuta proprio nelle parole di Francesco. “Perché il nostro lavoro – ha spiegato Bergoglio – è per arrivare alla gente: che quello che si lavora qui, che è bello, è grande, è faticoso, arrivi alla gente, sia con le traduzioni, sia anche con le onde corte. La domanda che voi vi dovete fare è: ‘Quanti? A quanti arriva?’, perché c’è il pericolo, per tutte le organizzazioni, il pericolo di una bella organizzazione, un bel lavoro, ma che non arrivi dove deve arrivare… Un po’ come il racconto del parto del topo: la montagna che partorisce il topolino… Tutti i giorni fatevi questa domanda: a quanta gente arriviamo? A quanti arriva il messaggio di Gesù tramite L’Osservatore Romano? Questo è molto importante, molto importante!”

Tra l’altro il quotidiano del Papa festeggia nel 2021 i suoi 160 anni di vita, e proprio per questo ha ricevuto recentemente il Premio Biagio Agnes. Anche la Radio Vaticana taglia l’importante traguardo dei suoi 90 anni da quando, per volontà di Pio XI, fu costruita da Guglielmo Marconi. Eppure Francesco nella sua visita a Palazzo Pio, sede di un’importante rappresentanza della comunità di lavoro del Dicastero per la comunicazione, non ha benedetto e tagliato nastri come erano abituati a fare i suoi diretti predecessori in occasione di questi importanti anniversari. Ma ha cercato di stimolare delle domande fondamentali per far sì che tutto il lavoro della comunicazione vaticana, che può essere certamente molto prezioso, non sia vano.

“Il problema – ha spiegato il Papa – è che questo sistema così grande e complicato funzioni. Mi viene in mente un’abitudine in Argentina, quando qualcuno era nominato a una carica importante, la prima cosa che faceva era andare da Nordiska, una ditta per fare gli ambienti, senza guardare la sua scrivania, il suo studio, mandava a fare tutto nuovo, tutto perfetto, bello. La prima decisione che prendeva quel ministro, quel funzionario. Poi, non funzionava. L’importante è che tutta questa bellezza, tutta questa organizzazione funzioni. Funzionare è andare, camminare… Il grande nemico del funzionare bene è il funzionalismo”.

Francesco ha sempre creduto molto nella riforma dei media vaticani nello spirito dell’integrazione tra i diversi mezzi. Un progetto condiviso dal primo prefetto dell’allora Segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, ma che oggi, stando a quello che ha affermato lo stesso Bergoglio, non sta andando nella direzione con la quale era stato messo in campo. Il Papa ha indicato una sorta di esame di coscienza da fare, molto probabilmente per poi far scaturire dei correttivi che possano riportare la riforma dei media vaticani sul binario giusto indicato da Francesco. Ma soprattutto perché si tenga presente che la credibilità e l’autorevolezza dei mezzi di comunicazione della Santa Sede devono coniugarsi anche con l’audience.

Sembrerà sicuramente banale ricordarlo, ma questo programma non è di Francesco. È, infatti, contenuto già nei Vangeli. “Quello che io vi dico nelle tenebre – afferma Gesù ai discepoli – voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”. Ovvero fate in modo che arrivi a più gente possibile. Anche Gesù si preoccupava dell’audience, ma non di certo per un mondano egocentrismo mediatico, bensì perché voleva che a tutti arrivassero i suoi insegnamenti. Oggi Francesco non fa altro che ribadire quelle parole: “A quanti arriva il messaggio di Gesù tramite L’Osservatore Romano?”

Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come Bergoglio, non a caso scriveva: “Come la donna del Vangelo, che fa parte di una folla nascosta e anonima che circonda e preme Gesù da ogni parte, viene risanata, esce dall’anonimato, assume un volto, una dignità, il pieno controllo del suo corpo grazie al contatto con il lembo del mantello di Gesù, non potrà forse un uso retto dei media aiutare tanti a passare da massa a persone, da moltitudine a popolo, dando coscienza, dignità, cultura, slancio, capacità comunicativa?

Se non è il caso di dare ai media un posto centrale nel grande processo di rifare umana l’umanità, non resterà però per i media un qualche aspetto, un lembo del mantello, del potere comunicativo e risanatore che viene attribuito nella grazia del Vangelo, al linguaggio umano e alla comunicazione tra gli uomini? È la grande scommessa dei media su cui punta la Chiesa: farne da strumenti di massa degli strumenti personalizzati. È la fiducia nella possibilità di vincere tale scommessa che permette all’insegnamento della Chiesa, dal Vaticano II in poi, di trattare dei mass media collegandoli addirittura col mistero comunicativo della Chiesa, con la stessa comunicazione divina ed evocando perfino il mistero della Trinità”. Parole da meditare.

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