I giornali di oggi pongono in evidenza l’ambiguità delle proposte della Commissione europea, ma, per fortuna, evidenziano anche la chiara posizione assunta, in ordine al deterioramento dell’economia mondiale, da parte di Biden e di una Commissione di esperti riuniti al festival dell’economia di Trento.

Secondo la Commissione europea, pur essendo stato sospeso il patto di stabilità, bisogna stare molto attenti a non impiegare i soldi del Recovery Fund in spese correnti, utilizzandoli invece per sovvenzionare grandi imprese in grado di incrementare lo sviluppo.

C’è, in questa affermazione, una gravissima lacuna, dovuta al fatto che le imprese private agiscono per il loro personale interesse, e certamente non sono in grado di porre in essere programmi che risolvono i gravi problemi dell’economia nazionale.

Al contrario, estremamente valido è il programma di interventi proposto da Biden, il quale, non solo predica la distribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale, l’incremento del welfare, l’aumento dell’occupazione, ma sprona il Paese a concentrarsi sulla ricostruzione di uno Stato imprenditore, capace, a differenza delle industrie private, di indirizzare l’economia sulla via dello sviluppo, come fece Roosevelt nella depressione degli anni 30, dando rilievo, in modo particolare, alla ricostituzione dell’equilibrio ecologico del Paese, attraverso la piantumazione intensiva di alberi, e distribuendo così il lavoro a numerosissime persone, che non erano state occupate in altri settori.

La Francia, meno precisamente, si limita a proporre partecipazioni statali nelle grandi imprese francesi e a impedire l’acquisizione da parte di stranieri di proprie industrie strategiche.

L’Inghilterra, inoltre, ha fatto un grosso passo avanti nella rinazionalizzazione delle ferrovie.

Come si nota il quadro mondiale mostra una potente rinascita del neo keynesianesimo per il rilancio dell’economia, soprattutto dopo il fermo quasi totale causato dalla pandemia.

Si sono dichiarati conformi a questa svolta epocale anche illustri economisti, fra cui il ben noto premio Nobel Josep Stiglitz, riuniti all’annuale festival dell’economia in svolgimento a Trento.

Registro, da parte mia, l’atteggiamento alquanto contraddittorio della Commissione europea, che non riesce a scrollarsi di dosso i dogmi del neoliberismo, e non riesce quindi ad affermare a chiare lettere che il passo più importante da compiere è quello di restituire allo Stato il suo sacrosanto diritto di essere imprenditore nell’economia.

Altrettanto devo dire dell’Italia, che di fronte a industrie strategiche come l’Ilva, già riconosciuta tale da una sentenza della Corte costituzionale del 2012, e di fronte al gravissimo tema della necessaria nazionalizzazione di Alitalia, continua a sottoporsi ai superati schemi europeistici, ben visibili nel programma assistenziale del Recovery Plan, e non si decide a nazionalizzare le imprese strategiche in pericolo, quali sono soprattutto la stessa Alitalia, Autostrade e Ilva.

Spero che l’azione frenante dei Trattati europei non sia d’intralcio alle politiche economiche che è necessario adottare per il nostro Paese. E spero in modo particolare che il governo, gli imprenditori e soprattutto i lavoratori, specialmente quelli di Alitalia, tengano presente che secondo una giurisprudenza costante della Corte costituzionale, denominata dei contro-limiti, i principi e i diritti fondamentali previsti in Costituzione prevalgono sulle prescrizioni dei Trattati.

Come sempre ricordo che la soluzione di tutto sta nell’adozione degli articoli 1, 3, 11, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

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