Mentre la Procura di Torino apre un fascicolo per indagare sulla morte di Moussa Balde, 23enne originario della Guinea trovato morto impiccato nel Centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi dove si trovava ristretto, si moltiplicano le testimonianze di amici, volontari e operatori sociali che, in varie fasi di questi ultimi anni, hanno conosciuto il ragazzo che negli ultimi tempi era diventato l’ombra di se stesso.

Moussa orbitava a Ventimiglia senza dimora, campando di elemosina. Psicologicamente devastato da anni di respingimenti e convinto del fallimento del proprio progetto migratorio era finito ai margini, viveva e dormiva in strada sulla quale, lo scorso 9 maggio, era stato accerchiato e preso a bastonate, calci e pugni da tre cittadini italiani mentre chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato “aveva tentato di rubarmi il telefonino” aveva tentato di argomentare le cause di quel pestaggio uno dei tre aggressori denunciati a piedi libero per lesioni aggravate. Ricoverato per le botte subite, Moussa era stato raggiunto da un decreto di espulsione perché risultato privo di permesso di soggiorno e trasferito al Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino con un livello tale di approssimazione da registrarlo nella struttura con nome e cognome sbagliati.

Per questo motivo gli avvocati difensori, attivati immediatamente dalle associazioni che a Ventimiglia si impegnano a colmare l’assenza istituzionale nell’assistenza delle persone in transito verso la Francia, hanno perso giorni preziosi per rintracciare il giovane guineano: “Lo abbiamo iniziato a cercare subito – spiega Ersilia Ferrante, avvocata di Sanremo che si è coordinata con i colleghi Gianluca Vitale e Alessandra Ballerini – ma contattando il Cpr a più riprese ci ripetevano che non era trattenuto nella struttura. Forse se l’avessimo raggiunto subito e fatto ricorso, Moussa Mamadou Balde domenica scorsa poteva già essere libero, avrebbe avuto il supporto medico e psicologico di cui aveva diritto ma che gli è stato negato”.

Per l’avvocata Alessandra Ballerini non solo Moussa “non doveva stare lì dentro”, ma quello che gli è stato fatto, “nelle condizioni in cui si trovava, si configura come un’istigazione al gesto estremo che poi ha purtroppo compiuto” argomenta Alessandra Ballerini.

Per ricordare il giovane di origini guineane, in questi giorni, gli educatori del centro di accoglienza straordinaria di Imperia dove ha vissuto un paio d’anni hanno diffuso un video nel quale Moussa, allora 19enne, nel maggio 2017 condivide i suoi progetti: “Sono dovuto andare via dal mio paese dove la situazione era diventata troppo difficile, vorrei restare in Italia, in questo paese ho avuto un assaggio di come la vita può essere bella, voglio studiare per poter trovare un buon lavoro”.

Moussa Balde era arrivato in Italia da richiedente asilo, quattro anni fa, assieme a un gruppo di altri ragazzi francofoni con i quali era stato trasferito nel Cas, a differenza di molti altri ragazzi, lui non tenta subito il passaggio in Francia. Si fida del sistema dell’accoglienza italiano e del percorso che gli viene proposto per l’attesa dell’esito della sua domanda di protezione, resta a Imperia dove in brevissimo tempo impara l’italiano, nel 2018 ottiene la licenza media.

“È una di quelle persone che dimostrano una marcia in più – ricordano due educatori che hanno passato lui a Imperia – tenace, curioso, voglioso di inserirsi anche nel tessuto sociale della città”. Moussa frequenta anche le iniziative sociali della Talpa e l’Orologio, collettivo che da anni organizza concerti, incontri e manifestazioni nel ponente ligure: “Parlava della sua storia e condivideva i suoi sogni e i suoi progetti con noi – racconta Francesco – poi un giorno è sparito, non reggeva più i tempi di attesa infinita per la convocazione in commissione, abbiamo perso le sue tracce”.

Così, dopo alcuni tentativi, Balde riesce a passare la frontiera nel 2019, senza attendere la fine dell’interminabile iter di accettazione della sua domanda di protezione, in Francia però non trova la stabilità che cerca, bensì altre porte chiuse e problemi con i documenti. Negli ultimi mesi Moussa era stato respinto dalla Francia verso la frontiera italiana, persa ogni prospettiva e l’entusiasmo dimostrato quattro anni fa, inizia a bere e perde ogni slancio propositivo per uscire dai margini e dalla strada.

Chi ha incrociato il suo sguardo negli ultimi tempi, o l’ha incontrato durante le distribuzioni di cibo della Caritas, lo descrive totalmente assente: “Purtroppo ho solo incrociato diverse volte il suo sguardo spento, davanti a quel Carrefour dove chiedeva l’elemosina – racconta l’operatore legale Jacopo Colomba, che con lo sportello di WeWorld aiuta ogni giorno decine di persone a orientarsi nei meandri burocratici nei quali le persone finiscono dopo anni di respingimenti – Sembrava devastato dalla vita di strada, ma non più in grado di affidarsi neanche alla rete solidale, quando veniva a prendere da mangiare mi raccontano che non riusciva neanche a riferire il proprio nome o il paese di provenienza”.

La deriva descritta, vissuta sulla propria pelle da Moussa, è purtroppo una situazione tutt’altro che inconsueta a Ventimiglia, dove chi si trova bloccato nel limbo dei respingimenti incrociati, privo di documenti, viene trascinato verso la marginalità sociale, da soggetto in transito a persona senza dimora. In questo contesto e in queste condizioni, sulla frontiera di Ventimiglia, decine di giovani migranti continuano a trovare la morte: un 37enne pakistano trovato senza vita nel suo giaciglio a lato strada giovedì scorso, un altra persona travolta da un treno sui binari verso la Francia questa mattina. Intanto, questa settimana, un centinaio di persone si sono riunite a portare un ricordo e chiedere verità e giustizia per Moussa depositando fiori e messaggi sul luogo del pestaggio, a Ventimiglia, mentre il prossimo 4 giugno è prevista una manifestazione per ricordarlo in piazza Castello a Torino, annunciata dalla garante dei detenuti della Città, Monica Gallo: “Gli sono stati negati i diritti più elementari e hanno calpestato la sua dignità. Il giorno dopo l’aggressione – aggiunge – nonostante i dieci giorni di prognosi, è stato trasferito nel Cpr, dove non gli è stato concesso il diritto di essere registrato con le proprie corrette generalità, dove nessuno si è interessato ad ascoltare la sua storia, arrivando alla violazione del più fondamentale dei diritti, quello alla vita”.

Intanto è stata effettuata l’autopsia per escludere altre eventualità connesse al suicidio e verificare anche le condizioni fisiche come conseguenza delle lesioni subite per le sprangate ricevute a Ventimiglia da tre aggressori, mentre due esposti sono stati presentati dall’associazione Frantz Fanon (che da anni monitora il tema dell’impatto delle migrazioni sulla salute mentale delle persone) e dall’avvocato Gianluca Vitale che assiste i familiari di Moussa Balde, le ipotesi di reato sono l’omicidio colposo, la morte come conseguenza di altro reato, l’abuso di autorità contro arrestati, il sequestro di persona: “la privazione di contatti dovuta all’isolamento nel quale era stato confinato può aver influito sulle sue condizioni di fragilità psicologica, mentre altri ristretti del Cpr riferiscono di aver sentito Moussa Balde gridare tutta la notte, senza che nessuno andasse a visitarlo”. Solo alla fine della scorsa settimana era riuscito a incontrare l’avvocato Vitale: “Non riesco più a stare rinchiuso qui dentro: quanto manca a farmi uscire? Perché mi hanno rinchiuso? Voglio uscire: io uscirò di qui” aveva detto in condizioni psicologiche evidentemente critiche.

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