“In tanti mi dicono che sono stata molto fortunata a crescere con due genitori astrofisici. Io, in generale, rispondo che nell’astrofisica sono caduta dentro troppo piccola, come Obelix nella pozione magica di Panoramix”. A scrivere queste parole è Giulia Bignami, 31enne, laureata in chimica e autrice di “La zattera astronomica. Come sopravvivere a un papà scienziato” (Baldini + Castoldi). Sulla copertina viene presentato come un romanzo ma forse questo libro è qualcosa di più: una sarcastica biografia con un tocco di saggistica, quanto basta.

Figlia dell’astrofisico Nanni Bignami e della scienziata Patrizia Caraveo, Giulia, racconta di un’infanzia incredibile, a volte traumatica, spesso fantastica. L’autrice fin dalle prime pagine ci fa capire quanto la sua vita sia stata immersa nell’avventura: “Ho partecipato – scrive Giulia – a tante imprese “da signorine”, esposta a, in ordine sparso, piogge torrenziali in mezzo al nulla riparati sotto i cavi del telefono, ortiche perfide, tafani assassini, scivolate giù per i sentieri fatti dai cinghiali e incontri troppo ravvicinati con bestie varie: cinghialessa con famigliola di cinghialini, tacchini e oche”.

Un’esistenza quella della giovane scrittrice, oggi ricercatrice in Scozia, trascorsa tra noiose cene con astronauti e “premi Nobel in sopportabili”. Le pagine del libro scorrono velocemente tra gli aneddoti che riguardano suo padre a partire dalla sua passione per i formaggi sui quali l’astrofisico compiva un “processo di mummificazione”. Giulia, narra la vita di papà con gli occhi di una bambina che stenta a capire molte cose. “Durante il nostro soggiorno romano – racconta la giovane chimica -, sono stata portata diverse volte a eventi dell’Accademia dei Lincei, uno più palloso dell’altro”.

Ed è lì che Giulia, fa strani incontri: da Rita Levi Montalncini “che mio padre diceva di essere tenuta insieme dalla lacca dei capelli” al professor Villaggio, il fratello di Paolo: “Se gli parli – le disse papà – mi raccomando chiamalo professor Villaggio, mai fratello di Fantozzi”. E sul finale del libro, superata la centesima pagina, l’autrice si lascia andare a qualche soddisfazione: “Certamente avere due genitori scienziati è stata una fortuna: ho ereditato e sono cresciuta in una visione scientifica del mondo, che è l’unica vera e quindi, per definizione, la migliore che si possa insegnare a una figlia”.

L’ultimo capitolo, infine, è una sorpresa perché Giulia ci svela un’altra passione di papà, forse inimmaginabile per chi non lo conosceva: la poesia: “La passione di mio padre per le poesie era tale che, per ogni grande evento familiare, bisognava sempre averne una pronta. E, quando ero piccola, detestavo questa cosa. Andava sempre a finire che me le faceva imparare a memoria e poi dovevo recitarle in piedi su una sedia in una stanza piena di gente che mi guardava”.

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