“Io sono un artista, io salgo sul palco e dico quello che voglio e mi assumo le responsabilità di ciò che dico”, ha affermato Fedez nella nota telefonata con Rai 3. Purtroppo l’arte, troppo spesso nella storia, è stata oggetto di censura, a volte perfino con conseguenze penali. La censura è pericolosa.

Il 3 giugno del ‘57 il signor Shigeyoshi Murao – commesso della libreria e casa editrice City Lights, che aprì al mondo la letteratura della Beat Generation – fu arrestato per aver venduto a due poliziotti in borghese una copia del poema “Urlo” di Allen Ginsberg. Pensate un po’: entra qualcuno nel vostro negozio, vi chiede un libro, voi lo tirate giù dallo scaffale, guardate il prezzo, lo mettete in una busta, lo consegnate. E la conseguenza di tutto questo è la prigione. Il fondatore della City Lights, Lawrence Ferlinghetti, morto lo scorso febbraio quando stava per compiere 102 anni, fu processato assieme a Murao per oscenità. Un processo storico, che fortunatamente vide assolti gli imputati.

Quando aveva meno di vent’anni Kurt Cobain, leader dei Nirvana, fu arrestato e condannato per aver scritto sui muri della sua città “Dio è gay” e “Potere agli omosessuali”. Non è chiaro quanto la condanna riguardasse l’atto di vandalismo o i contenuti della frase.

Vi è invece un gruppo italiano, la cui storia è meno nota di quanto dovrebbe, che ha subito una pesantissima censura. Una censura non di tipo penale, ma tuttavia definitiva. Una censura da parte degli organi di informazione. Si tratta dei Giganti, grande gruppo beat nato nel 1964, che vedeva il frontman Enrico Maria Papes alla batteria, i fratelli Mino e Sergio Di Martino alla chitarra e al basso, Checco Marsella alle tastiere. La vicenda l’abbiamo raccontata di recente nella trasmissione di Antigone su Radio Popolare “Jailhouse Rock”. È importante che si conosca.

I Giganti erano un gruppo pacifista, vicino alle proteste degli studenti di oltreoceano. Dagli Stati Uniti arrivavano le notizie sul movimento studentesco e la contestazione della guerra in Vietnam. La musica, lì come qui, era una voce di protesta. I Giganti iniziarono ad avere un grande successo. Sono musicisti sofisticati, con arrangiamenti curatissimi. Piacciono a chi ama la buona musica. Eppure oggi tra i più giovani sono in pochissimi a sapere qualcosa di loro. Perché accade questo? Qualcosa ha fermato i Giganti. Ma cosa?

Una prima censura i Giganti la vivono nel 1967. Quell’estate al Cantagiro ci sono i Nomadi con Dio è morto, la famosissima canzone scritta da Guccini. Ci sono i Dik Dik. E ci sono anche i Giganti. Portano una canzone dal titolo Io e il presidente. Non ha un testo particolarmente rivoluzionario: “in un paese libero a me piace pensare che oggi io non sono nessuno, domani sono presidente della Repubblica”. Questo dice. Quello che tanto retoricamente si elogia degli Stati Uniti: chiunque può farsi con le proprie mani. Ma no, non va bene: radio e televisioni censurano il brano. Potrebbe far riferimento al presidente in persona, e questo non sta bene. Perché? Non c’è perché, non sta bene e basta, non è decoroso.

Poi arriva il ’68, la contestazione anche in Italia, il movimento. I Giganti sono lì, sono parte di quello che sta accadendo. Nel 1971 fanno una scelta forte, che li porta a ben altra censura. Una censura definitiva. Quell’anno i Giganti pubblicano “Terra in bocca”. Il sottotitolo è: “Poesia di un delitto”. È un disco complesso, più vicino al rock progressive che al beat. È un concept album, un’opera rock, pensata per poter essere rappresentata in un teatro. In “Terra in bocca” i Giganti raccontano di un omicidio di mafia in Sicilia: l’omicidio del figlio di un contadino che aveva voluto sfidare la mafia nella guerra per l’acqua.

Questa fu la fine dei Giganti. L’opera rock “Terra in bocca” subì l’attacco di una censura pericolosa. L’album venne trasmesso pochissimo in radio e poi della band non si seppe più nulla. Fino al 1998, quando il comico Paolo Rossi invitò i Giganti alla sua trasmissione.

Nel 2009 le edizioni Il Margine pubblicarono un libro, con l’album allegato, di Brunetto Salvarani e Odo Semellini dal titolo “Terra in bocca. Quando i Giganti sfidarono la mafia”. Nella prefazione Don Luigi Ciotti ringraziava i Giganti perché “già trent’anni fa, nonostante il boicottaggio del disco e l’apparente sconfitta, alla mafia gliele hanno davvero cantate”. Nel 2011 “Terra in bocca” ha vinto il Premio Paolo Borsellino.

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