Quando Mario Draghi è stato convocato al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo veniva da 15 mesi d’inattività. L’ultimo giorno di ottobre del 2019 aveva concluso il suo mandato da presidente della Banca centrale europea e da allora non aveva più ricoperto alcun incarico professionale. Se lo avesse fatto avrebbe dovuto chiedere il permesso al suo vecchio datore di lavoro, se così possiamo definire il rapporto che lega la Bce a quello che era il suo dirigente di più alto grado. Questo perché tutti gli ex funzionari della Banca centrale sono obbligati a dichiarare gli eventuali nuovi incarichi assunti. Almeno nei due anni successivi alla fine del loro mandato all’Eurotower, devono rispettare uno stringente codice di condotta sul quale vigila un apposito comitato etico. Sarà poi il consiglio direttivo a decidere se è opportuno che l’ex dipendente della Banca inizi un nuovo lavoro. O se invece, al contrario, è necessario un ulteriore momento di cooling-off, un periodo di “raffredamento” che separa l’incarico pubblico da quello privato: una pausa che serve, in pratica, a garantire una riduzione del rischio di conflitti di interesse. Per questo motivo, ogni anno, la Bce chiede agli ex funzionari di fornire una dichiarazione in cui sono indicati tutti i loro impieghi retribuiti durante l’anno precedente. A spiegarlo è la stessa Banca centrale europea, interpellata sull’argomento da the Good Lobby, l’organizzazione non governativa che si batte per rendere più trasparenti i processi decisionali europei. Il carteggio tra l’ong e la Bce fa parte di un dossier sulle porte girevoli tra politica e affari, che ilfattoquotidiano.it presenta in esclusiva e ha offerto in anteprima ai suoi sostenitori. Questa è solo la prima puntata di un’inchiesta che, anche grazie alle segnalazioni dei nostri lettori, punta a disegnare la mappa degli ex politici che sono passati a lavorare per le lobby private. L’obiettivo è chiedere al governo di intervenire con una legge per disciplinare quello che rischia di essere a tutti gli effetti un vulnus democratico.

Il fenomeno delle poltrone che girano – Non è illegale e non rappresenta neanche una forma di illecito. Non viola la legge, per il semplice fatto che una vera e propria norma, almeno in Italia, ancora non c’è. Eppure il fenomeno delle porte girevoli rappresenta una delle più deleterie pratiche che possono minare la trasparenza, l’integrità e l’equità delle istituzioni. Un fenomeno sfuggente, quasi sempre legale, spesso sottovalutato o ignorato dall’opinione pubblica nonostante sia causa di enormi conflitti d’interesse. Gli inglesi lo hanno ribattezzato revolving doors, i francesi lo chiamano pantouflage, nei fatti è sempre la stessa storia: poltrone che girano, cambiando radicalmente la propria natura e sulle quali siedono le stesse persone. Ieri erano ufficiali pubblici, politici eletti per prendere decisioni a tutela degli interessi della comunità; oggi fanno i lobbisti, pagati per fare pressione su chi li ha sostituiti a favore del loro nuovo datore di lavoro. Ecco perché si chiamano porte girevoli: imboccandole ex politici di alto livello riescono a passare da un ruolo pubblico a un incarico privato, spesso molto ben remunerato. Dove sta il problema? Nel fatto che l’ex politico porta con sé una rete di informazioni e relazioni costruita negli anni trascorsi al vertice dell’amministrazione pubblica. Rapporti e conoscenze che fanno gola ai privati. Soprattutto quando i profitti di questi ultimi sono legati a doppio filo al tipo di decisioni che prenderà la politica. In questo senso le porte girevoli sono una patologia dell’attività di lobbying: è pressione sul decisore pubblico operata da un ex decisore pubblico. Cosa succede quando un ministro o un presidente del consiglio interloquisce con un’azienda privata, rappresentata da un ex politico, che magari nella “vita precedente” l’ha preceduto in quella stessa carica pubblica? O ancora: che tipo di indipendenza di giudizio può avere un esponente di governo quando magari deve la sua carriera politica a quello che nel frattempo è diventato il portatore d’interessi di una società privata? Gli americani la chiamano regulatory capture: una sorta di soggezione che spinge un organismo statale, creato per tutelare l’interesse pubblico, ad agire in favore degli interessi commerciali privati.

Italia girevole, poche leggine ma confuse – È per questo motivo che la Bce chiede ai suoi ex alti funzionari informazioni dettagliate su ogni nuovo incarico assunto nei due anni successivi alla fine del mandato. Un codice di condotta che a Francoforte è stato aggiornato proprio sotto la presidenza Draghi. Tornato a Roma, l’attuale presidente del consiglio ha finora tenuto un basso profilo sul fenomeno. In Italia, infatti, non esiste una legge univoca sulle porte girevoli. Non c’è una norma unica e chiara, ma in compenso ci sono alcune leggine piccole e piccolissime che sono completamente inutili. E infatti nel 2015 Transparency International indicava il nostro Paese come uno dei pochi dell’Unione Europea privo di una normativa organica sulle revolving doors. Gli altri erano l’Austria, l’Ungheria e la Lettonia. Sei anni dopo non è cambiato quasi nulla. Poche settimane fa il Greco, l’organo del consiglio d’Europa che si occupa di lotta la corruzione, ha indicato tra i punti deboli della legislazione italiana la mancanza di una legge sul conflitto d’interessi, di norme che disciplinino le attività di lobbying e i rapporti tra lobbisti e decisori pubblici. E poi ha chiesto potenziare i codici di condotta della Camera e del Senato. Quello di Montecitorio, infatti, non contiene alcun riferimento alle porte girevoli ma obbliga i deputati a dichiarare gli incarichi ricoperti quando si candidano ed eventuali nuovi impieghi assunti dopo la propria elezione. Il Senato, per non sbagliare, un codice di condotta neanche ce l’ha. E dire che di porte girevoli si preoccupavano già i padri della Repubblica. La prima legge a imporre limitazioni a coloro che avevano rivestito cariche pubbliche risale al 1953 e porta il nome di don Luigi Sturzo: per un anno, chi aveva avuto funzioni di Governo non poteva assumere cariche in alcuni enti che gestivano servizi per conto dello Stato. Cosa è accaduto nel mezzo secolo successivo? Quasi niente. Sono stati aggiunti altri micro divieti, quasi sempre senza una logica. E quasi sempre senza sfiorare il vero cuore della questione: i conflitti d’interesse dei politici di alto livello. Nel 1973, per esempio, si è imposto agli ex funzionari pubblici un divieto temporaneo, di durata variabile, per lo svolgimento di attività professionale privata. Nel 2012, la legge Severino ha introdotto un periodo di “raffreddamento” per tutti i dipendenti pubblici che hanno esercitato poteri negoziali per la pubblica amministrazione: devono aspettare tre anni prima di andare a lavorare per i privati. E i politici? La stessa Severino dice che se hai ricoperto cariche elettive il periodo di “raffreddamento” rimane almeno di un anno, ma deve essere regolato in base alla rilevanza della carica ricoperta. Insomma: in Italia il quadro normativo che regola le porte girevoli è frammentario e confuso. E quindi inutile. Non c’è una norma che spieghi cosa possono e non possono fare i parlamentari, i ministri, i presidenti del consiglio e di regione. E a partire da quando. Il risultato compare sui giornali continuamente: ex onorevoli che in modo completamente legale passano da una parte all’altra della barricata. Porte che girano continuamente seppur in modo sempre diverso. C’è chi è più a rischio di conflitto d’interessi, visto che per i privati si occupa esattamente degli stessi dossier trattati quand’era decisore pubblico, e chi invece cambia completamente settore. Un fattore importante è anche quello rappresentato dal tempo: una cosa è passare dalla politica alle lobby senza alcun cooling-off; un’altra quando l’ex onorevole trascorre un periodo di “raffreddamento” prima d’imboccare la sua porta girevole. Sono casi distinti ma solo a livello teorico: non esistendo una norma, infatti, al momento è tutto lecito. Altra cosa, ovviamente, è il fattore legato all’opportunità.

Dal governo a Unicredit e Leonardo: i casi Padoan e Minniti – Per esempio: è opportuno che un ex ministro dell’Economia vada a presiedere uno dei più grossi gruppi bancari del Paese? Di sicuro è legale. Non c’è alcuna legge che ha impedito a Pier Carlo Padoan di dimettersi da deputato del Pd per accettare l’incarico nel consiglio di amministrazione di Unicredit. Ministro dell’Economia per quattro anni nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, poi parlamentare membro della commissione Bilancio, a ottobre Padoan ha lasciato il suo seggio a Montecitorio ed è in attesa che sia formalizzata la sua nomina a presidente dell’importante istituto di credito. Da via XX settembre a piazza Gae Aulenti, da Roma a Milano, la poltrona girevole di Padoan potrebbe beneficiare dell’esperienza accumulata negli anni trascorsi in politica. Era lui il ministro quando nel 2017 il governo nazionalizzò Monte dei Paschi di Siena. La stessa banca che adesso potrebbe fondersi proprio con Unicredit. Ha recentemente lasciato il suo seggio a Montecitorio anche Marco Minniti, pure lui ministro nel governo Gentiloni, che ha deciso di accettare la guida della fondazione Med-Or, nuova creatura di Leonardo, il colosso della difesa e dell’aerospazio noto per mezzo secolo come Finmeccanica. A leggere i comunicati ufficiali Med-Or sarà “un ponte attraverso il quale fare circolare idee, programmi e progetti” dal Mediterraneo allargato all’Estremo Oriente. Nei fatti sembra somigliare a una sorta think tank creato per costruire rapporti e sinergie in Paesi che per l’ex Finmeccanica sono molto interessanti da un punto di vista strategico. Med-Or è una sorta di fondazione culturale che punta a sostenere le strategie industriali di Leonardo anche dal punto di vista geopolitico. In questo senso, chi meglio di Minniti? Uno che ha fatto il sottosegretario alla Difesa con Giuliano Amato, poi è stato titolare della ambita delega ai servizi segreti quando a Palazzo Chigi c’erano Enrico Letta e Renzi, prima di essere nominato ministro dell’Interno di Gentiloni. Al Viminale ha interpretato il ruolo in maniera decisa, con delicate incursioni all’estero, come quando per frenare i flussi migratori ha condotto la trattativa con le tribù libiche. Politico di lungo corso, un passato remoto nei Ds e uno recente come aspirante leader del Pd (aveva annunciato la sua candidatura alle primarie prima di ritirarsi e sostenere Nicola Zingaretti), Minniti porta in dote numerose e profonde relazioni politiche e diplomatiche, sia sul fronte interno che su quello estero. E proprio nella stessa fetta di mondo in cui opererà la nuova fondazione di Leonardo.

Il caso Pistelli: politica e lobby guardano al Medio Oriente – Tutto assolutamente legittimo. Non ci sono leggi e se ci sono sono talmente deboli da essere praticamente inutili. Lo dimostra il caso di Lapo Pistelli, noto per essere il primo rottamato da Renzi, che lo ha sconfitto a sorpresa alle primarie di Firenze del 2009. Più volte deputato ed europarlamentare, nel 2013 Pistelli viene nominato viceministro degli Esteri nel governo Letta, per poi essere confermato dallo stesso Renzi. Sono i mesi in cui l’allora giovane premier si fa sfuggire in diretta televisiva chel’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti”. Passa un anno e Pistelli lascia la politica. Per andare dove? Ma ovviamente all’Eni, che nel giugno del 2015 lo nomina vice president stakeholder relations business development support. “Mi occuperò di promuovere il business internazionale e di tenere i rapporti con gli stakeholders, in Africa e in Medio Oriente, e dei progetti sulla sostenibilità”, raccontava in quei giorni il neo manager dell’azienda del cane a sei zampe. Qualcuno fa notare che i temi e i luoghi frequentati dal Pistelli manager sono più o meno gli stessi di cui si occupava il Pistelli politico, viceministro con delega al Medio Oriente e alla cooperazione. Sul caso viene chiamato a esprimersi l’Antitrust, che dà il suo via libera: anche secondo la legge Frattini del 2004 (che introduce specifiche incompatibilità per chi ha smesso di fare parte di un governo da meno di 12 mesi) Pistelli può imboccare la sua porta girevole perché la “competenza a amministrare e regolare i settori economici di riferimento di Eni Spa” riguardava “attribuzioni estranee” alle funzioni di viceministro degli Esteri. Del resto in quel momento il presidente dell’Antitrust era Giovanni Pitruzzella, che qualche tempo prima aveva riconosciuto durante un’audizione in Parlamento: “La legge italiana rinuncia a prevenire la situazione di conflitto di interessi e lo affronta solo quando sorge, in modo complesso e del tutto inefficace”. Che lavoro fa oggi Pistelli? Lavora sempre all’Eni, ma ha cambiato incarico: adesso è il director Public Affairs dell’azienda energetica. In pratica è a capo di tutte le attività di lobbying.

L’uomo dell’Air Force Renzi per i Benetton – Diverso è il caso di Claudio De Vincenti, altro ex ministro dei governi di centrosinistra che per imboccare la sua porta girevole non si è dovuto dimettere da parlamentare. Il motivo? Alle politiche del 2018 non è stato eletto. Sconfitto clamorosamente al collegio uninominale di Sassuolo, da alcune settimane è stato nominato presidente di Aeroporti di Roma, la società dei Benetton che gestisce gli scali di Ciampino e Fiumicino. Già ministro per il Mezzogiorno con Gentiloni, De Vincenti non è affatto nuovo al settore dell’aviazione: negli anni in cui Massimo D’Alema era a Palazzo Chigi, si occupava di aeroporti e autostrade in qualità di coordinatore del Nars, la struttura del ministero del Tesoro che regolava i servizi di pubblica utilità. Da sottosegretario alla presidenza del consiglio di Renzi, invece è l’autore di un carteggio che nei fatti dà il via libera all’acquisto in leasing dell’Airbus da Etihad, passato alla storia come Air Force Renzi. Recentemente, invece, il quotidiano Domani ha fatto notare come l’attuale ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, sia un dipendente di Leonardo in aspettativa. Solo pochi mesi prima era intervenuto come responsabile del dipartimento tecnologia e innovazione davanti alle commissioni parlamentari competenenti per spiegare su quali punti l’azienda avrebbe potuto competere nell’assegnazione dei fondi del Recovery Plan: oggi è il titolare di uno di dicasteri più importanti per la gestione dello stesso Recovery plan. Non si tratta propriamente di un esempio di porte girevoli, ma è un fatto che Cingolani tornerà – in teoria – a lavorare in Leonardo una volta finito il suo incarico al governo, senza un momento di cooling-off visto che la sua aspettativa è legata all’incarico ministeriale. Va sottolineato che per quanto riguarda alcuni progetti del Recovery non esistano in Italia concorrenti di Leonardo, società partecipata dello Stato: con o senza Cingolani al ministero. Nel cda della società siede anche Federica Guidi, che ha goduto di un momento di “raffreddamento” lungo quattro anni: si è dimessa da ministra dello Sviluppo economico nel 2016, mentre nell’aprile del 2020 è stata nominata – in quota Italia viva – nel cda di Leonardo. Di cui ha fatto parte – tra il 2014 e il 2016 – anche Marta Dassù, consigliere per la politica estera di D’Alema e Amato, poi sottosegretaria agli Esteri nel governo guidato da Mario Monti, quindi viceministro quando a Palazzo Chigi c’era Letta. Dal 2016 Dassù siede anche nel cda (con incarico non esecutivo e da indipendente) della Trevi Finanziaria Industriale, multinazionale dell’ingegneria e delle costruzioni con importanti commesse all’estero: tra i lavori più delicati quelli della messa in sicurezza della diga di Mosul. Un appalto valutato in circa 270 milioni di dollari.

L’Alfano d’Egitto, la Difesa di Crosetto e i derivati di Siniscalco – Ha fatto trascorrere circa un anno tra l’incarico politico e quello privato anche Angelino Alfano, ministro della giustizia con Berlusconi, dell’Interno con Renzi e degli Esteri con Gentiloni: nel 2019 ha accettato di diventare presidente del gruppo San Donato, la holding della famiglia Rotelli che domina la sanità privata in Lombardia. Più contestato l’altro lavoro cominciato da Alfano solo 30 giorni dopo aver concluso la sua esperienza di governo: consulente per il nuovo team dello studio legale Bonelli Erede specializzato in Public International Law & Economic Diplomacy con focus su Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, con un occhio di riguardo all’Egitto. Lo stesso Paese dove Alfano rimandò l’ambasciatore, precedentemente richiamato a Roma dopo l’omicidio di Giulio Regeni. I familiari del ricercatore assassinato furono tra i primi a chiedere spiegazioni per quel nuovo lavoro di Alfano. Faceva parte dell’ultimo governo Berlusconi anche Guido Crosetto, più volte deputato e sottosegretario alla Difesa, tra i fondatori di Fratelli d’Italia, che nel 2014 – dopo aver fallito la rielezione – viene nominato presidente dell’Aiad, la federazione della aziende Italiane che si occupano di Aerospazio, Difesa e Sicurezza: fa parte di Confindustria e ha come obiettivo quello di tenere i rapporti con le istituzioni nazionali e internazionali, come per esempio la Nato. Rieletto nel 2018, Crosetto si è dimesso pochi mesi dopo per rimanere al vertice di Aiad e assumere la presidenza di Orizzonte sistemi navali, una società creata da Finmeccanica e Fincantieri che costruisce tecnologia per le navi militari: corvette, fregate e portaerei. Domenico Siniscalco, già direttore generale del Tesoro, nel 2004 viene nominato ministro dell’Economia del governo Berlusconi. Si dimette nel settembre del 2005. Sette mesi dopo, nell’aprile del 2006, accetta di fare il vicepresidente della banca d’affari Morgan Stanley. Nel 2017 verrà citato in giudizio davanti alla corte dei conti per un presunto danno erariale, legato alla stipulazione – ai tempi in cui era dg del Tesoro – dei contratti in prodotti finanziari derivati con la stessa Morgan Stanley. Un caso riaperto nel febbraio del 2021 quando la Cassazione ha rigettato l’archiviazione del caso per difetto di giuristizione, accogliendo il ricorso del Procuratore generale della Corte dei Conti, che ha quantificato il danno erariale in 3,9 miliardi di euro. Più recente il caso di Maurizio Martina, per quattro anni ministro delle Politiche Agricole, poi segretario reggente del Pd, fino alle dimissioni da deputato nel gennaio scorso per essere nominato vicedirettore generale aggiunto della Fao, l’organizzazione delle Nazioni unite che si occupa di alimentazione e agricoltura. Intendiamoci: la Fao non è una lobby che ha tra i suoi obiettivi quello di fare pressione occulta sui governi. Quindi in questo senso il caso dell’esponente Pd è diverso dagli altri. Ma senza il passato in politica, con la relativa rete di conoscenze e relazioni che appartiene a chi ha fatto il ministro, Martina avrebbe avuto comunque accesso a quell’incarico di prestigio? Non esiste una controprova e dunque è impossibile saperlo.

Le lacune italiane e il caso Renzi: così fan tutti (finché è legale) – Un vero e proprio caos, impossibile da riordinare senza una norma. Allo stato in parlamento ci sono alcune proposte di legge che provano a intervenire sul fenomeno. Sono quelle di Anna Macina del M5s, Francesco Boccia ed Emanuele Fiano del Pd, raggruppate in un testo base da Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera: prevedono un freno al fenomeno delle porte girevoli, limitandolo però solo a chi ha ricoperto incarichi di governo, con un periodo di “raffreddamento” ristretto ad appena 12 mesi. Per i parlamentari, invece, non è prevista alcuna limitazione. Un’altra proposta porta la firma di Francesco Silvestri del M5s: vieta a politici di ogni ordine e grado di iscriversi al registro dei lobbisti nei due anni successivi alla fine del mandato. Tutte norme che rappresentano una buona base di partenza, ma che sono ferme in Parlamento da molti mesi. Di “lacune” e “contraddizioni che caratterizzano la rappresentanza degli interessi particolari presso decisori pubblici, il lobbying e il conflitto d’interessi”, ha parlato recentemente Marta Cartabia, la nuova guardasigilli, intervenuta in commissione Giustizia per delineare il programma del suo dicastero. Parole pronunciate nelle stesse settimane in cui hanno fatto rumore le trasferte in Arabia Saudita di Renzi. L’ex premier, ora leader d’Italia viva, fa parte del board del fondo arabo Future Investment Initiative Institute: incarico che gli garantisce denaro e una presenza più o meno assidua nel Golfo persico. Solo che Renzi, a differenza dei suoi colleghi citati in questo articolo, non si è dimesso per intraprendere l’attività di lobbista ma è ancora un senatore in carica, leader di un partito che, per quanto piccolo, ha determinato la caduta del governo di Giuseppe Conte. E non contento ha appena aperto una sua società specializzata nel fare consulenza alle imprese. Problema: come si fa a capire che tipo di interessi rappresenta Renzi quando va in Arabia? Quelli italiani o quelli del fondo arabo di cui fa parte? E quando invece vota al Senato agirà come un semplice parlamentare, senza farsi influenzare dai possibili clienti della sua società di consulenza? “Finché i regolamenti permettono di fare quello che noi stiamo facendo, io continuo a farlo nel rispetto delle leggi”, dice il diretto interessato. Renzi parla al plurale e al momento ha pure ragione: finché non ci sarà una legge chiara per fermare le porte girevoli, queste continueranno inesorabilmente a girare.

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