Il virus colpisce dove ci sono le debolezze. Vale per i corpi e vale anche per l’economia. Lo spiega oggi l’Istat nel suo Rapporto 2021 sulla competitività dei settori produttivi che fotografa l’impatto della pandemie sulle imprese italiane. Ne emerge un dato allarmante: “circa il 45% è strutturalmente a rischio”. Significa che non sono in grado di resistere ad una nuova crisi. “Esposte a una crisi esogena, subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività”, spiega l’Istat. Queste imprese sul filo del rasoio si concentrano soprattutto nei settori a basso contenuto tecnologico e di conoscenza. Il rapporto dell’Istat evidenzia come in Italia il valore aggiunto è “diminuito dell’11,1% nell’industria in senso stretto, dell’8,1% nei servizi, del 6,3% nelle costruzioni e del 6% nell’agricoltura” . Gli effetti economici più devastanti riguardano le attività legate al turismo.

La quota di chi segnala seri rischi di chiusura è elevata nelle attività delle agenzie di viaggio (oltre 73%), in quelle artistiche e di intrattenimento (oltre 60%), nell’assistenza sociale non residenziale (circa 60%), nel traporto aereo (59%), nella ristorazione (55%). Nel comparto industriale risaltano le difficoltà della filiera della moda: abbigliamento (oltre 50%), pelli (44%), tessile (35%). Nei servizi risulta strutturalmente fragile o a rischio circa il 50% delle imprese, con picchi elevatissimi in alcuni settori a bassa intensità di conoscenza: ristorazione (95,5%), servizi per edifici e paesaggio (90%), altre attività di servizi alla persona (92,1%), assistenza sociale non residenziale (85,6%), attività sportive e di intrattenimento (85,5%). Nell’industria quote elevate si osservano in alcuni comparti a basso contenuto tecnologico: legno (79,7%), costruzioni specializzate (79,7%), alimentari (78,5%), abbigliamento (73,2%). La crisi ha colpito soprattutto le imprese di piccola e piccolissima dimensione attraverso un crollo della domanda interna e della liquidità. Circa il 30% è rimasto “spiazzato” dalla pandemia, un quarto ha reagito introducendo nuovi prodotti, diversificando i canali di vendita e di fornitura, un quinto ha riorganizzato profondamente processi e spazi di lavoro.

Appena un’impresa su nove (11%) appare in condizione di piena solidità. Si tratta però delle aziende più grandi tanto che in questo 11% di concentrano la metà degli occupati italiani e i due terzi del valore aggiunto generato dalla nostra economia. La crisi, spiega ancora l’Istat, ha “prodotto divisioni sul territorio, anche a causa della applicazione delle misure di contenimento della pandemia su base regionale”. Risultano colpite dalla crisi tutte le regioni, ma l’impatto più forte è al Centro-Sud. In 11 regioni “almeno la metà delle imprese presenta almeno due di tre criticità che le denotano a rischio alto o medio-alto (riduzione di fatturato, seri rischi operativi e nessuna strategia di reazione alla crisi)”. Di queste 11, sette sono nel Mezzogiorno (Campania, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Puglia), una sola al Nord (provincia autonoma di Bolzano) e tre nel centro Italia (Lazio, Umbria e Toscana).

L’impatto economico della pandemia sui territori è stato “eterogeneo ma pervasivo”. Le regioni la cui economia è specializzata nelle attività più colpite dalla recessione appartengono a tutte le macro-ripartizioni: Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Sardegna, Lazio e Toscana (settori del turismo), Veneto, Toscana, Umbria e Marche (tessile), Calabria e Sicilia (commercio e ristorazione). Nonostante uno scenario in miglioramento, aggiunge l’Istat, le prospettive di ripresa per il 2021 sono giudicate limitate: meno di una impresa su cinque prevede una normale prosecuzione dell’attività nella prima metà dell’anno. La crisi ha colpito soprattutto le imprese di piccola e piccolissima dimensione (risulta a rischio oltre un terzo di quelle con 3-9 addetti) e si è manifestata prevalentemente attraverso un crollo della domanda interna e della liquidità. L’insolvenza di molte imprese, che costituisce il principale rischio nei mesi a venire per il sistema produttivo italiano, aumenta l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shock dal segmento non finanziario, implicando possibili tensioni sia sui bilanci delle banche, sia sui rapporti banca-impresa, avvisa l’Istat nel rapporto.

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