È bene precisarlo subito: la temutissima variante giapponese non è una nuova versione del virus Sars-CoV-2. In realtà, è una singola mutazione che abbiamo ritrovato in varie varianti già note, comprese quelle sudafricana e brasiliana. “Si chiama E484K è una mutazione che riguarda un singolo punto della proteina Spike, la chiave d’accesso del virus nella cellula”, spiega Giuseppe Novelli, genetista del Policlinico Tor Vergata di Roma. Una variante, invece, è spesso caratterizzata da più mutazioni.

“In particolare, E484K è chiamata ‘mutazione di fuga’ – sottolinea il genetista – perché aiuta il virus a scivolare oltre le difese immunitarie del corpo”. Da quanto sappiamo infatti la “mutazione giapponese” sembra più abile a “sfuggire” alle nostre difese e teoricamente potrebbe fare altrettanto con le difese indotte dal vaccino. È stata trovata con una frequenza elevata in Giappone, ma sembrerebbe abbastanza diffusa anche in altre parti del mondo. Nel Regno Unito mutazione E484K è stata ritrovata in oltre una decina di campioni portatori della variante inglese. Da qui la paura che alla già nota contagiosità di quest’ultima si unisca la capacità della “mutazione giapponese” di eludere il sistema immunitario: un connubio che, teoricamente, potrebbe portare a un aumento dei casi gravi di Covid-19.

Un’altra preoccupazione è che la variante sudafricana, caratterizzata dalla “mutazione giapponese”, possa essere in grado di reinfettare in modo più efficiente le persone che sono state precedentemente colpite con la forma originale del virus. “È probabile che ciò sia dovuto, in parte, al fatto che la mutazione E484K può indebolire la risposta immunitaria e influire sulla longevità della risposta anticorpale neutralizzante”, dice Lawrence Young, virologo e professore di oncologia molecolare presso la Warwick University, sul British Medical Journal. “Quindi le varianti B.1.1.7 (‘inglese’, ndr) che portano la mutazione E484K possono essere più efficienti nella reinfezione”, aggiunge.

E infine c’è il timore che i vaccini non funzionino. Ci sono ricerche che dimostrano che gli attuali vaccini funzionano contro la variante “inglese” senza la mutazione E484K. Tuttavia, recenti studi clinici di Novavax e (Janssen) Johnson & Johnson hanno dimostrato che i loro nuovi vaccini sono meno efficaci in Sudafrica rispetto al Regno Unito o agli Stati Uniti, presumibilmente a causa dell’alto livello di virus portatori della mutazione E484K. Ma ci sono segnali positivi. Novavax ha dichiarato che il su vaccino ha un’efficacia del 60 per cento in Sudafrica, un livello di efficacia considerato ancora abbastanza buono, equivalente a quello del vaccino antinfluenzale. “Pfizer e Moderna rispondono abbastanza bene contro questa mutazione”, aggiunge Novelli. “Inoltre, dobbiamo essere fiduciosi perché i vaccini possono essere ‘aggiornati’ in poco tempo per stimolare risposte più efficaci contro le nuove varianti”, aggiunge.

I ricercatori di Oxford, insieme ad AstraZeneca, ad esempio, stanno già cercando di aggiornare il loro vaccino per renderlo più efficace contro le mutazioni che si stanno osservando. Stando a quanto riportato dal Britsh Medical Journal, la versione “aggiornata” potrebbe essere disponibile entro l’autunno. “È possibile che possa assumere la forma di un richiamo, una dose che viene aggiornata e lanciata ogni anno”, ipotizza la rivista britannica. E non dobbiamo dimenticare i farmaci. “Abbiamo anticorpi monoclonali di nuova generazione che rispondono bene e neutralizzano questa variante”, sottolinea Novelli. “Inoltre, sono allo sviluppo farmaci che attaccano il virus in modi diversi e che la loro azione non è legata in alcun modo alle varianti”, aggiunge. “Basta quindi con questo terrorismo delle varianti e massima fiducia nella scienza”, conclude.

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