Non è stato un evento meteorologico avverso a mettere in allarme la popolazione del Lago d’Iseo per una decina di giorni. Bensì l’ostinato, incontrollato e continuo sfruttamento minerario della marna, ottimo materiale per produrre cemento. Due settimane vissute con la paura del crollo sulle case sottostanti di un pezzo del Monte Saresano, versante bergamasco del Sebino, e con il rischio che i detriti si riversassero nel lago provocando un’onda anomala in grado di raggiungere la costa bresciana e la dirimpettaia Monteisola con effetti imprevedibili.

Le attività estrattive sono in corso dai primi anni del Novecento, da quando sono cominciate le attività del cementificio. La produzione di cemento è una lavorazione insalubre, che dovrebbe stare lontana dalle zone abitate, in ogni caso non più nel cuore del suggestivo. In questi 120 anni, l’attività ha dato lavoro a intere famiglie, ma il prezzo è stato caro. Il tumore ai polmoni nella popolazione maschile si è dimostrato devastante. Se in passato la produzione si poteva giustificare – vista l’alta domanda di cemento, la ricaduta sull’occupazione locale, la scarsa sensibilità ambientale e la sottomissione dei sindaci verso i potenti proprietari del cementificio – oggi non è più così. La transizione ecologica deve partire da qui.

Il locale circolo di Legambiente ha lanciato una petizione per la chiusura definitiva delle cave, del cementificio e la rimozione del materiale franante. Un’indagine dell’Agenzia di Tutela della Salute (Ats), svolta nel 2017, dimostrava che in quel comune e in quelli confinanti c’era un aumento della mortalità e dei ricoveri per tumori del polmone e per patologie cardiache, limitate ai maschi. Ciò indica che esiste un rischio indebito soprattutto per i lavoratori: come non pensare al cementificio? L’indagine è datata 2017 e, nonostante l’impegno preso da Ats, dopo quella data non è stato completato il monitoraggio dei ricoveri e della mortalità. Secondo l’associazione ambientalista la magistratura dovrebbe fare luce, una volta per tutte, sulle cause di questa grave situazione sanitaria e idrogeologica.

Il Lago è una meta turistica dagli anni Cinquanta, e l’effetto sul paesaggio dell’impianto e dell’enorme sventramento delle cave sulla montagna sono una ferita sull’intero paesaggio lacustre. Dimenticata per anni, è ritornata a farsi sentire la minaccia di frana. Il volume di roccia che è smottato, tra 1,5 e 2 milioni di metri cubi di materiale, ha provocato una crepa sulla strada provinciale interrompendo il collegamento con il borgo di Parzanica. Oltre agli addetti della Cementifera ItalSacci (del gruppo tedesco Idelberg, secondo produttore al mondo di cemento con 185,4 milioni di tonnellate/anno), sono minacciati anche gli abitanti della sottostante località Vigolo e della confinante Tavernola.

Partito l’allarme, per alcuni giorni gli abitanti di Vigolo e quelli della dirimpettaia Siviano Porto (Monteisola) sono stati evacuati. Secondo l’unità di crisi messa in piedi alla bell’e meglio, nello scenario peggiore la frana avrebbe potuto causare una temutissima inondazione. Sono stati rifatti i vecchi piani di evacuazione (fermi al 2011). I comuni più direttamente interessati hanno concentrato il loro lavoro per la messa in sicurezza delle abitazioni e delle attività poste in riva al lago. Da qualche giorno, finalmente, i residenti delle sponde del lago possono tirare un sospiro di sollievo. È stata infatti annunciata la fine della fase di “attenzione”, visto che gli spostamenti a valle della frana sono tornati ai livelli normali.

La minaccia però è sempre lì, incombente. Gli scavi, che hanno sbriciolato la montagna fino a renderla pericolosa, sono fermi da dieci anni, dice la direzione del cementificio (che nel frattempo ha scavato nelle montagne vicine), ammettendo implicitamente che la causa di questo pericolo è stata l’escavazione. Nel verbale della riunione del 5 marzo 2021, a cui hanno partecipato la prefettura di Bergamo, i sindaci interessati e alcuni docenti universitari, si legge: “La frana è una diretta conseguenza dell’attività estrattiva degli anni precedenti. Il versante che sovrasta il cementificio Italsacci è in continuo movimento e oggetto di attenzione da diverso tempo”.

In piena emergenza Covid i comuni si sono superati nell’allertare la popolazione rivierasca e nel delocalizzare alcune attività come il reparto di psichiatria dell’ospedale d’Iseo, nell’individuare le aree critiche, nel definire e gestire un database e nell’approntare i piani di evacuazione. A quali costi? Chi li pagherà? Toccherà a chi li ha provocati, o sempre a Pantalone? Chi pagherà i danni d’immagine al turismo del lago e le numerose disdette dei turisti stranieri? Ora c’è da quantificare il costo della messa in sicurezza definitiva della montagna. Chi avrà l’onere di sostenerlo?

Sarebbe logico che spettasse a chi questi danni li ha causati. Il cementificio gode di una ricca rendita di posizione non più giustificabile, a cui si sono aggiunti i permessi di inquinamento di CO2 allocati a titolo gratuito dallo Stato Italiano all’impianto di Tavernola a partire dal 2008 e solo parzialmente utilizzati per la produzione del cemento. Si tratta di oltre 70 milioni di euro. La chiusura dell’impianto comporterebbe la bonifica del sito e la messa in sicurezza della montagna a carico dell’azienda, da realizzare con gli attuali occupati. L’utilizzo di ammortizzatori sociali scatterebbe solo se non fosse messa in campo alcuna alternativa di riconversione a fini museali, culturali, turistico-ricettivi. Difficile che su un lago che punta sulla sua competitività turistica ciò non possa accadere.

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