“E’ un ambiente tossico e distruttivo” scriveva già nel 2012 Greg Smith in un articolo apparso sul New York Times dal titolo “Perché lascio Goldman Sachs”. Smith, che nell’articolo aggiungeva tra l’altro che i suoi colleghi erano soliti riferirsi ai clienti con il termine “puppets”, ossia pupazzi, aveva lavorato per 12 anni nella più prestigiosa banca d’affari al mondo. Racconterà poi la sua esperienza in un libro. Il tema è tornato di attualità in questi giorni dopo che un gruppo di giovani analisti al loro primo anno di lavoro nella banca d’affari ha documentato le condizioni di lavoro e protestato con il management. Il documento racconta di giornate di lavoro che durano fino alle 3 del mattino, cinque ore di sonno, 95-100 ore di lavoro a settimana. Il tutto esasperato dalla nuova realtà disegnata dalla pandemia. Da un lato lo spersonalizzante, e senza limiti, lavoro da casa, dall’altro l’aumento dei carichi di lavoro dovuto al boom di operazioni sui mercati, di fusioni e acquisizioni e di insolvenze, che si stanno verificando in questo periodo.

La soddisfazione dei dipendenti? 2 su 10. “Perdere il lavoro mi spaventa molto meno dell’ipotesi di soccombere in questo stile di vita”, racconta una delle giovani leve di Goldman Sachs. Quasi tutti gli interpellati escludono di rimanere nella banca per più di sei mesi se le condizioni di lavoro rimarranno le stesse oltre a denunciare un peggioramento delle proprie condizioni sia fisiche che mentali. Tutti raccontano di un deterioramento delle relazioni con familiari e amici, il 77% si sente vittima di sopraffazioni sul posto di lavoro, il 75% sta valutando di ricorrere ad un sostegno piscologico. Il 100% parla di scadenze irrealistiche e l’83% di controlli continui ed esasperanti. Alla domanda siete soddisfatti del luogo in cui lavorate la media delle risposte, in una scala 1 a 10, è 2. La richiesta all’azienda, che non nega che ci sia una forte pressione sui dipendenti e annuncia nuove assunzioni, è innanzitutto quella di un alleggerimento degli orari (max 80 ore a settimana) e scadenze per gli obiettivi realistiche.

Eppure, Goldman Sachs rimane una delle mete più ambite e prestigiose per chi vuole intraprendere una carriera nel mondo della finanza. Esiste il rovescio della medaglia: stipendi alti, benefit, bonus, clienti importanti, possibilità di carriere veloci. Discorsi simili, sia in termini di condizioni di lavoro che di attrattività, possono essere replicate in relazione a molte delle grandi “firme” della costellazione finanza. Da Morgan Stanley a Jp Morgan o Citi cambia poco. La novità è che il Covid sta esasperando le difficoltà che si trovano a fronteggiare i nuovi arrivati ma il battesimo di fuoco è prassi da anni. Nel 2016 il giornalista d’inchiesta Joris Luyendijk, ha pubblicato il libro “Nuotare con gli squali”, un viaggio nel mondo delle banche d’affari della City londinese. Tra le tante testimonianze raccolte nel libro alcune sono particolarmente indicative del clima di lavoro. Una responsabile delle relazioni esterne ad esempio ricorda “Posso citare episodi pazzeschi di gente bersagliate di richieste anche quando è in bagno, o all’ospedale o in vacanza”. Dato che le persone sono giudicate in base ai risultati e non per i modi in cui li hanno raggiunti, scrive Luyendijk, “vince la prepotenza”. “Le banche d’affari bruciano le persone”, conclude la responsabile, “e questo ha una logica. Se non ti adegui a quella cultura e non ti adegui ai ritmi di lavoro, sei fuori“. Esistono studi che adombrano l’esistenza di meccanismi ancora più perversi, la spersonalizzazione indotta dalla pressione continua servirebbe a rendere i dipendenti più funzionali agli obiettivi delle banche.

Rischio esodo – Dopo la denuncia dei dipendenti di Goldman Sachs la nuova amministratrice delegata di Citigroup Jane Fraser ha proibito le riunioni via zoom fuori dall’orario di lavoro e nella giornata di venerdì oltre ad aver invitato i dipendenti a prendersi periodi di pausa e ferie. Fraser ha infatti riconosciuto che la diffusione dello smart working rischia infrangere tutti i limiti su carichi di lavoro già pesanti con ritmi di lavoro che la manager definisce “non sostenibili”. Le “grida di aiuto” non arrivano infatti solo da Goldman Sachs. Il Financial Times ha raccolto in questi giorni numerose testimonianze provenienti da studi legali internazionali e società di consulenza come Pwc o Deloitte relativo al forte disagio fisico e mentale degli staff di giovani professionisti. “Molti lasceranno e sono molto preoccupato di questo” racconta il responsabile di uno studio legale. Tanti dipendenti si stanno rendendo conto che a queste condizioni il gioco non vale la candela e stanno riconsiderando le loro scelte professionali. Pwc lo scorso anno ha assunto da remoto 3mila giovani. “Non hanno una rete relazionale e di amicizie in ufficio. Dovremo organizzarci perché queste carenze vengano rimediate appena ci sarà la possibilità di tornare al lavoro in sede, anche per aumentare la fedeltà aziendale”, spiega la responsabile di Pwc nel Regno Unito.

Sono vicende a cui prestare estrema attenzione, che sarebbe sbagliato liquidare come capricci di chi ha comunque un lavoro ben pagato (che peraltro è quello che spesso si sentono rispondere dai loro capi i giovani professionisti). A volte le cose possono andare a finire davvero molto male. Nel 2015 un giovane analista di Goldman Sachs si è suicidato poco ore dopo che si era lamentato con il padre per i ritmi di lavoro insostenibili. Un caso analogo si è verificato nel 2013 a Bank of America.

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