Il grande Pavel Florenskij nel suo saggio fondamentale Le porte regali ebbe la potente ispirazione di scrivere, riferendosi a uno dei vertici dell’iconografia cristiana orientale: “Se esiste la trinità di Rublev, l’icona della trinità di Rublev, esiste pure Dio”. Fin da ragazzo ho avuto una simile certezza riguardo La Divina Commedia e, in generale, all’opera di Dante Alighieri.

Intendiamoci, non sono così ingenuo da scambiare la bellezza di un’opera con l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta (basterebbe una qualsiasi foto della giovane Debbie Harry), né così credulone da non poter contemplare la possibilità di immaginare un mondo ultraterreno inesistente (non credo che Cthulhu esista perché considero Lovecraft un abile scrittore, semmai può venirmene il sospetto guardandomi intorno).

Però se intendiamo il concetto di “Dio” con ampiezza, eguale e contraria, a quella usata da Friedrich Nietzsche nel celebre annuncio della sua “morte”, allora il fatto che un uomo, limitato nella sua esperienza terrena, abbia saputo descrivere “le vite spiritali ad una ad una” (come egli fa ricordare a Bernardo di Chiaravalle nella preghiera finale alla Vergine) e lo abbia saputo fare, insieme, con rigorosa precisione geometrico-astronomica quanto con una straordinaria capacità di declinazione poetica, compiendo una sintesi senza precedenti della cultura del suo tempo, per ciò che mi riguarda testimonia la possibilità di accedere a degli stati di coscienza superiori rispetto all’attività mentale vigile.

Mi spiego meglio: come sforzo poetico (un poema di tre cantiche da 33 canti l’uno, più uno introduttivo, scritto tutto in endecasillabi in terza rima), l’opera risulterebbe sontuosa anche se parlasse di caramelle. Ma Dante non parla di caramelle: nel poema praticamente inventa la lingua italiana, riforma l’intera dottrina cristiana sull’Aldilà, omaggia e supera i poeti classici suoi modelli (da Virgilio a Ovidio e Lucano); offre una strepitosa carrellata di ritratti psicologici, attingendo alla letteratura di tutti i tempi da lui conosciuta, riesce a conciliare tempo ed eternità, consegnandoci una sorta di enciclopedia tribale del Medioevo italiano; esprime al massimo livello di sottigliezza teologica l’ortodossia cristiana eppure, al contempo, nelle sue vertigini allude esotericamente a concetti di matrice gnostica ed eretica; riesce a cambiare stile pressoché in ogni canto, a seconda dell’interlocutore, dai vili ignavi ai peccatori più neri, attraverso le anime purganti e devote, fino allo splendore della santità; e, infine, giunge al tentativo impossibile di sfidare l’ineffabile, provando a descrivere l’Inesprimibile, la visione di Dio.

Non solo La Divina Commedia è uno dei vertici della civiltà occidentale, ma senza di essa non ne avremmo avuti molti altri: dal Giudizio Universale di Michelangelo al Paradiso Perduto di Milton, dall’opera suprema di William Blake a quelle di Tolkien, C.S. Lewis, Chesterton, Pound e T.S. Eliot e molti altri.

Addolora, dunque, che, come e peggio de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, la ricezione novecentesca dell’opera di Dante sia stata inquinata da grossolani equivoci ideologici. Un capolavoro, tra i vertici della creazione umana, è stato attaccato perché, fraintendendolo scioccamente, ne è stata fatta una bandiera della cultura cattolica. In Italia, a parte le grottesche deformazioni da parte di intellettuali contemporanei (già affrontate in questo blog), basti ricordare la superficialità con cui i cantautori di sinistra hanno appiattito il genio dantesco: da Antonello Venditti che nel lamento sessantottardo Compagni di scuola adombra il dubbio che fosse un “servo di partito” (parliamo di un cattolico che nel Medioevo ha il coraggio di mettere all’Inferno il Papa, 300 anni prima del rogo di Giordano Bruno) a Fabrizio De Andrè che nel brano Al ballo mascherato fraintende completamente il V canto dell’Inferno (“E il viaggio all’inferno ora fallo da solo / Con l’ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo”).

Questa forma di equivoco nasce già dalla ricezione dei poeti beatnik americani: il recentemente scomparso, alla veneranda età centenaria, Lawrence Ferlinghetti in Not like Dante aveva ridotto il poema a una sorta di giustificazione della monarchia.

A riguardo, colgo l’occasione per notare un errore (forse volontario) di cui a mia memoria nessuno si è accorto: nella sua bellissima lettura del poema dantesco, Vittorio Gassman, mi pare nell’introduzione all’ultimo canto, attribuisce la poesia di Ferlinghetti al loro amico comune Gregory Corso e la cita capovolgendone il senso in positivo, come un’umile lode. Che meraviglioso affabulatore.

A questo punto, parlando di letture di grandi attori, più che alla divulgazione popolare di Benigni, affidatevi alla dottissima interpretazione di Vittorio Sermonti oppure estasiatevi nell’ascolto di Carmelo Bene, nella sua Lectura Danctis dalla Torre degli Asinelli: momento così sublime che lo indusse a intitolare la sua autobiografia “Sono apparso alla Madonna”.

Se pensate che sto esagerando con le lodi, vi lascio qui quello che diceva Jorge Luis Borges, per cui La Divina Commedia è “il più bel libro della letteratura mondiale (…) un libro che tutti dobbiamo leggere. Non farlo significa privarci del dono più grande che la letteratura possa offrirci”.

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