Agende Rosse non fa più parte della Commissione per la legalità di Brescello, il comune al centro del processo alla ‘ndrangheta dei Grande Aracri in Emilia Romagna di cui sono appena uscite le motivazioni. Qui, come scrive il Gup di Bologna Sandro Pecorella, c’è una realtà locale ancora incapace di “guardarsi allo specchio”, che poco ha imparato dallo scioglimento del Comune nel 2016 per infiltrazione mafiosa e dal successivo commissariamento. L’associazione, stanca dei troppi silenzi e tentennamenti in un paese “fulcro del radicamento mafioso” nella Regione, ha inviato una lettera durissima per spiegare le ragioni del suo addio. A partire dal fatto che nell’attuale giunta “siedono ancora due assessori che firmarono il ricorso al Tar contro lo scioglimento del Comune”. Poi c’è il caso dell’assembramento che si è verificato ai funerali del suocero di Francesco Grande Aracri in piena zona rossa nell’aprile 2020. “Avevamo chiesto una denuncia chiara e inequivocabile dell’accaduto” e invece la giunta “una presa di posizione dura, chiara e inequivocabile l’ha espressa contro le associazioni antimafia”.

A fotografare qual è la situazione attuale a Brescello è proprio il giudice del processo “Grimilde”. Nella sentenza vengono ricostruite le modalità con cui la ‘ndrina è riuscita negli anni a tessere complesse relazioni contando su una cappa di omertà e di soggezione nel territorio comunale. Il caso più emblematico è stato raccontato durante un interrogatorio da uno degli imputati poi condannati per il 416 bis, Manuel Conte, che così rispondeva al pubblico ministero Beatrice Ronchi: “Era un sabato sera, avevamo parcheggiato la macchina in piazza a Brescello. E un vigile nuovo, mai visto, grosso, ben piazzato, ha iniziato a scrivere la multa. E Paolo (Grande Aracri) gli ha detto: Guarda che hai sbagliato proprio paese. Non è che arrivi tu e fai le multe, ciccione. Se vengo lì ti spacco le ossa. E poi Paolo ha strappato la multa davanti al vigile. Era un vigile nuovo, perché quelli vecchi non hanno mai fatto multe ai Grande Aracri. Anche Salvatore quando andava al bar parcheggiava il BMW nel posto degli handicappati e non gli hanno mai fatto una contravvenzione”.

Il problema per Brescello è che questo e altri fatti analoghi non riguardano gli anni lontani in cui il paese di Peppone e don Camillo conquistò la maglia nera di primo comune della regione Emilia Romagna sciolto per infiltrazione mafiosa. Si riferiscono alla primavera del 2019, all’epoca in cui, dopo il commissariamento, era già insediata e governava l’attuale amministrazione comunale guidata dal sindaco Elena Benassi. È in questo contesto che è maturata la decisione di Agende Rosse di lasciare la Commissione legalità. L’associazione segnala anche il fatto che diverse famiglie del paese hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole di altri comuni confinanti con Brescello, segno di un disagio sociale diffuso.

L’amministrazione comunale accusa invece uno dei fondatori di Agende Rosse Reggio Emilia, Nicola Bolzoni, di aver portato avanti “questo tema della emigrazione scolastica fin dalla campagna elettorale del 2018, e questo la dice lunga sui suoi reali obiettivi”. Per la giunta, i responsabili provinciali della organizzazione intitolata a Paolo Borsellino sono “alla ricerca di una effimera presenza sui mass media”. Bolzoni, raggiunto da Ilfattoquotidiano.it, replica così: “I nostri reali obbiettivi li testimoniano le centinaia di chilometri che in questi ultimi anni abbiamo percorso in giro per la provincia di Reggio Emilia, organizzando tantissimi incontri e conferenze con esperti per aiutare i cittadini a conoscere il fenomeno della penetrazione mafiosa nel nostro territorio. E lo abbiamo fatto da volontari, spinti solo dal bisogno di affermare la cultura della legalità”.

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