Una cifra “spaventosa” e che lascia “sbalorditi”, soprattutto perché “le vittime di questa guerra feroce sono state causate da un nemico invisibile”. La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, è “attonita” di fronte al fatto che il numero dei decessi causati dal coronavirus nel nostro Paese ha superato quota 100mila da inizio pandemia. “Io sono una persona normale, una cittadina come gli altri. Cosa posso dire di sensato davanti a un numero così impressionante?”, dice a Repubblica, ripercorrendo le tappe dell’emergenza sanitaria. Il momento peggiore, racconta, è stato quello della strage nelle case di riposo. “Io ho la fortuna di poter vivere a casa mia, ma il mio pensiero pieno di angoscia è andato spesso a quella moltitudine di miei coetanei nelle case di riposo, soli, abbandonati, lontani dai loro figli, colpiti dalla malattia senza il conforto di un volto famigliare, di un sorriso”. È proprio questa la differenza tra il Covid e le guerre fatte di armi e soldati. “Chi come me ha vissuto la guerra, è abituato all’idea della morte e della perdita, come all’idea che bisogna resistere, farsi forza e andare avanti. Ma in questa pandemia, in questa moderna guerra mondiale che stiamo ancora combattendo, a me ha fatto impressione pensare che la maggior parte delle vittime appartenga a un esercito di vecchi indifesi“, aggiunge. “Nelle guerre di solito muoiono i soldati giovani mandati a combattere. In questo caso invece una moltitudine di anziani disarmati“.

Segre si dice quindi stupita per “l’incapacità assoluta del mondo di affrontare e di sconfiggere questo nemico invisibile, che muta e che cambia in continuazione, come se volesse spiazzarci, dirci tutta la nostra impotenza. Nelle guerre moderne il mondo ha cercato e trovato le armi per combattere, armi di precisione, estremamente efficaci, ma contro questo virus, questo nemico invisibile che ci ha colpito in un momento di pace e di tranquillità, siamo rimasti come paralizzati, costretti a vedere tante persone care andarsene”. L’unica arma, ora, è quella del vaccino. “Ho ricevuto la prima dose: nessun dolore, nessun effetto collaterale. Ora, a giorni riceverò la seconda. Sono stata contenta di averci messo la faccia perché sono molto favorevole a che tutti si vaccinino, anche quelli che di solito sono contrari. È l’unica arma che abbiamo, non si deve perdere tempo, se vogliamo vincere questa guerra che fa tante vittime”, continua la senatrice, rinnovando il suo appello affinché i vaccini arrivino in tutte le carceri. “Lo faccio nuovamente, perché conoscendo quell’ambiente sia per la mia esperienza passata, sia perché anche da adulta ci sono andata parecchie volte, so come si vive in una cella, quanta pericolosa vicinanza ci sia in quei luoghi. Agenti e detenuti devono essere vaccinati al più presto”.

La speranza nella fine del tunnel, però, viene accompagnata da un filo di amarezza. Alla domanda se “ne usciremo cambiati in meglio o in peggio”, Segre replica così alla giornalista di Repubblica: “Preferirei non mi facesse questa domanda. Mi ricordo nei primi giorni di questa malattia, quando c’erano le bandiere alle finestre e i canti dai balconi. Io sono rimasta pessimista, ho visto che di quel sentimento di fratellanza in realtà non è rimasto molto”. D’altronde lei stessa è stata duramente attaccata dagli hater sul web quando ha ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer (dopo aver atteso che arrivasse il suo turno, visto che fa parte della categoria degli over 80). “Gli sciacalli purtroppo sono sempre in movimento”, commenta la senatrice. Poi un messaggio alla sua Lombardia: “Non dimenticherò mai quella fila di camion militari con le bare. Ma la Lombardia ha sempre trovato la forza di rialzarsi e di eccellere. Sarà di nuovo così. Presto saremo tutti vaccinati e curati nel migliore dei modi. Ho molta fiducia su questo. Come dico sempre ai giovani, bisogna andare avanti, anche nei momenti più duri, un passo dietro l’altro, con coraggio”.

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