La mezzanotte del 21 febbraio 2020 è passata da poco e l’Italia dorme quando 16 parole cambiano la vita del Paese, quindi dell’Europa e del mondo, sovvertendo priorità e abitudini: “Un trentenne ricoverato all’ospedale di Codogno, nel milanese, è risultato positivo al test del Coronavirus”. Si chiama Mattia Maestri e il suo contagio è stato scoperto qualche ora prima grazie all’anestesista Annalisa Malara. Rompendo i protocolli ministeriali, ha chiesto un tampone per quel 38enne, atletico e in perfetta salute, che lotta contro una polmonite interstiziale apparentemente inspiegabile. L’identità di Maestri resterà a lungo coperta dalla privacy. Una regola aurea che scomparirà col crescere dell’emergenza e tornerà prassi quando i focolai diventeranno pandemia e sarà impossibile stare dietro all’onda che tracima trasformando i nomi in numeri. Di Adriano Trevisan, il primo morto per Covid-19 nel nostro Paese, sappiamo tutto, mentre decine di migliaia di storie delle 95.235 vittime ufficiali di Sars-CoV-2 sono andate disperse nel tam-tam di bollettini fino all’assuefazione per i 3-400 decessi al giorno che scandiscono le ultime settimane.

Codogno e Vo’ Euganeo – Un anno fa si contavano i primi singoli casi, sperando in un epicentro circoscritto. Alle 13 del 21 febbraio i contagiati erano 6, tutti nel Logidiano. Due ore più tardi a Codogno, 15mila abitanti stretti tra i fiumi Adda e Po, il sindaco decide di chiudere bar, scuole e locali. Poco più di 24 ore dopo il paese viene cinturato insieme ad altri nove: da Casalpusterlengo, Castiglione d’Adda, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e Sanfiorano non si entra e non si esce per contenere il cluster. Pia illusione, ha dimostrato il tempo. Altro che “Wuhan d’Italia”, la Lombardia è già infetta. E non solo lei. Adriano Trevisan di Vo’ Euganeo, nel Padovano, muore di Covid-19 la sera del 21 febbraio, nonostante sia ricoverato in ospedale da una decina di giorni. Si inizia presto a comprendere che Mattia non è il ‘paziente 1’ e che la caccia al ‘paziente 0’ è inutile. In meno di una settimana sono stati accertati contagi in nove regioni. L’emergenza riguarda tutti e l’Italia è impreparata. Non ci sono mascherine né un Piano pandemico aggiornato. Alle carenze strutturali, si aggiungono gli errori e le sottovalutazioni. Falle in cui il virus dilagherà, piegando il Paese e spezzando migliaia di vite che in un numero indefinito (centinaia, e probabilmente di più) non finiranno nelle statistiche ufficiali. Senza tampone e in molti casi senza cure, tanti in fame d’aria moriranno dentro le proprie abitazioni e nei letti delle case di riposo.

Il balletto attorno alla Val Seriana – Avviene soprattutto nella Bergamasca, dove il 23 febbraio vengono accertati i primi casi nell’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo. La struttura chiude e riapre nel giro di poche ore, senza neanche una completa sanificazione sospettano gli inquirenti che stanno indagando sul più grande errore commesso nel corso della pandemia. L’area della Val Seriana versa in condizioni critiche, i casi si moltiplicano di giorno in giorno ma nel cortocircuito tra Regione Lombardia e il governo la zona rossa resta un’ipotesi. Non basta neanche il sollecito da parte del Comitato tecnico scientifico arrivato il 3 marzo. Il giorno successivo, mentre viene decretata la chiusura delle scuole di tutto il Paese, 300 militari tra carabinieri ed Esercito vengono spediti a Bergamo, in attesa dell’ordine che circoscriverebbe il territorio più infetto del Paese. Il via libera non arriverà mai e il 7 marzo verranno rimandati a casa, nonostante 48 ore prima un documento a firma del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ribadisca: “I dati in possesso rendono opportuna l’adozione di un provvedimento che inserisca Alzano Lombardo e Nembro nella zona rossa”. Resta tutto com’è, mentre Confindustria Bergamo spinge per il Bergamo is running, nella scia di quel Milano non si ferma che il 27 febbraio era stato condiviso sui social anche dal sindaco Beppe Sala.

Il lockdown e le bare di Bergamo – Bisogna attendere l’8 marzo per una mossa, con un indice di trasmissibilità del virus stimato tra il 2 e il 3. Tutta la Lombardia si trasforma in una ‘zona arancione’ insieme alle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia. Il provvedimento, annunciato dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, riguarda 16 milioni di persone. È un passaggio di portata storica e tuttavia intermedio. Nel giro di 48 ore le misure vengono estese a tutta l’Italia e poi inasprite l’11 marzo quando il governo annuncia il lockdown. Arriva anche lo stop ai funerali: i contagiati soffrono da soli negli ospedali, muoiono da soli e vanno via da soli, senza un ultimo saluto. Il virus galoppa, le terapie intensive si intasano, le giornate sono scandite dalla conferenza stampa della Protezione Civile alle 18 per il bollettino quotidiano. Il Paese si ferma. Si può uscire esclusivamente con un’autocertificazione per motivi di lavoro, di salute o per fare la spesa. Vengono sospesi eventi pubblici di ogni tipo, chiudono bar, ristoranti e negozi. Le strade vuote sono riempite solo dal suono angosciante delle sirene. Le misure diventano ancora più restrittive il 22 marzo, quando il governo ferma totalmente la circolazione tra comuni: ognuno resta dov’è, anche se vive altrove. E per provare ad arginare il contagio viene portato al minimo anche il motore produttivo del Paese. La situazione in Lombardia è drammatica: gli ospedali sono al collasso e nella Bergamasca non c’è più posto per le bare. Il 28 marzo è il giorno più nero: i camion dell’Esercito trasportano una settantina di salme fuori regione per cremarle. E le mimetiche torneranno diverse volte a traghettare i morti verso i forni crematori di Emilia-Romagna e Lazio. “Quando snoccioliamo le cifre non pensiamo che ogni persona, ogni numero corrisponde ad un lutto in una famiglia”, dice il sindaco Giorgio Gori ad Accordi&Disaccordi facendo mea culpa per aver sottovalutato la situazione, come tanti, nelle prime settimane di emergenza.

La luce in fondo al tunnel e l’abbaglio estivo – Il 26 aprile arriva il primo Dpcm che prevede un allentamento delle misure. Dal 4 maggio è possibile incontrare i “congiunti” che vivono nella stessa regione, riaprono i parrucchieri e si può fare sport individuale. Inizia la Fase 2. Dodici giorni più tardi, la seconda de-escalation: si può uscire liberamente, riaprono i negozi e sono limitati solo gli spostamenti tra le regioni. L’11 giugno cadono le ultime restrizioni e il Paese entra nella Fase 3 con la riapertura anche di cinema e teatri, la ripresa dello sport professionistico e la fine della serrata dei centri termali. Tutto con rigidi protocolli, che in molti casi si squaglieranno sotto il sole estivo. Mentre il 23 giugno l’Italia conta appena 113 casi, gli scienziati ricordano come la Spagnola andò giù in estate e riprese ferocemente a settembre e ottobre, facendo 50 milioni di morti durante la seconda ondata. Di fronte a una recrudescenza, garantisce Conte, “l’Italia sarà attrezzata per mantenerla sotto controllo”, ma predica prudenza. Il Paese però è sfibrato da due mesi di serrata generale. A fine luglio, il giudice costituzionale Sabino Cassese è categorico sullo stato di emergenza in scadenza a giorni: “Non si può prorogarlo fino al 31 ottobre. Provvedimento illegittimo e inopportuno. Si dichiara lo stato di emergenza, ma la domanda è: siamo in uno stato di emergenza in questo momento?”. Matteo Salvini contatta Sergio Mattarella per esprimergli “sconcerto” e “preoccupazione” per la decisione del governo di mantenere alta la guardia e accusa al Senato: “L’emergenza c’è solo nella vostra testa, lo dice chi il virus l’ha combattuto veramente. Fatelo un giro nei reparti”. Gli assembramenti in discoteca diventano il simbolo dell’abbaglio agostano.

La grande ondata: 2,5 milioni di casi e oltre 60mila morti – Meno di due mesi più tardi, dopo la riaperture delle scuole chiuse il 5 febbraio, la curva è in netta ripresa e il 13 ottobre si è nel pieno della seconda ondata. Le mascherine tornano obbligatorie all’aperto e al chiuso. Nel giro di nove giorni il governo scrive tre Dpcm che richiudono molte attività e si avvicina il “coprifuoco” dalle 22 alle 5. Il 23 ottobre scoppia la protesta a Napoli e scene di guerriglia urbana si rivedranno anche in altre città, da Milano a Firenze. Il senso di emergenza e la coesione che avevano caratterizzato il lockdown primaverile non ci sono più, Sars-CoV-2 invece morde. Il 3 novembre ritorna anche la didattica a distanza obbligatoria nelle scuole superiori, nonché lo stop ai centri commerciali nei weekend e la riduzione del 50% della capienza dei mezzi pubblici. Viene anche introdotto il sistema a colori delle Regioni per poter stringere nelle aree con i dati peggiori e allo stesso tempo permettere ai territori meno colpiti dal virus di continuare ad avere maggiori libertà. Un tentativo di bilanciare le esigenze economiche con un contagio che cresce fino a toccare i 40.902 casi del 13 novembre, manda di nuovo in affanno gli ospedali e fa fino a 993 morti in 24 ore. Accade il 3 dicembre, il giorno più funesto da inizio pandemia, peggio del 27 marzo quando, alla vigilia della colonna di mezzi militari per le vie di Bergamo, i decessi furono 969. Anche tarando i numeri sulla differente capacità diagnostica, la grande seconda ondata, ancora in corso tra timori per le varianti e l’inizio della campagna di vaccinazione, conta numeri spaventosi. Nei primi sette mesi dopo il ‘paziente 1’, in Italia sono stati accertati 299.506 casi di infezione e 35.724 decessi. Dal 21 settembre ad oggi sono stati oltre 2,5 milioni i contagi rintracciati e oltre 60mila le vittime, quasi il doppio della prima fase. Un anno dopo il virus picchia duro, ma sembra fare molta meno paura.

Twitter: @andtundo

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