Un bel discorso, asciutto, ma non freddo quello del Presidente Mario Draghi al Senato, con parole molto intense sul nostro ruolo in Europa; coinvolgenti sulla nostra comune responsabilità di italiani e italiane al di là delle differenze; concrete su che cosa deve cambiare sul Piano Nazionale di recupero e resilienza, che deve diventare molto più preciso sui tempi e gli obiettivi che si vogliono raggiungere; chiare su riforme di cui si parla da tempo senza mai cavare un ragno dal buco, come quella fiscale e dell’amministrazione pubblica, ma che dette da lui diventano più credibili e perfino possibili; e anche molto importanti le parole esplicite sulla necessità della transizione ecologica non come una appendice “ambientale” di un lungo catalogo dei desideri, ma come elemento chiave per la crescita sociale ed economica, oltre che di risposta a catastrofi come la pandemia.

Ma al di là delle parole, ci servono diversi provvedimenti urgenti per capire se quello di Draghi sarà un governo ambientalista, oltre che digitale ed europeo. Su questo tema, oltre che su quello delle migrazioni, si vedrà se la scelta di integrare Matteo Salvini nella maggioranza non si rivelerà una scelta sbagliata in grado di fortemente condizionare in senso negativo e di rallentare l’azione di Mario Draghi. Gli interventi del capo della Lega non promettono nulla di buono. Dall’inizio Salvini moltiplica le provocazioni (attacchi prima del giuramento a Lamorgese e Speranza, stupidaggini sull’euro, provocazioni su Europa e il Ponte di Messina e altre amenità) e ruba la scena.

Personalmente, temo che la scelta di contare su Giancarlo Giorgetti lasciando libero di imperversare Salvini nel silenzio imbelle di Pd e Cinque Stelle invece che imbrigliare la Lega potrebbe favorirla in un gioco delle parti elettoralmente molto vantaggioso. Anche perché io, come Piero Ignazi sul Domani di oggi, non sono affatto convinta che ci sia una grande differenza in termini di strategia, che è quella della conquista del potere, tra Giorgetti e Salvini.

Vedremo insomma che succederà, ad esempio, quando si tratterà di adattare il già obsoleto Piano energia e Clima alle nuove ambizioni europee di ridurre del 55% le emissioni climalteranti. Questo significherà spazzare via indugi e ostacoli messi (e non solo dalla Lega) allo sviluppo di efficienza energetica ed energie rinnovabili; queste ultime continuano ad essere fortemente penalizzate da regole astruse, ostilità e opposizioni anche locali, per superare le quali è necessaria una forte determinazione da parte del governo, oltre che una radicale semplificazione regolamentare a tutti i livelli, investimenti e ricerca, in particolare sugli accumuli: basti pensare che dovremo moltiplicare per 6 la potenza istallata per potere rispettare i target europei.

Altro tema delicato non solo per la Lega, ma per tutti tranne che (almeno in teoria) per i 5stelle che però non hanno ottenuto alcun risultato, pur disponendo di due tra i ministri responsabili in materia, è il taglio dei ben 19 miliardi di euro che ogni anno l’Italia spende per attività che danneggiano l’ambiente (attività che non potranno peraltro essere finanziate dai fondi europei), usando in modo visibile e comprensibile per l’opinione pubblica quei sussidi per sostenere coloro che saranno colpiti dagli effetti negativi della trasformazione ecologica o dovranno essere aiutati a trovare nuove professionalità: con un occhio molto specifico alle donne, il cui tasso di occupazione è tra i più bassi in Europa e che sono integrate solo in minima parte nei settori green e digitale. Su questo, piccolo inciso: Draghi non ha detto nulla sulla predominanza maschile del suo governo, anche se la responsabilità è anche se non in buona parte sua, visto che ha deciso i ministri in autonomia.

Altro elemento di giudizio importante sulla natura “ambientalista” di questo governo sarà come agirà sul tema del gas, fumo che grandi operatori economici continuano a buttare negli occhi dei cittadini, cercando di convincerli che la “transizione” si può fare continuando a dipendere da un combustibile fossile. Inoltre, dopo anni di insistenza sulle grandi opere, dalla TAV alle autostrade, è davvero necessario spostare attenzione e risorse su politiche urbane, trasporti pubblici di prossimità e opere di manutenzione. I richiami di Salvini e Renzi al Ponte sullo Stretto di Messina promettono su questo un dibattito inchiodato al secolo scorso e non facile.

Infine, per sviluppare l’economia circolare sono necessari alcuni segnali chiari che ci facciano uscire dall’idea che inceneritori e utilizzo senza limiti della plastica possano essere opzioni praticabili e coerenti con il Green Deal. Ovviamente, agricoltura, salute, formazione e turismo sono settori importantissimi che hanno bisogno di un’intensa pennellata di verde. Ma è nella capacità di indirizzare “in verde” il Piano di Ripresa e Recupero e di mettere in pista rapidamente provvedimenti nei settori dell’energia, dell’industria nel suo complesso e del sistema di aiuti e reindirizzo dei lavoratori e lavoratrici che vedremo se SuperMario riuscirà a mettere la determinazione che ispirò il “whatever it takes” che salvò l’euro, al servizio di una profonda “trasformazione” ecologica (ben più difficile che una transizione) dell’Italia.

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