Nel 2011 ha sollecitato il governo Berlusconi, che sull’abolizione dell’Ici prima casa aveva imperniato una campagna elettorale, a reintrodurla e ridurre invece il prelievo sul lavoro. Nell’autunno 2014 si è messo di traverso sulla prima legge di Bilancio di Renzi: per la “bollinatura” ci sono voluti otto giorni, tanto che è stata inviata al Colle senza il visto della Ragioneria. Quattro anni dopo era tra i “tecnici del Mef” indicati dal portavoce del premier Giuseppe Conte come “servitori dei partiti e non dello Stato” perché colpevoli di intralciare l’iter del reddito di cittadinanza. Ma l’apprezzamento o meno per le misure dei singoli esecutivi non c’entrava: era solo questione di numeri. Le coperture dei provvedimenti e l’equilibrio della finanza pubblica, pane per Daniele Franco che ha speso l’intera carriera – da Bankitalia al Tesoro e ritorno, con tappa a Bruxelles – a tenere sotto controllo i conti dello Stato. È il quinto ministro dell’Economia che arriva da via Nazionale, dopo Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Tommaso Padoa-Schioppa e Fabrizio Saccomanni.

Franco, classe 1953, originario della provincia di Belluno a poca distanza dal Piave e dalle Dolomiti, è entrato a Palazzo Koch nel 1979 dopo la laurea a Padova e due master, uno dei quali all’Università di York. Per 15 anni è al Servizio studi, poi diventa consigliere economico alla Direzione generale affari economici e finanziari della Commissione europea: rientra nel 1997 e due anni dopo prende la guida del gruppo di lavoro sulla finanza pubblica del Sistema europeo delle banche centrali, il coordinamento guidato dalla Bce. E’ lì quando il secondo governo Berlusconi, nel 2005, indica Draghi come governatore di Bankitalia al posto di Antonio Fazio, travolto dagli scandali dell’estate delle scalate bancarie dei “furbetti del quartierino”. Ed è Draghi a nominarlo nel 2007 capo del Servizio studi di struttura economica e finanziaria. Diventa uno dei collaboratori più stretti del numero uno dell’istituto centrale, che nel 2011 poco prima di approdare al vertice della Bce lo promuove direttore centrale dell’area Ricerca economica.

Nel 2013 Enrico Letta lo chiama a guidare la Ragioneria generale dello Stato, cioè l’organo che per missione deve “garantire la corretta programmazione e la rigorosa gestione delle risorse pubbliche“. Al Tesoro c’è Fabrizio Saccomanni, anche lui in arrivo da via Nazionale. Pier Carlo Padoan, quando nel febbraio 2014 arriva a via XX Settembre, lo conferma. Così Franco da custode dei conti assiste alle modifiche in corsa alla prima manovra finanziaria di Renzi. Il 19 ottobre, quattro giorni dopo l’approvazione in cdm, l’allora premier annuncia in diretta tv dal salotto di Barbara D’Urso il bonus bebè di 80 euro al mese per tutte le neomamme: a quel punto le coperture ballano. Il lavoro della Ragioneria per dare il via libera sui conti dura più del previsto e la legge va al Quirinale solo il 22, ancora non bollinata: il timbro di Franco arriva il giorno dopo.

Nel 2018 sotto la sua lente finisce la manovra del governo gialloverde che deve tradurre in pratica i cavalli di battaglia degli allora alleati M5s e Lega, reddito di cittadinanza e quota 100. In un audio rubato il portavoce di Conte prefigura “vendette” contro i tecnici del Mef. Luigi Di Maio spiega che “c’è chi rema contro, ovvero una parte della burocrazia dei ministeri”. Ma lo stesso premier due giorni dopo incontra Franco – che non commenterà mai le presunte “pressioni” – e smentisce problemi: “Fumata bianca”. Tanto che l’anno dopo, nei giorni in cui si formava il Conte 2, il nome del ragioniere generale nel frattempo tornato in Bankitalia come vice direttore generale finisce nel totoministri. La nomina non si concretizza e Franco a fine anno sale ulteriormente di ruolo nel direttorio diventando “numero due” di Visco.

Ma quali sono per il nuovo titolare del Tesoro le linee guida da seguire per disegnare le misure che accompagneranno uscita dalla crisi Covid? Lo scorso autunno, alla Giornata del credito e durante un summit organizzato da Ernst & Young, Franco l’ha spiegato con chiarezza. La ripresa “verrà soprattutto dalle imprese” ma “servono capacità progettuali di sistema e pubbliche amministrazioni tecnicamente più forti che sostengano il processo”. Cruciale far ripartire gli investimenti, fermi per “carenza di domanda, incertezza e riduzione dei profitti”, e per questo serve anche il sostegno del sistema finanziario. Nessun dubbio sulla capacità del sistema Italia di tornare a crescere: “Nel Novecento lo abbiamo fatto due volte: all’inizio del secolo e a metà del secolo abbiamo avuto tassi di crescita che, qualche anno prima, erano assolutamente impensabili”.

Gli ingredienti ci sono: “Il nostro capitale umano, la capacità di esportare, il patrimonio familiare, il dinamismo di moltissime imprese. Abbiamo soprattutto moltissimi giovani che stiamo utilizzando relativamente poco, i quali sono spinti ad andare all’estero. Noi dobbiamo motivarli e coinvolgerli nel ridisegno del nostro sistema produttivo”. Considerazione molto simile a quella fatta da Draghi lo scorso agosto, quando ha detto che investire nei giovani è la priorità perché il debito che stiamo facendo per affrontare l’emergenza “dovrà essere ripagato principalmente da loro” ed è “nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo”. Sullo sfondo la necessità di pianificare dove vogliamo ritrovarci quando la pandemia sarà un ricordo: “Ci serve da un lato molta concretezza nell’attuare quanto necessario, ma ci serve anche uno sforzo di riflessione e di invenzione su quello che è il nostro futuro“. I due pilastri per chi dovrà finire di scrivere il Recovery plan da presentare a Bruxelles.

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