L’establishment, e quindi anche Mario Draghi, sono diventati keynesiani. Pochi si sono accorti che la grande finanza, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e anche l’Unione Europea, di fronte alla drammatica crisi globale provocata dal coronavirus, sono diventati seguaci di Keynes e reclamano il forte intervento pubblico per risollevare l’economia. Mario Draghi prevedibilmente si comporterà di conseguenza: a mio parere, abbandonerà i programmi di austerità e punterà a realizzare in Italia il Next Generation EU, il piano di espansione finanziato in gran parte dall’aumento del debito pubblico.

La Super-elite che veramente conta nel mondo – quella di Davos per intenderci – per salvare il capitalismo, è costretta a ricorrere agli strumenti pubblici invocati dal maggiore economista del secolo scorso, John Maynard Keynes. Tutti ormai vogliono che lo Stato copra i fallimenti delle imprese e faccia investimenti anche a costo di aumentare il debito pubblico.

L’economia globale, e in particolare quella europea, sono al limite del crollo. L’Europa cade del 7,2% nel 2020 e il FMI prevede che i paesi avanzati abbiano un calo di Pil del 5%. Si tratta di un tonfo micidiale, considerando il confronto con la caduta globale dello 1,2% del Pil nel 2009 dovuta alla crisi dei subprime. Per uscire dalla crisi tutti ormai invocano (almeno a parole) un New Deal Verde, Digitale e Inclusivo. Senza un gigantesco incremento della spesa pubblica il capitalismo è in pericolo. Il problema è che l’incremento forte e rapido dei debiti, già pari a oltre il 350% del Pil globale, è insostenibile e prevedibilmente provocherà prima o poi una colossale crisi finanziaria. Non a caso la presidente del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha dichiarato che questo è il “Bretton Woods moment”, è il momento che i governi del G20 si uniscano per rimettere in piedi l’economia su basi nuove.

Per questi motivi ritengo che Mario Draghi, il nuovo presidente incaricato del Consiglio Italiano dei ministri, sia
prontissimo a cambiare casacca ideologica. In Italia la maggioranza dei politici teme che adotterà le crude ricette dell’austerità, come fece Mario Monti, a capo del “governo tecnico” del 2011-2013, ma difficilmente sarà così. Ricordate il Draghi presidente della Bce e la micidiale lettera che inviò nell’agosto 2012 al governo italiano in cui imponeva tra l’altro di modificare (in peggio) il sistema di contrattazione salariale collettiva; di rivedere il sistema pensionistico allungando l’età pensionabile; e soprattutto di “riformare” la Costituzione per introdurre obbligatoriamente il pareggio di bilancio? Bene! Adesso il Draghi dell’austerità non c’è più! Mario Draghi non farà come Mario Monti: non aumenterà le tasse e non taglierà la spesa pubblica. Non strangolerà l’Italia. Adesso il prof. Draghi è per una politica fiscale espansiva anche a costo di aumentare il debito pubblico.

Le elite del FMI e della UE, e Mario Draghi, hanno capito che la stagione dell’austerità deve immediatamente finire. Il FMI auspica una nuova stagione di investimenti pubblici per risollevare l’economia privata: “Il Fiscal Monitor stima che l’1% aumento degli investimenti pubblici del Pil nelle economie avanzate e mercati emergenti abbia il potenziale di incrementare il Pil del 2,7%, gli investimenti privati del 10 percento e, soprattutto, per creare 20-33 milioni di posti di lavoro, direttamente e indirettamente. La politica fiscale può essere un ponte verso soluzioni intelligenti, resilienti, verso una crescita sostenibile e inclusiva”.

Anche il Next Genetration EU, che prevede 209 miliardi per l’Italia, è frutto del nuovo keynesenismo provocato dalla tragedia del coronavirus: del resto senza il NGEU l’euro sarebbe certamente crollato. Il problema è che l’Italia ha un rapporto debito/Pil pari al 160%. Il NGEU è sia un’ancora di salvezza che un cappio al collo: l’Italia dipende sempre più dalla BCE e da Bruxelles, da Berlino e Parigi per pagare i suoi debiti e prima o poi, magari tra qualche anno, i mercati e la finanza internazionale ci faranno pagare il conto.

Se la BCE non cancellerà i debiti degli Stati dell’eurozona (Italia compresa) come ha proposto il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, l’Italia e i Paesi del sud Europa si troveranno in grande difficoltà. La BCE può farlo senza fare perdere nulla alle banche e ai mercati. Ma è difficile che i Paesi del nord Europa accettino questa, pur razionale ed efficace, soluzione: infatti i capitali fuggono in Germania e Olanda quando c’è la crisi. Un fatto è certo: lo Stato italiano senza più finanziamenti da parte della BCE crollerebbe immediatamente. Questo è il vero problema: la mancanza di sovranità monetaria. Il Giappone per esempio ha un debito pubblico pari al 240% del PIL, ma può sempre ripagare i suoi debiti in yen stampando yen. Mentre ovviamente il governo italiano non potrà mai stampare euro.

Se i debiti pubblici in pancia alla BCE non verranno cancellati, gli Stati più indebitati come l’Italia saranno sempre a rischio di fallimento. Per salvare veramente l’Italia Draghi dovrebbe impegnarsi per la cancellazione dei debiti. Ma è molto difficile che lo farà.

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