Avete mai fatto i compiti con i vostri figli o, anche, avete semplicemente osservato quale sia la differenza fra il loro ed il vostro modo di cercare un’informazione?

A casa mia la situazione è più o meno questa: se io o mia moglie vogliamo essere certi del fatto che il Piemonte sia effettivamente la regione più occidentale d’Italia andiamo a prendere il voluminoso atlante che fa bella mostra di sé sul mobile della sala e lo sfogliamo, magari col gusto di guardare anche dove sono altri piccoli paesini che abbiamo visitato o in cui ci piacerebbe andare; se vogliamo verificare come si dica “spatola” in inglese prendiamo il dizionario e, pagina dopo pagina, arriviamo al punto che ci interessa; se abbiamo un dubbio su chi fosse il presidente del Consiglio nel 1993 proviamo a far ruotare le rotelline della memoria fino a che, magari per tentativi, arriviamo a quel nome (era Giuliano Amato, cui successe Carlo Azeglio Ciampi, io ci ho dovuto pensare per tre giorni!).

Nel caso in cui i miei figli vogliano verificare se il Piemonte sia il confine occidentale della nostra penisola, controllano su internet; se vogliono scrivere la ricetta della Sacher per il compito d’inglese e non ricordano come si dica spatola, non fanno altro che mettere mano al cellulare e chiedere a Big G; se ci vedono ragionare su chi fosse seduto sulla sedia del capo di governo nel 1993… ci prendono in giro e ci tacciano di essere vecchi e più o meno coevi di Cleopatra e Giulio Cesare!

Eccettuando l’ultimo caso (di questo parlerò poi con quei due minorenni che ho in casa), gli altri due mi hanno fatto pensare a come la nostra e la loro generazione si trovino o si siano trovati a gestire l’apprendimento.

Nel nostro caso, senza dubbio anche per “limiti tecnologici” si trattava di un processo lento, che si stratificava giorno dopo giorno ma che, appunto, si stratificava e, in qualche modo ci lasciava con il piacere sospeso di scoprire cosa ci sarebbe stato poi. Nel caso dei miei figli e dei loro coetanei è un apprendimento velocissimo, che si consuma nel tempo di risposta del motore di ricerca ma che, mi sono chiesto, è davvero apprendimento o è il fast food delle informazioni?

Attenzione, non voglio dire che si stava meglio quando si stava peggio, lungi da me questo pensiero o il demonizzare il web che, per inciso, è il mio luogo di lavoro fin dal 1998 (quando era presidente del Consiglio Romano Prodi, cui successe Massimo d’Alema), ma come in tutto, il troppo stroppia e se è infinitamente più comodo scrivere “mamma” sulla rubrica del cellulare e lasciare che sia lui a far partire la chiamata, forse anche ricordare a mente il numero di telefono di chi ci ha messo al mondo non sarebbe poi così male.

Lo dicevano i latini (che non erano miei compagni di giochi, checché ne dicano miei figli!), in medio stat virtus e in questo caso spesso trovare un terreno comune aiuta.

Uno dei terreni comuni più belli che mi sia capitato di conoscere è una serie a cartoni animati che si intitola Siamo Fatti Così e che, udite udite, è riuscita a mettere d’accordo ben tre generazioni a casa Polo; il nonno (che da medico ne ha approvato i contenuti), il padre (che quando aveva i calzoni corti la aspettava con entusiasmo nei pomeriggi televisivi) e i figli che, in versione dvd o anche tv, ne hanno sempre amato i personaggi e le storie. Già, perché proprio le storie sono la chiave di questa bellissima serie che con un linguaggio semplice, ma rigorosamente corretto, insegna e ha insegnato a migliaia di bambini come siamo fatti.

A breve (e più precisamente dal 15 febbraio, tutti i giorni, alle 20:35 su Boomerang – canale 609 di Sky) Siamo Fatti così sarà trasmessa ancora una volta e si esploreranno vene, arterie, organi diversi e chissà, magari si arriverà fino alla punta occidentale del corpo di ciascuno di noi (e quella punta, giuro, non è il Piemonte!!) imparando poco per volta, con il sorriso sulle labbra, che è spesso il metodo migliore.

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