Archiviate le varie discussioni e accantonata l’ipotesi legata allo slittamento di qualche mese, la Uefa lo scorso 17 marzo ha ufficialmente rinviato di un anno gli Europei di calcio. Il motivo è noto, ma vale la pena ribadirlo: portare a termine la stagione che era stata sospesa forzatamente a causa della pandemia. Da Nyon hanno rivelato che l’impatto economico si è aggirato tra i 100 e i 200 milioni di euro, anche se c’è chi ha stimato 300 milioni di perdite. Un grosso buco, certo, ma tutto sommato sostenibile in relazione a una crisi senza precedenti che ha stravolto come non mai l’intero movimento causando, tra incontri annullati e partite disputate a porte chiuse, ingenti danni a tutti i club. L’ultimo report della società di revisione KPMG Football Benchmark è parecchio impietoso: le principali società europee prese in esame (in Italia la Juventus, in Francia il Psg e così via) hanno fatto registrare un netto calo dei ricavi, causato dai motivi più disparati, vedi la chiusura degli stadi, la diminuzione dei proventi televisivi o il costo dei tesserati da coprire con flussi di entrata piuttosto ridotti.

La preoccupazione che in questi giorni sta scuotendo i vertici della Uefa è relativa al format itinerante del prossimo Europeo, che da copione dovrebbe svolgersi dall’11 giugno all’11 luglio in dodici paesi differenti (presente anche l’Italia con l’Olimpico di Roma) ma che – come svelato dall’amministratore delegato del Bayern Monaco Rummenigge – potrebbe subire una modifica netta e decisa per arginare il Covid. Aleksander Ceferin, il capo del calcio europeo, starebbe valutando con numeri e dati pandemici alla mano l’idea di far disputare il torneo in un’unica nazione mettendo in atto un rigido protocollo sanitario. Ma nonostante si cerchi di lavorare con il massimo della lungimiranza, l’incertezza su alcune variabili (tra le più importanti la presenza dei tifosi allo stadio) ha gettato i massimi dirigenti Uefa nello sconforto. Una decisione in tal senso dovrebbe arrivare non prima del 5 marzo, quando si analizzeranno quattro scenari: quello più ottimistico (e al momento più irreale) prevederebbe l’apertura degli impianti al 100% del pubblico, gli altri limiterebbero la capienza a percentuali più basse mentre l’ultimo, praticamente sulla scia del contesto attuale, comporterebbe l’intero Europeo a porte chiuse.

Le alternative allo spettacolo itinerante tanto decantato da Michel Platini sono molteplici. Inizialmente si è parlato della Russia di Putin, i cui punti a favore poggiano sui numerosi stadi di recente costruzione e soprattutto sul successo ottenuto nell’ultima edizione del Mondiale, definito addirittura da Usa Today come “il migliore mai organizzato finora”. Certezze che, anche nella terra degli Zar, vacillano sempre più. Contagi nuovamente in aumento (Mosca e San Pietroburgo guidano la triste classifica) e una corsa al vaccino, lo Sputnik V, che sa di risposta a Stati Uniti e Cina. Un’altra opzione sul tavolo riguarderebbe la bolla Regno Unito e quindi un Europeo da vivere tra Londra e Glasgow. La capitale inglese, almeno per adesso, ha in programma ben sette partite a Wembley (spiccano le due semifinali e la finale), la città scozzese tre sfide della fase a gironi e un ottavo. Anche qui una strada difficilmente praticabile, dato che nelle ultime settimane l’esecutivo britannico assiste quasi impassibile ai continui record dei decessi e valuta la proroga dell’attuale lockdown. La variante Covid sta mettendo in ginocchio il paese e, tra boom di ricoveri e una pressione ospedaliera in forte ascesa, il calcio sembra essere l’ultimo dei problemi.

E Roma e l’Italia che ruolo svolgeranno? La Figc aveva annunciato in pompa magna la gara inaugurale che si sarebbe dovuta disputare all’Olimpico il 12 giugno 2020: dal media center al football village, in calendario vi erano eventi di ogni genere per intrattenere tifosi e turisti, una sorta di volano che il presidente Gravina etichettò come “una grande occasione per l’intera nazione in grado di lasciare un’eredità importante”. La capitale, in attesa di comunicazioni ufficiali da parte della Uefa, non smette di lavorare sperando che il format originario – che cadrebbe in piena campagna elettorale o addirittura a urne già aperte – non venga minimamente intaccato. Ma c’è molta perplessità e la prospettiva della sfida Italia-Turchia a porte aperte appare, al giorno d’oggi, come un miraggio. Un altro grattacapo riguarda i biglietti, il 90% dei quali è stato venduto prima della pandemia: parecchi tifosi, giustamente incoscienti sulle reali possibilità di poter andare allo stadio, hanno già provveduto a chiedere il rimborso. Al calcio d’inizio manca sempre meno, i vertici del calcio europeo lasciano trapelare cauto ottimismo, ma sanno bene che la situazione è più grave del previsto. Quella di un nuovo slittamento è un’eventualità da far tramontare all’istante perché porterebbe a nuovi sacrifici economici e a un intasamento con altri grandi eventi, tra tutti le Olimpiadi di Tokyo e la fase finale di Nations League che tra le sue protagoniste avrà anche la Nazionale di Mancini.

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