“Cosa abbia voluto raccontare in realtà, se fantasie o verità, immaginazione o realtà, non è dato sapere”. Nell’epilogo di Indagine su un burattinaio – Il manoscritto del giudice (edizioni Città del Sole, 237 pagine, 18 euro) c’è tutto il fascino del secondo romanzo di Roberto Oliveri del Castillo, giudice del Tribunale di Bari. Un nome, quello del magistrato napoletano, che negli ultimi mesi è tornato spesso d’attualità nelle cronache giudiziarie nazionali. Il motivo? Il suo primo romanzo, Frammenti di storie semplici, per molti ha anticipato le inchieste che recentemente hanno colpito l’ufficio giudiziario di Trani, dove Oliveri del Castillo ha lavorato per anni. Fatti, misfatti e intrecci di potere raccontati nel libro sono finiti nelle carte delle indagini sul pm Antonio Savasta e sul giudice Michele Nardi, il primo condannato a 10 anni di carcere, il secondo a 16. Avevano svenduto la loro funzione e piegato la giustizia per trarre vantaggi economici. La testimonianza di Oliveri del Castillo, poi, è finita anche nel fascicolo della Procura di Potenza che ha portato all’arresto di Carlo Maria Capristo, ex procuratore capo prima a Trani (nello stesso periodo narrato dal libro pubblicato nel 2014) e poi a Taranto. Per le vicende raccontate in Frammenti di storie semplici nel 2016 il gip di Bari venne anche convocato dal Csm per essere sentito nell’ambito di un procedimento di incompatibilità ambientali riguardante altri magistrati in servizio a Trani: a Palazzo dei Marescialli Oliveri del Castillo confermò che i suoi personaggi non erano identificabili con i suoi ex colleghi di Trani, aggiungendo che gli scritti prendevano spunto da cronaca giudiziaria nazionale e locale e vicende professionali adattate e modificate. Stessa, identica versione confermata di lì a pochi mesi anche ai pm di Lecce che indagavano sul Sistema Trani.

Perché una premessa così lunga su un libro di sei anni fa per raccontare un romanzo pubblicato nelle scorse settimane? Semplice: perché Indagine su un burattinaio, pur essendo un’opera molto diversa dalla prima, ne è la naturale prosecuzione. È lo stesso autore a scegliere questa soluzione letteraria: l’amico del giudice protagonista del primo romanzo si impegna a pubblicare il manoscritto del gip, che nel frattempo è morto. Le sue storie, però, continuano a far discutere, tanto che l’amico in questione viene chiamato dal ministero a Roma per capire se i fatti raccontati dal magistrato siano veri o frutto di fantasia. Realtà o finzione, ancora una volta: si tratta, inutile nasconderlo, dello stratagemma letterario usato dall’autore per coinvolgere il lettore, specie quello che conosce Frammenti di storie semplici e che mentre cerca di capire se le storie del nuovo romanzo siano realmente accadute o meno è già stato completamente rapito da ciò che sta leggendo. Il trucco, insomma, ha avuto successo e svela il doppio registro del romanzo: si tratta di un racconto ben scritto e appassionante per chiunque, ma ancor più per chi ha letto Frammenti di storie semplici e prova a cogliere altri spunti di cronaca nelle vicende raccontate nel nuovo volume. Immaginando che almeno due procure d’Italia si saranno poste la stessa domanda (sono fatti veri o inventati?), va detto che alcuni passaggi del romanzo e certi personaggi sono assolutamente verosimili, come quel tale che impone il dress code alle studentesse del suo corso di specializzazione. O come il groviglio di poteri, l’intreccio tra politica e giustizia distorta, che fa da sfondo e rappresenta la piovra contro cui è costretto a combattere il protagonista, un migrante del Nord Africa divenuto ostaggio di sfruttamento e ingiustizia nel luogo in cui è ambientato il racconto. Che non è il Sud Italia (anche se certe descrizioni farebbero pensare alla bassa Daunia), bensì un immaginario Sud della Spagna, con posti, nomi (alcuni richiamano vagamente quelli di persone coinvolte nel Sistema Trani) e ambienti umidicci degni dei capolavori di Sergio Leone.

Ma mentre in Frammenti di storie semplici l’unico tema era la malagiustizia e gli intrallazzi di un piccolo ufficio giudiziario del meridione d’Italia, in Indagine su un burattinaio la denuncia dell’anarchia del potere (e di come si arrivi a comandare grazie alle amicizie altolocate) si affianca e si mescola ad altre questione di strettissima attualità: la lotta al terrorismo (nel romanzo declinata nella sua forma più grottesca), il fenomeno dei migranti, la piaga dello sfruttamento (o dello schiavismo) della manodopera in agricoltura. Ingredienti di un impasto beffardo su cui il potere deviato e la malagiustizia modellano i propri interessi nell’obiettivo di perpetuarli all’infinito, alla faccia di oppressi, vittime, coscienze e dignità. Poi c’è il ritorno, il tema del nostos: tutti i protagonisti positivi della storia raccontata da Oliveri del Castillo hanno in progetto un ritorno a casa, dove il concetto di casa è da intendere in senso lato, come ritorno alle origini dopo tanto peregrinare, quasi a voler confessare un sogno recondito dell’autore di ritornare nella sua Napoli dopo anni di impegno negli uffici giudiziari del Sud Italia. Ma anche in questo caso non è dato sapere se si tratti di suggestione o di realtà.

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