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Padroni di niente, la copertina dell’album della Mannoia si ispira a Friedrich? Povero Viandante!

“A cosa pensa il Pensatore di Rodin?”: con questo titolo l’homepage di arte.tv (il miglior servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale europeo) ha riproposto per qualche giorno in primo piano un video di cinque minuti. Questa esemplare ‘pillola di ginnastica culturale’ riflette sul destino di un’opera divenuta quanto mai iconografica da quando lo scultore Auguste Rodin decise di far scendere e isolare la figura dominante dal frontale di una porta bronzea dedicata alla Divina Commedia.

Così, da un insolito massiccio – Dante che riflette prima d’entrare all’Inferno, s’arriva all’immagine del Poeta in senso lato, al punto che Rodin volle farne una fusione da destinare alla sua stessa tomba, in quel di Meudon. Eppure, da subito, fors’anche per il titolo ‘Le penseur’, è stato al centro di dispute, caricato di significati anche politici, e l’originale dantesco è finito riciclato nelle più libere interpretazioni.

La breve premessa sul protagonista della più celebre scultura moderna francese, che, per sua fortuna, non ha nemmeno un capo d’abbigliamento addosso, ci porta dritto al tema di quanto sia ancora oggi tirato per la giacchetta il Viandante di Friedrich, prima di tutto come simbolo di un mondo pre-moderno dove invece del turista c’era il viaggiatore, pellegrino o vagabondo che fosse.

Ultima in ordine di tempo, a plagiare – a mio avviso – il senso di questo quadro del primo Romanticismo tedesco è stata Fiorella Mannoia. Nella sua nuova e pensosa raccolta di canzoni post-lockdown – recita il comunicato stampa di lancio – “a raccontare queste sensazioni e questi momenti che nessuno si sarebbe mai immaginato di vivere è anche la copertina del disco, ispirata al quadro ‘Viandante sul mare di nebbia’ di Caspar David Friedrich, con la differenza che il ‘Viandante’ di Friedrich è intento a guardare il mistero di un orizzonte di nebbia, mentre il ‘Viandante’ di Padroni di Niente, Fiorella, osserva la civiltà, ‘quello che l’uomo è riuscito a costruire, ma anche a distruggere e a non risolvere, come le baraccopoli sotto ai grattacieli imponenti'”.

Ah, se il povero Viandante potesse parlare! Va bene che, se proprio dovesse scegliere un bersaglio italiano, punterebbe almeno su Vittorio Sgarbi, che aveva suggerito di farne il quadro simbolo dell’Europa, un ideale politico quanto mai estraneo a un mistico dell’arte come sentimento, che casomai fu un tedesco orgoglioso. Ma certo, il Viandante redivivo se la prenderebbe prima di tutto con la celebre casa automobilistica di Wolfsburg che ha affittato per qualche mese la prestigiosa Alte Nationalgalerie di Berlino e ha scelto Wanderlust come titolo di una mostra di grande impatto, che ruotava intorno alla pittura romantica di viaggi e paesaggi e aveva il grande richiamo del prestito da Amburgo dell’originale del quadro-mito di Caspar David Friedrich.

Il Viandante rappresenta l’appuntamento con l’infinito dell’uomo dopo la morte, almeno nelle intenzioni di un pittore che a dire il vero si sentiva quanto mai estraneo alla nascente civiltà industriale e di massa, figurarsi agli usi e ai consumi dell’élite dei primi viaggiatori. Ma in questa nuova versione “mannoiata” e covidica viene addirittura ribaltato il significato del quadro, che rappresenta probabilmente un amico molto caro del pittore appena scomparso, ritratto di spalle con il bastone da cammino proprio all’ingresso dell’Altro mondo, in un’alba con la classica copertura di nebbie subito sotto le cime delle montagne.

Opera datata 1818, un periodo felice nella vita del più tragico dei grandi pittori tedeschi, divenuto poi un maestro venerato di altrettanto profondi artisti contemporanei (Munch, Rothko, Kiefer).

Ancora due anni fa, in un agile best-seller per la casa editrice Il Mulino, il filosofo e professore emerito di Estetica Sergio Givone argomentava da par suo la risposta alla domanda da pillola di ginnastica culturale “Verso cosa si posa lo sguardo del Viandante?”: è ben riassunta nel titolo, appunto, del libro di Givone, Sull’infinito.

Sembra una quisquilia, la nuova copertina con scivolone della Mannoia Viandante post-covidica, ma è presto detto: trattasi a mio avviso dell’ennesimo piccolo vezzo di una sinistra che di culturale ha espresso soprattutto l’egemonia, giocando senza scrupoli sul ribaltamento e lo sdoganamento di tutto e del contrario di tutto, mescolando l’alto e il basso sino a confonderli, anche i viaggi e il Viaggio, le vanziniane “Vacanze di Natale” e “Zabriskie Point”, come Pierino di Alvaro Vitali e Dario Fo.

Così, una volta piallati tutti i valori, prima di tutto quelli estetici e di merito, con quella disinvoltura per così dire ‘veltroniana’ doc, non resta che ritrovarsi a cantare con Fiorella “la vita è un valore / la vita è un valore”…