C’è una parte della comunità scientifica, e non solo, che fa davvero fatica a credere che il virus Sars Co2 2 circolasse già nell’estate del 2019. O meglio ha grossi dubbi sulla validità dello studio condotto dall’Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano, insieme alle università di Milano e Siena, secondo quale il nuovo coronavirus era già diffuso sottotraccia almeno da settembre dello scorso anno. Le conclusioni sono così sorprendenti, e in qualche modo contrastanti con i dati che abbiamo oggi, da aver fatto suscitare qualche perplessità, in primis sul metodo. “Sebbene l’articolo sia redatto da scienziati validi e seri, sembra arduo conciliare i risultati dello studio con i valori relativi alla diffusione del nuovo coronavirus ottenuti da quanto sappiamo finora”, commenta Stefania Salmaso, epidemiologa indipendente, ex Direttore del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità. “Sarà opportuno valutare i metodi e comprendere meglio le variabili. Potrebbe essere stata valutata la risposta a qualcosa di simile al virus che ha causato la pandemia, ma non proprio lo stesso”, aggiunge.

Ma gli autori non hanno davvero dubbi. “Siamo sicurissimi dei nostri risultati”, ribadisce Ugo Pastorino, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Toracica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano (Int) e tra gli autori dello studio. “Mi rendo conto che il mio campo è l’oncologia ed è per questo che per le analisi sul sangue ci siamo rivolti a un laboratorio indipendente, quello di Siena che è un’eccellenza. Dalle loro analisi – continua – non c’è alcun dubbio sulle positività riscontrate”. Sui 959 campioni, 111 sarebbero positivi all’immunoglobulina G (16 casi) o all’immunoglobulina M (97 casi). Di questi 111 positivi, 23 risalgono a settembre, 27 a ottobre, 26 a novembre, 11 a dicembre, 3 a gennaio e 21 a febbraio. I positivi provengono da 13 regioni, la metà dalla Lombardia seguita da Piemonte, Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Veneto. Dei 111 casi, 6 sono risultati positivi anche agli anticorpi neutralizzanti il virus, 4 dei quali già a inizio ottobre.

“È possibile che lo studio Int abbia rilevato qualcosa di simile, ma non identico, alla ragione della pandemia, perché risulta complicato far combaciare questi dati con quelli che abbiamo già”, commenta Salmaso. Ma Pastorino risponde: “I pazienti positivi lo erano certamente al Sars Cov 2. Il metodo utilizzato verrà spiegato nel dettaglio giovedì prossimo in una conferenza stampa che avevamo già organizzato prima che il nostro studio venisse così ripreso dalla stampa”. Il metodo messo in discussione, secondo gli autori dello studio, sarebbe valido. “I test sono stati condotti in cellule vive. Parliamo di test di neutralizzazione in vivo – specifica Pastorino – che, come ci garantiscono i colleghi di Siena, sono molto specifici per Sars Cov 2”. Se lo studio non è stato poi pubblicato su una rivista scientifica prestigiosa, che prevede la revisione dei pari, la colpa sembra non essere legata alla validità del metodo. “Prima di rendere noti i nostri dati su Tumori Journal li abbiamo sottoposti a riviste di prestigio, come il New England Journal of Medicine e Science, ritenendo che fossero di interesse generale”, riferisce Pastorino. “Il nostro obiettivo era quello di sottoporre il nostro studio alla revisione di pari. Abbiamo provato anche a pubblicarlo sotto forma di report – continua – su Science, ma l’editor ci ha risposto che avevano già troppi paper da valutare relativi a Covid-19 e che per il momento non potevano prendere in carico anche il nostro. Non c’è stata quindi nessuna valutazione scientifica dietro la scelta di queste riviste di non pubblicare i nostri dati”. Il rifiuto da parte delle riviste sembra alquanto sospetto. “A dir la verità abbiamo avuto la sensazione che i nostri dati fossero considerati una ‘patata bollente’ che nessuno voleva e che dietro la scelta di non pubblicare il nostro articolo ci fossero questioni politiche e non scientifiche”, dice Pastorino. “Da qui la scelta di renderli noti su Tumori Journal. Ritenevamo – aggiunge – che fosse di grandissimo interesse e che non era giusto tenere i dati per noi. Mi dispiace che questa scelta è stata letta da molti in modo diverso”.

In effetti, se è vero che Sars-CoV-2, ha viaggiato sottotraccia già dall’estate del 2019, ci sono varie considerazioni da fare. “Ci rendiamo conto che i nostri risultati hanno implicazioni importanti”, evidenzia Pastorino. “Ci dicono infatti che il virus era già diffuso sottotraccia nell’estate del 2019 e che, come è successo ora nella seconda ondata, si è manifestato in maniera così forte – aggiunge – subito dopo la fine della bella stagione. Mi sembra un’indicazione utile per il monitoraggio futuro per prevenire quella che potrebbe essere poi la terza ondata”.

Pur invitando a verificare “la possibile reattività incrociata con i comuni coronavirus umani”, cioè la possibilità che il virus trovato nei soggetti dello studio non sia specificatamente Covid-19, Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm), non esclude affatto l’ipotesi di una diffusione così precoce del virus. “I risultati confermano ciò che già si sospettava e che era già stato ventilato da studi precedenti e cioè che il virus fosse entrato nella popolazione da almeno ottobre del 2019”, dice Maga. “Questo potrebbe spiegare la difficoltà nel controllare l’epidemia quando è diventata manifesta. C’erano già indicazioni – prosegue – che l’epidemia nel Nord Italia fosse dovuta ad almeno due eventi indipendenti nelle due regioni interessate. Questo ovviamente si concilia bene con l’ipotesi che il virus stesse circolando sottotraccia, confuso e mascherato dalle epidemie influenzale. Questo si accorda anche con i modelli epidemiologici che sembrano indicare che un virus con queste caratteristiche, come Sars Cov 2, prima di dare origini a epidemie estese, abbiano bisogno di diverse introduzioni casuali nella popolazione suscettibile proprio per le particolari modalità di trasmissione attraverso contatti ravvicinati”. Ad ogni modo anche questa diffusione così precoce non cambia il quadro della fase attuale. “Le misure di contenimento continuano a essere assolutamente quelle di sempre, cioè uso mascherine, distanziamento e igiene delle mani”, dice Maga. “Ma questo nuovo studio ci aiuta a comprendere meglio come il virus apparentemente si fosse già diffuso per un certo numero di mesi prima di essere identificato. Resta irrisolta – conclude – la ‘zona grigia’ della Cina, cioè se avessero o meno delle evidenze del virus e abbiano tardato a comunicarlo per motivi tutti da verificare”.

Foto di archivio

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