In futuro la tutela del mare passerà attraverso il Dna ambientale, ossia quei frammenti piccolissimi di Dna dispersi nell’ambiente derivati da pelle, escrementi, gameti. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Molecular ecology: un team internazionale è andato a caccia di piccole sequenze genetiche sparse nel Mediterraneo, consegnandoci delle ‘fotografie’ del mondo sommerso ben differenti da quelle ottenute finora con i metodi di campionamento tradizionali. “È un lavoro che ci lascia molto soddisfatti – commenta Marco Milazzo, professore di ecologia dell’università di Palermo e responsabile del gruppo di ricerca del Consorzio interuniversitario per le Scienze del Mare (Conisma) che ha guidato lo studio – grazie a questa tecnica molecolare, nata negli ultimi anni, siamo riusciti a campionare pesci mimetici, elusivi e di piccole dimensioni che avremmo difficilmente individuato coi metodi tradizionali, quali il censimento visivo, i sistemi video con esca o i dati delle catture di pesca artigianale”. Il Dna ambientale (o eDna, come environmental Dna) mette in luce quella che gli scienziati chiamano la diversità criptica, vale a dire la biodiversità che rimane inesplorata. È stato visto anche sul fronte terrestre: in Amazzonia è stato possibile rintracciare diverse rane, classificate come rare, e addirittura una ritenuta estinta da oltre cinquant’anni. “Ma la novità di questa metodica è che non solo permette di capire la ricchezza di specie in una determinata zona, quindi un semplice risultato numerico – aggiunge il professore a Ilfattoquotidiano.it – ma ci dà informazioni sulla reale salute dell’ecosistema”.

Un ecosistema è un po’ come un puzzle ed è in salute quando ci sono tutti i pezzi, perché solo allora sono garantite le sue funzioni come fornire cibo, depurare l’acqua, creare suoli, proteggere le coste dall’erosione. E poiché l’eDna è un metodo non selettivo – che individua gli organismi marini a prescindere dalla loro dimensione o comportamento – ci permette di ‘vedere’ una maggiore varietà di esseri viventi, quindi, ci restituisce un quadro più completo delle funzioni dell’ecosistema. Avere un ecosistema in salute è fondamentale perché significa che “saprà reagire alle perturbazioni di origine antropica, come il cambiamento climatico, il sovra sfruttamento delle risorse o l’inquinamento”, puntualizza Milazzo. Questo strumento, poi, ha un’altra potenzialità. Se l’eDna ci permette di individuare animali poco numerosi, allora ci permette di scoprire anche le specie aliene ossia “quelle specie non indigene di un territorio ma arrivate lì per colpa dell’uomo”, dichiara Giorgio Aglieri a Ilfatto.it, ricercatore del Conisma e primo autore dello studio. Problema per nulla trascurabile: “Il Mediterraneo è il mare più invaso da specie non native al mondo, ogni anno da parte di pescatori, turisti e ricercatori si hanno centinaia di segnalazioni di organismi tropicali o sub-tropicali”. Le ragioni si spiegano perlopiù con “l’apertura del Canale di Suez nel 1869, il progressivo incremento dei traffici marittimi e l’aumento della temperatura media delle acque superficiali del Mediterraneo”, aggiunge Aglieri. Come volevasi dimostrare, anche il nuovo studio sull’eDna – perlustrando diverse zone in Italia, Grecia, Spagna, Francia, Slovenia e Croazia – ha individuato su 160 pesci ben 3 alieni. Si tratta di un lutianide del quale non esistono ancora informazioni sul Dna per identificare esattamente la specie e di due specie di pesce coniglio: il Siganus rivulatus e il Siganus luridus.

“Ci aspettavamo di registrare la presenza dei pesci coniglio solamente in acque greche, dove sono abbondanti da una decina di anni”, spiega ancora Milazzo, “invece oltre che nell’Isola di Zante, sono stati individuati a Torre Guaceto (sud Adriatico), Cabo de Palos (sud Spagna), Bonifacio (Corsica) e nel versante Mediterraneo della Francia continentale”. Un’espansione che ha stupito gli scienziati, rassicurati solo dal fatto che “trattandosi di un segnale debole di Dna, probabilmente siamo di fronte a densità ancora basse”. I pesci coniglio sono originari del Mar Rosso e la loro prima segnalazione nel Mediterraneo orientale è antica: per Siganus rivulatus era il 1927, mentre per il luridus il 1956. Negli anni la loro presenza è cresciuta molto e oggi sono particolarmente abbondanti lungo le coste di Libia, Egitto, Israele, Libano, Turchia e Grecia. Addirittura in diverse aree del Mediterraneo orientale, i pesci coniglio costituiscono oltre il 50% delle catture di pesca costiera. Dato per nulla positivo perché “oltre ad avere uno scarso valore commerciale in quanto poco apprezzati per le loro carni, i pesci coniglio sono erbivori voraci, responsabili della ‘deforestazione’ di centinaia di chilometri di fondali rocciosi in appena dieci anni”. Infatti, “non solo si nutrono delle macroalghe, ma ne rimuovono anche spore e propaguli (parti vegetali che originano nuovi individui, ndr) creando dei veri e propri deserti sottomarini”. I pescatori sono molto preoccupati perché nelle regioni in cui i pesci coniglio sono abbondanti si è registrata una riduzione del 40% di tutte le specie presenti. Se spariscono le macroalghe scompaiono anche centinaia di altre specie alle quali forniscono cibo e riparo, tra cui specie di interesse commerciale per la piccola pesca costiera. “Il vantaggio del metodo dell’eDna è rintracciare per tempo una specie aliena prima che diventi numerosa per effettuare interventi di eradicazione, infatti, quando si nota con i metodi tradizionali spesso significa che è già abbondante e la possibilità di limitarne la diffusione è ridotta”, conclude il professore. Per esempio, “a Cipro l’anno scorso è iniziato con successo il programma di abbattimento mirato del pesce scorpione Pterois miles, di origine indo-pacifica, che rappresenta una vera minaccia per la biodiversità della regione”. Mentre vista la diffusione del pesce coniglio, oggi si può solamente tentare di contenerlo “favorendo il ritorno dei grandi predatori costieri”, quindi “combattendo la pesca illegale di squali e razze, molto diffusa in Nord Africa e gestendo maggiormente le aree marine protette per aumentare cernie e barracuda mediterranei”.

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