Una crescita meno sostenuta, “lineare”, dovuta a un insieme di fattori, comprese le misure di contenimento stabilite per provare a frenare il virus Sars-CoV-2. Ma più che guardare i dati dei contagi, per comprendere l’andamento dell’epidemia e stabilire se il rallentamento della curva nel gonfiarsi è ‘strutturale’, secondo Carlo La Vecchia, ordinario di Statistica Medica ed Epidemiologia all’Università degli Studi di Milano, è bene guardare ricoveri e ingressi in terapia intensiva, perché questi non dipendono dai tamponi che si fanno, un indicatore ritenuto “troppo fluttuante”, anche alla luce della scelta di alcune aziende sanitarie – come quella di Milano – di eseguire il test solo ai sintomatici, strategia con la quale restano sotto traccia “oltre la metà” dei casi. Ma la “consapevolezza” del rischio da parte della popolazione sta “senza dubbio” supplendo, tanto che La Vecchia ipotizza che l’andamento migliore di Bergamo e Brescia, le zone più colpite a marzo, possa non essere dovuto solo all’immunizzazione ma anche allo “spavento” che ha portato a un comportamento più prudente.

Alcuni segnali mostrano un rallentamento della curva: il numero dei positivi cresce ma meno velocemente. È così o è troppo presto dirlo?
Cresce in maniera strana. Ma non è una base solida, perché dipende molto da quanti tamponi si fanno e da come si va alla ricerca dei positivi. Parliamo di un indicatore troppo fluttuante per essere affidabile.

Cosa bisognerebbe guardare e indagare, quindi?
L’andamento di ricoveri e terapie intensive, che oggi crescono in maniera lineare, probabilmente per un insieme di fattori. In parte sono certamente rallentati dalle misure di contenimento decise e messe in campo.

L’andamento dei contagi può invece essere frutto di una saturazione della capacità di testing, intasata anche dai tamponi di controllo?
Questo è sempre vero, nel senso che i tamponi fatti non saranno mai abbastanza. L’approccio del testing a tappeto è difficile. E può essere efficace nel momento in cui abbiamo focolai distinti. La realtà è che stiamo grossomodo facendo quello che sta facendo il resto d’Europa, anche se volgendo lo sguardo nel lungo periodo non avrei chiuso le scuole, seguendo la via francese e tedesca. Anche perché non siamo nella stessa identica situazione di marzo.

In che senso?
Oggi le cure specialistiche per i pazienti Covid sono ancora accessibili, il problema principale è legato all’affollamento di pronto soccorso e aree mediche.

L’indice Rt viene considerato come il metro più attendibile. È così?
È un dato approssimativo, va preso con le pinze, perché si basa sulla data di comparsa dei sintomi, quindi soggetto ad errori. Bisogna tenere d’occhio ricoveri e terapie intensive.

Da più parti si muove la critica che le misure anti-contagio vengano prese su dati “vecchi”, basati sulla settimana precedente. È sufficiente o dovremmo avere numeri più freschi per tararle meglio?
Abbiamo un ritardo di qualche giorno nella loro produzione, ma non li rilasciamo peggio di altri Paesi. Parliamo di un ritardo che ritengo fisiologico.

C’è chi chiede di rilasciarli in maniera “grezza”.
Esiste un problema di privacy che andrebbe risolto e bisogna ragionare su chi possa averne accesso per evitare confusione. Sarebbe giusto metterli a disposizione, ma le istituzioni dovrebbero decidere a quali enti scientifici fornirli.

Ats Milano, ma non solo, non fa più tamponi a chi non ha sintomi. In questo modo quanto si rischia di sottostimare la diffusione di SARS-CoV-2?
Molto, almeno la metà. Il problema aggiuntivo è che non solo gli asintomatici, che sono totalmente ignari, ma anche i lievemente sintomatici – ad esempio chi ha febbre per qualche giorno o una lieve tosse – possono confondere la loro condizione e non ricercare assistenza sanitaria, sfuggendo non solo alle statistiche ma anche a tutte quelle regole alle quali sono soggetti i positivi.

Rispetto a marzo la consapevolezza dei contatti stretti che si autoisolano aiuta a contenere la diffusione?
Senza dubbio. Mi chiedo infatti quanto pesi, oggi, nella situazione migliore di Bergamo e Brescia l’immunizzazione raggiunta dalla popolazione nella prima ondata e quanto lo spavento della primavera e di conseguenza il rispetto delle regole. Isolarsi resta fondamentale quando si hanno dubbi su sintomi e contatti avuti.

Quando vedremo la luce in fondo al tunnel?
Le epidemie finiscono, prima o poi. Esiste tuttavia la possibilità che il virus diventi endemico come altri quattro coronavirus con i quali conviviamo da anni.

Ritiene che l’estate sia stata l’incubatore di questa nuova ondata?
Guardando le curve di crescita, tendo a ipotizzare che abbiano influito maggiormente la riapertura delle attività a settembre in maniera più massiccia rispetto a giugno, le elezioni e le condizioni climatiche. Tutti i virus respiratori sono più frequenti in autunno: il droplet in ambienti chiusi resta sospeso più a lungo.

Arriverà un momento in cui le misure verranno allentate. Cosa servirà perché la riapertura non diventi un incubatore per una nuova ondata?
Bisognerà vedere innanzitutto quando la situazione migliorerà, la discesa sarà probabilmente meno veloce rispetto a quella alla quale abbiamo assistito dopo il lockdown di aprile e maggio. In quel momento, immagino che vedremo ancora una maggiore consapevolezza dei rischi e quindi comportamenti più attenti. Resta da comprendere se e quale ruolo avrà la vaccinazione e poi la primavera ci aiuterà, come accaduto in queste settimane in Australia.

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