Prevedere che sarebbe finita tra avvocati, accuse di brogli e possibili incidenti non era difficile. Bastava conoscere un po’ il sistema elettorale e non credere alla grande onda blu, che c’è stata, eccome, ma è stata più che compensata dalla marea rossa. I miei quattro lettori su Facebook sanno che alle 2.09 della notte la sentenza l’avevo pronunciata. “Una cosa si può dire, molto prima di sapere i risultati finali, l’America non ha rifiutato Trump, così come l’Italia non rifiutò Berlusconi nel 2006″.

Non so se ve la ricordate quella giornata. Partita con i Piepoli che davano all’Unione da quattro a sei punti di vantaggio agli exit poll, trasformatasi poi in una agonizzante conta all’ultima scheda, comprese quelle deposte in assenza dagli italiani all’estero, prima che un rantolante Romano Prodi arrivasse a dire “Abbiamo vinto” e Berlusconi si mettesse a parlare di brogli pur avendo il suo Pisanu titolare del Viminale. In piccolo lo stesso dramma che hanno vissuto gli Stati Uniti, con in meno la complicazione folle del loro sistema elettorale, i ricorsi giudiziari e alcune centinaia di milioni di armi allineate nelle rastrelliere. Ma la sostanza è la stessa, come lo sgomento e il senso di stentata sopravvivenza che adesso attanaglia i democratici e la stampa liberale, dal New York Times al Financial Times.

La frustrazione di chi “sa” che la logica, il decoro, le buone maniere avrebbero dovuto allontanare gli americani da Donald Trump, così come gli italiani da Berlusconi e scoprire, invece, che il paese in cui vivono o che analizzano da anni è del tutto diverso da quello che hanno immaginato, in un wishful thinking privo di agganci al reale. Trump ha avuto più voti di qualsiasi altro candidato perdente nella storia americana, ma ha avuto anche più voti di qualsiasi candidato vincente, eccettuato Biden. Più di quanti ne ebbe Barack Obama, tanto per capirsi. E dove perderà, quando la polvere delle polemiche si sarà deposta, avrà perso di poche migliaia, forse poche centinaia di voti. Non solo.

La sconfitta alle presidenziali si accompagna ad una sostanziale vittoria alle “politiche”. Il Senato resta un miraggio per i democratici, che hanno anche perso molti seggi, pur mantenendo la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti. Di fatto Joe Biden è fin dal primo momento della sua presidenza quella che in gergo si chiama “l’anatra zoppa”, così come zoppo fu Prodi alla mercé dei Turigliatto, dei De Gregorio e dei Mastella.

E’ l’ampiezza del plebiscito per Trump, sia pure perdente, l’identificazione del suo elettorato nel suo messaggio, nel suo stile, nella sua mission potrebbe, a mio avviso accadrà certamente, modificare una delle grandi caratteristiche della politica americana: il destino oscuro del perdente. Con l’eccezione di Richard Nixon, sconfitto nel ’60, vincitore otto anni dopo, ma ci volle il Vietnam e la paura del ’68, da quando in America vige la regola dei due mandati, il presidente sconfitto al rinnovo o lo sfidante battuto nelle urne sono destinati ad una sorta di oblio, come la squadre che perdono il Superbowl e che solo gli espertissimi ricordano.

Goldwater, Humprey McGovern, Mondale, Dukakis, Dole, Hillary Clinton: chi erano costoro, dove sono, cosa hanno fatto dopo? E Ford, Carter, Bush senior, figure da rispolverare solo in occasione di funerali o inaugurazioni di biblioteche presidenziali, Ma come mettere su uno scaffale Trump? Il repubblicano più votato della storia? L’uomo che se ne andrà dopo aver combattuto battaglie giudiziarie, ripetendo a ogni piè sospinto di essere stato truffato, lui e i suoi elettori. Elettori che sono assolutamente disposti a credergli, che gli credono e che dalla sconfitta trarranno la convinzione assoluta che le loro paure, le loro paranoie, il loro complottismo erano giusti, corretti, verificati.

Un Trump “spossessato” della sua vittoria rimarrà comunque la guida. L’uomo che con un solo tweet può decidere del sostegno degli elettori ad ogni campagna locale, e tralasciamo cosa può ancora fare da qui al giuramento del rivale, che con un solo tweet potrà bloccare ogni eventuale cedimento parlamentare, ogni compromesso favorevole ai democratici, semplicemente sventolando di nuovo la parola tradimento.

Si potrebbe compiere così una berlusconizzazione del partito repubblicano, la trasformazione in uno di quei partiti personali che noi, in Italia e in Europa, conosciamo ormai così bene. E, a ben vedere, si tratterebbe solo del compimento di un processo che si è srotolato sotto i nostri occhi.

Gli Usa sono da quasi un trentennio una democrazia famigliare. La famiglia Clinton, la famiglia Bush, la famiglia Obama di cui Biden è figlio adottivo. Non dimentichiamoci come Sleepy Joe è arrivato dove è arrivato. La sua candidatura era sostanzialmente morta dopo i primi due o tre turni di primarie. Ma, come nel 2016 fu l’apparato a fermare la corsa di Bernie Sanders per far prevalere la candidatura “sicura” dell’ex First Lady ed ex Segretario di Stato di Obama, la pura continuità dinastica, così stavolta è stato di nuovo Obama a muovere tutte le carte, inducendo un candidato dopo l’altro a ritirarsi e a far convergere ogni suffragio sull’ ex vicepresidente, la assoluta continuità dinastica.

Come quindi prendersela con gli elettori repubblicani se dovessero pensare che il candidato giusto tra quattro anni sia di nuovo the Donald, o qualcuno che lui stesso indicherà, magari in famiglia. Un’ombra pesante avvolge quindi gli Stati Uniti, bisognosi come non mai di una politica forte, come è stata forte quella di Trump, come è sempre forte la politica della destra che non si cura minimamente di turbare gli oppositori quando, dall’Ungheria alla Polonia, dalla Gran Bretagna al Brasile fino al nostro paese, le urne sono loro favorevoli.

Mentre la sinistra, sempre più rosé, annacquata, timidamente non osa far nulla che possa alterare davvero gli equilibri (non so se avete presente il conflitto di interessi da noi). Bisognosi, gli Usa, di regole che restituiscano agibilità e agilità al sistema, regole che invece non potranno essere modificate. Bisognosi di credere nella bontà di un sistema che invece, nelle ultime due tornate, è stato definito dai suoi stessi massimi protagonisti come fatalmente alterato. Perché le affermazioni truffaldine di Trump nelle sue conferenze stampa non sono meno patetiche e false del tentativo democratico di attribuire la sconfitta di Hillary alle macchinazioni di Mosca. Saranno quattro anni lunghissimi.

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