Philadelphia. Boston. New York. Washington D.C. Detroit. Los Angeles. San Francisco. Chicago. Dallas. Atlanta. Non esiste città americana dove quasi ogni giorno – spesso la sera – i militanti di Black Lives Matter non si ritrovino. Sono gruppi più o meno numerosi, richiamati dall’urgenza della cronaca (come a Philadelphia, alcuni giorni fa, con l’uccisione di un altro afroamericano) oppure soltanto dal desiderio di celebrare il rito della memoria delle vittime e dell’appello all’azione. Proprio a Philadelphia si ritrovano al Malcom X Park. Meditano in silenzio per qualche minuto. Poi chi vuole può prendere il microfono e condividere le proprie riflessioni. Quindi un piccolo corteo, accompagnato da un tamburo e da slogan urlati a gran voce, si muove per il parco e per le vie circostanti. La gente, dalle case, saluta e applaude. Una donna si sporge dal balcone e sventola un cartello blu con la scritta “Biden/Harris”. C’è chi nel corteo applaude. Altri mostrano la loro disapprovazione con dei boati sordi e prolungati.

Se il risultato di queste elezioni resta difficile da prevedere, c’è una realtà che in questi mesi è emersa e che resterà con noi a lungo. “Quello cui stiamo assistendo è il più grande movimento per i diritti civili degli ultimi cinquant’anni”, dice Hawk Newsom, uno dei fondatori della sezione newyorkese di Black Lives Matter. Militanti e attivisti raccontano i progressi realizzati da maggio in poi: il passaggio di norme che impongono di rendere pubblico lo stato di servizio di un agente di polizia (ed eventuali abusi e reati di cui si sia reso responsabile); l’obbligo dell’uso delle telecamere mentre si è in servizio; il trasferimento di una parte dei finanziamenti a servizi alternativi a quelli di polizia (a New York City il sindaco Bill de Blasio e il consiglio hanno tagliato uno dei sei miliardi del budget del Police Department). Tanto altro resta da fare, ma un primo obiettivo importante è stato raggiunto: “Quella che comincia a cambiare, è la coscienza collettiva delle persone nei confronti della questione del razzismo e del pregiudizio razziale”, spiega Gary Younge, scrittore e giornalista del Guardian.

BLACK LIVES MATTER E GLI ABUSI DELLA POLIZIA – È facile far datare l’emergere così esplosivo del movimento dalla storia di George Floyd, l’uomo ucciso dagli agenti di polizia a Minneapolis. La sua morte, ripresa da telecamere e cellulari dei passanti, ha mostrato nella maniera più brutale quanto poco possa ancora oggi contare la vita di un afroamericano: soffocato nel mezzo di una strada, inerme, nell’indifferenza dei suoi carnefici, per il solo sospetto di aver utilizzato una banconota contraffatta da 20 dollari. È allora che l’indignazione di molte comunità nere è emersa; un’indignazione rafforzata da altre uccisioni di afroamericani, altrettanto inutili e brutali. Breonna Taylor è stata crivellata dai colpi di pistola degli agenti nel letto del suo appartamento, nel corso di un’operazione anti-droga; anche lei senza costituire alcuna minaccia reale. E Ahmaud Arbery l’hanno ammazzato due uomini bianchi, padre e figlio, in Georgia: faceva jogging in un quartiere bianco e per questo era sospetto. La lista dei morti è lunga, destinata ad aumentare di settimana in settimana, come dimostra proprio il caso recente di Philadelphia. Walter Wallace jr., 27 anni, vagava per la strada con un coltello in mano. L’uomo era conosciuto per le frequenti crisi nervose. Gli agenti sono stati chiamati per disarmarlo e condurlo in ospedale. All’arrivo, dopo avergli intimato di gettare il coltello, hanno sparato e l’hanno ucciso.

Gli episodi più recenti fanno parte di una storia di brutalità e vessazioni antica quanto è antica la storia della polizia americana, che al Sud emerge dagli slave patrols settecenteschi, ronde di bianchi incaricati di punire gli schiavi, trasferirli da una piantagione all’altra e catturare chi tentava la fuga. Nel Nord, i dipartimenti di polizia si sviluppano invece come risposta a una serie di rivolte a metà Ottocento nelle principali città americane; molte di queste, come quella di New York del 1834, avevano la loro origine nelle pulsioni abolizioniste. Il pregiudizio razzista è rimasto una costante fino ai giorni nostri. Gli agenti di un posto di polizia di Chicago, tra il 1972 e il 1991, hanno torturato almeno 125 sospetti afroamericani. Uno studio della “National Academy of Sciences” dell’agosto 2019 (sulla base dei dati dei sei anni precedenti) mostra che i neri hanno due probabilità e mezzo in più dei bianchi di essere uccisi dalla polizia; e una possibilità su mille di essere uccisi mentre si trovano nelle mani degli agenti. Un’inchiesta del New York Times, dopo la morte di George Floyd, ha rilevato che i neri sono il 19 per cento della popolazione di Minneapolis, eppure sono oggetto del 58 per cento delle operazioni in cui la polizia fa uso della forza.

BLACK LIVES MATTER, COVID-19 ED ESCLUSIONE SOCIALE – Il carattere razziale e razzista della giustizia americana è dunque antico, sistematico, iscritto nella Storia di questo Paese. Perché dunque la reazione di molte comunità nere d’America, dopo la morte di George Floyd, è stata così violenta e inaspettata? Contano le circostanze assurde della sua morte? In parte, ma non soltanto. Anzitutto l’assassinio di Floyd – e quelli di Breonna Taylor, e di Ahmaud Arbery – arrivano in un momento particolare: quello dell’emergenza Covid, che ha mietuto tante vittime nella comunità afroamericana. I neri (dati APM Research Lab) sono morti in questi mesi a tassi pari al doppio di quelli dei bianchi: precisamente, una vittima ogni mille persone. Cattiva assistenza sanitaria, condizioni mediche pre-esistenti, povertà e varie forme di disagio sociale hanno creato le condizioni più propizie per l’azione devastante del virus. Ma hanno creato anche sentimenti di esasperazione e forme di disperazione che sono esplose incontenibili quando in TV sono passate le immagini dell’ennesimo nero ucciso per nulla. “Se non muoio di Covid, muoio per mano della polizia. E allora tanto vale scendere in strada e protestare”, dice Laura, una ragazza incontrata tra i manifestanti del Malcom X Park.

Il Covid non spiega però tutto. C’è sì la reazione all’antica violenza poliziesca nelle manifestazioni anti-razziste di queste settimane. C’è la disperazione di tante famiglie decimate dal virus. Ma c’è anche un Paese, l’America, in cui le differenze economiche e sociali si sono sempre più allargate. “Lo svantaggio accumulato dai neri in quasi ogni aspetto della vita sociale ha fatto sì che la protesta esplodesse”, spiega la politologa Jamila Michener. Dalla sanità al lavoro, dall’educazione all’accesso ai servizi, i neri americani sono indietro in tutti gli indicatori. “Ma non sono solo i neri, tutta la società americana mostra un allargarsi delle differenze sociali”, spiega Clarence Taylor, storico del movimento per i diritti civili. “Black Lives Matter è l’espressione di un conflitto sociale che si fa sempre più radicale e le cui cause vanno ritrovate molto indietro nel tempo, nelle politiche neo-liberiste degli anni Ottanta e Novanta”. La prova è soprattutto una: sono tanti i bianchi, soprattutto ragazzi, che in questi mesi sono scesi per le strade a protestare insieme a Black Lives Matter. Il loro orizzonte di vita si restringe sempre di più, proprio come quello di molti afroamericani.

BLACK LIVES MATTER E JOE BIDEN – Quelle cui abbiamo assistito in questi mesi sono senza dubbio le proteste più vaste della storia americana. Al Washington Post, a inizi agosto, qualcuno ha anche cercato di quantificare il numero di persone scese per strada fino a quel momento: oltre 26 milioni, è stato il calcolo presunto. Il problema, a poche ore dal giorno elettorale, è quindi come questo enorme serbatoio di passione civile e impegno politico si rifletterà sul voto. Un giro e qualche domanda tra i ragazzi che si ritrovano nel parco di Philadelphia fa emergere una serie di opinioni e riflessioni piuttosto uniformi. Anzitutto, Joe Biden non è il presidente di questo movimento. “Biden è quello che negli anni Novanta scriveva le leggi per mandare in prigione i ragazzi per qualche grammo di marijuana”, spiega ancora Laura. “Fa quello che hanno sempre fatto nel partito democratico – racconta Paul, che è arrivato a Philadelphia da Washington DC alla notizia dell’assassinio di Walter Wallace -. Pensano di usarci come una sorta di commodity, di merce. Ci comprano, in campagna elettorale, promettendoci che le cose andranno meglio. Ma non cambia mai niente”.

Perché allora durante le primarie democratiche la maggioranza dei neri ha votato per Biden? “Facile – risponde ancora Paul -. Perché la gente lo conosceva come il vice di Barack Obama, e questo a molti neri basta. A me, no”. Lui, Paul, lo voterà? “Io l’ho già votato – risponde ridendo -. Non è una contraddizione. Biden non mi piace. Biden non sarà mai il mio candidato. Ma tutto è meglio di Trump”. Il “tutto è meglio di Trump” è il sentimento che sembra prevalere in molti degli attivisti del Malcom X Park. Una ragazza cita anche quello che alcuni giorni fa ha detto il filosofo Cornel West: “La scelta è tra un disastro neoliberale e una catastrofe neofascista”. Lei dice che sceglierà il disastro neoliberale, ma “il giorno dopo l’elezione di Biden l’azione del movimento deve riprendere”. Non voterà per Biden un altro ragazzo, Eric, che dice di aver lasciato il Missouri “dove il razzismo è insopportabile”: “Non mi va di votare il meno peggio” racconta, anche se poi ammette che “milioni di neri stanno andranno alle urne. E questo è merito anche delle nostre proteste. Questa mobilitazione l’abbiamo prodotta noi”.

“Non importa come finiranno queste elezioni. Noi siamo qui per restarci”, dice Hawk Newsom, l’attivista di New York. L’impressione, in queste ore, è quella di una sospensione. Dopo mesi di proteste, dopo aver portato milioni di persone in strada, dopo aver ottenuto significativi successi legislativi, militanti e simpatizzanti attendono col fiato sospeso la notte del 3 novembre. Sperando che il risultato sia il meno peggio per loro, per il movimento, per l’America. Convinti che la Storia ha comunque preso un certo corso e che loro “sono qui per restarci”.

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