L’ultimo schiaffo agli ambientalisti a pochi giorni dalle elezioni Usa. Trump ha tolto lo status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska, la più grande del Paese e una delle maggiori foreste pluviali al mondo, che per oltre la metà territorio (nove ettari su 17 rimasti protetti per circa vent’anni) sarà ora aperta ad attività boschive. È solo l’ultima mossa del presidente in carica contro l’ambiente che, come c’era da aspettarsi, ha giocato un ruolo significativo in questa campagna elettorale accanto al tema legato alla gestione della pandemia. Se agli inizi di giugno il suo avversario democratico, l’ex-vicepresidente Joe Biden, è stato il primo a presentare il proprio climate plan, che prevede un investimento da 1,7 trilioni di dollari, gli obiettivi di un eventuale nuovo mandato di Trump restano a grandi linee quelli già presentati nel 2016. Fra questi, la conferma dell’uscita degli Usa dal Trattato di Parigi e la definitiva cancellazione del Clean power plan (Piano per un’energia pulita) creato nel 2015 e che ha rappresentato il cuore delle politiche ambientali di Obama.

TRUMP E L’AMBIENTE – D’altro canto non era ancora presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, quando postava sui social frasi del tipo “bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale”. Mentre pochi minuti dopo il giuramento, sul sito internet della Casa Bianca furono cancellate le pagine dedicate al cambiamento climatico e i riferimenti alle politiche di Barack Obama. Al loro posto era spuntata la sezione An America First Energy Plan. Il Clean Power Plan avrebbe dovuto far ridurre agli Stati Uniti, entro il 2030, le emissioni di CO2 del 32%, rispetto ai valori del 2005, ma anche dare nuovo impulso alla produzione di energia pulita. Agli inizi di ottobre la rivista Nature ha attaccato Trump, ripercorrendo le fasi del suo mandato e sostenendo che con la sua gestione il tycoon ha causato molti danni facendo marcia indietro sulle leggi ambientali, con l’uscita dagli accordi sul clima di Parigi (e anche nella gestione del coronavirus), e che anche se perdesse le elezioni sarà comunque difficile ricostruire l’integrità scientifica, la fiducia pubblica e la credibilità americana dopo la fine del suo mandato. Per Nature, l’attuale presidente è reo di aver fatto marcia indietro sugli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra, indebolendo le regole per limitare l’inquinamento e minando l’integrità e l’autorità dell’Agenzia di protezione ambientale (Epa).

Secondo un’inchiesta del New York Times, che ha raccolto dati provenienti da studi delle università di Harvard e Columbia, il Registro Federale, l’Epa e altre fonti, i provvedimenti che Trump ha adottato a scapito dell’ambiente sono un centinaio. C’è di tutto: dall’inquinamento di aria e acqua, alle emissioni, fino all’estrazione di petrolio e gas (solo ad agosto scorso l’attuale presidente ha revocato i limiti sulle emissioni di metano delle compagnie), alla difesa degli animali (Trump ha abrogato 11 leggi per la protezione delle specie). E cento sono anche le cause legali che in tre anni Earthjustice ha intentato per difendere l’ambiente dalle scelte di Donald Trump. Nei giorni scorsi l’ultima: permettere la raccolta del legno e la costruzione di strade in alcune aree della foresta Tongass.

LA CAMPAGNA ELETTORALE DI BIDEN – Era inevitabile, quindi, che la tutela dell’ambiente, legata anche alla gestione della pandemia, avesse un ruolo chiave nella campagna elettorale. Su questo fronte punta molto Biden che, in caso di vittoria, dovrà cercare di mantenere la doppia promessa fatta, ossia quella di tutelare l’ambiente creando posti di lavoro, cosa che gli ha permesso di tenersi buoni i sindacati. Tra gli obiettivi del suo programma c’è il raggiungimento delle emissioni zero entro il 2050, la reintroduzione del Trattato di Parigi, il sostegno alle comunità native i cui territori sono sfruttati dalle compagnie petrolifere e completare un investimento di 400 miliardi di dollari nel giro di due lustri per la ricerca sul clima e l’energia (Biden punta su quella pulita). Per farlo senza danni, anche in termini di posti di lavoro, dovrà lavorare molto sulle rinnovabili.

I NODI DIFFICILI DA SCIOGLIERE – Ma gli ambientalisti che lo sostengono si aspettano anche altro. Intanto che prenda una posizione contro nuove attività fracking, ossia l’estrazione di gas e petrolio di scisto attraverso la spaccatura delle rocce. Una tecnica molto dannosa, con cui negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno superato i sauditi diventando il maggiore produttore di greggio al mondo. Facile intuire, dunque, perché dopo che il candidato democratico, nell’ultimo dibattito televisivo, ha pronunciato la frase “no ai sussidi all’industria petrolifera” il suo staff è dovuto correre ai ripari e la sua vice, Kamala Harris, ha poi chiarito: “Joe Biden non ha intenzione di vietare il fracking. Si occuperà dei sussidi petroliferi. Sapete che al presidente piace prendere tutto fuori contesto. Ma siamo chiari, quello di cui Joe stava parlando era di vietare i sussidi, ma non bandirà il fracking in America”. Altro nodo è quello legato al carbone, dato che nel suo piano non si fa cenno a politiche di carbon pricing attraverso le quali tassare le emissioni di anidride carbonica, né Biden ha mai dichiarato che verranno chiuse tutte le centrali a carbone.

IL PIANO DI TRUMP, PER GLI AMBIENTALISTI C’È POCO DA ASPETTARSI – Resta, di fatto, un oceano tra i due programmi. Trump, ad esempio, oltre all’addio al Trattato di Parigi e alle politiche di Obama vuole espandere le trivellazioni di petrolio e gas, approvare lo sviluppo dell’oleodotto Keystone XL con la promessa di decine di migliaia di posti di lavoro. Obama aveva bloccato nel 2012 sia l’oleodotto progettato per trasportare il bitume dalle sabbie dell’Alberta, in Canada, sia il Dakota Access Pipelines. Riguardo al fracking, nelle ultime ore ha twittato dalla dalla Pennsylvania, uno degli stati chiave per la conquista della Casa Bianca e la cui economia è molto dipendente da questo tipo di estrazione. “Ho appena firmato un ordine per proteggere il fracking e l’industria petrolifera e del gas. Questo significa posti di lavoro e l’indipendenza energetica americana”, ha scritto lanciando anche una frecciata a Biden.

In campagna non sono mancati, come tradizione vuole, appelli e veleni. L’attivista svedese Greta Thunberg, il cui rapporto con Trump è stato da sempre a dir poco ‘complicato’, ha invitato i suoi sostenitori a sostenere il candidato democratico (“Organizzatevi e fate in modo che tutti votino Biden”), mentre un’altra risposta piccata è arrivata dalla Cina. A fine settembre, infatti, all’Assemblea generale Onu Trump ha detto: “Chi attacca l’eccezionale situazione ambientale degli Usa ignorando il crescente inquinamento cinese non è interessato all’ambiente, vuole solo punire l’America”. E anche nel dibattito con l’avversario il tycoon ha citato le pessime situazioni riscontrabili in Cina, India e Russia per giustificare la scelta di ritirare gli Usa dall’accordo di Parigi. La replica non si è fatta attendere: “Non siamo interessati alle elezioni presidenziali Usa e non vorremmo che nelle elezioni fosse giocata la carta della Cina”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian.

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