Quello che non poteva entrarle in bocca, l’ha stretto tra le dita e lo ha accarezzato con movimenti semicircolari. Durante tutto questo tempo, con la mano sinistra teneva indietro i capelli e provvedeva tempestivamente a sollevare le ciocche che le cadevano sul viso, e questo perché lui potesse guardarla fare. E durante tutto questo tempo, lei lo guardava negli occhi, senza mai abbassare lo sguardo, come se si chiedesse, ma dove l’ho già vista questa faccia?

Lezioni di gioia, di Vladan Matijević (traduzione di Milica Marinković; fotografie di Alex Gallo; introduzione di Dante Maffìa; WhiteFly Press) è il diretto, irruento e riuscitissimo ritratto di Mona Aksentijević, personaggio letterario indimenticabile che vive il sesso, e la propria esistenza, con profonda ostinazione liturgica.

In un romanzo sensuale e torbido che scandaglia l’animo umano e le relazioni di una vita quotidiana, l’autore serbo, con la sua scrittura asciutta, riesce a dare una completezza verosimile alla sua eroina, capace di trasmettere momenti di partecipazione e visceralità al lettore. I brevi capitoli sono accompagnati da istantanee in bianco e nero di Alex Gallo, fotografie che trovano nel volto e nel corpo di Meli Lippolis la rappresentazione, efficace, di Mona.

Nessuno può procurarci tanti guai quanti riusciamo a crearne a noi stessi. A cosa mi serve andare a questo incontro dove apparirò diverso da come sono o sarò me stesso come non vorrei che mi vedessero, stupido, impacciato, noioso, miserabile. Meglio sarebbe che ciò non si sapesse, oppure che si sapesse solo a casa mia.

La fortezza, di Meša Selimović (traduzione di Vesna Stanić; introduzione di Predrag Matvejević; Besa Editrice) è uno dei romanzi più importanti della letteratura bosniaca. Dopo più di otto anni passati in Russia, a combattere nelle paludi del Dnestr, Ahmet torna a Sarajevo portandosi dietro l’angoscia ingestibile di ciò che ha visto e commesso.

A casa trova ulteriori lutti, la peste ha dilaniato la sua famiglia e la città è un covo di inganni, sospetti e vendette che trova la propria rappresentazione nella Fortezza, un angusto palazzo al cui interno si decidono le sorti degli oppositori dell’ordine costituito. Nel testo la sopravvivenza non viene vista come una vittoria sugli orrori della guerra, ma come una gigantesca beffa: chi sopravvive è incapace di riadattarsi alla vita quotidiana; e seppur La fortezza sia stato scritto nel 1970, quando la Jugoslavia era ancora unita, non è difficile, per il lettore contemporaneo, intravvedere una involontaria premonizione di quello che saranno costretti a vivere gli abitanti della Bosnia alla fine del secolo scorso.

La medaglia forse più importante, quella del trentacinquesimo anniversario dell’iscrizione al Partito Comunista, la trovammo per puro caso e solo al termine delle ricerche. Era l’ultima medaglia che il nonno si era “guadagnato” e sarebbe stato pericoloso averla. Si trovava, vai a sapere perché, dentro il bicchiere dell’acqua dove il nonno teneva la protesi dentaria.

Trattato di medicina, di Arben Dedja (introduzione di Giulio Mozzi; Vague Edizioni/ WhiteFly Press) è una raccolta di diciannove racconti (e mezzo), nei quali il medico e poeta albanese dipana una carrellata di realismo, crudeltà, perversione che alla fine della lettura si può ammirare come un mosaico grottesco, beffardo e a tratti sensuale del dietro alle quinte ospedaliero e anche della quotidianità albanese. Sono storie dal retrogusto di socialismo reale e di sorprendente attualità. Storie contraddittorie, ciniche, ben scritte.

È possibile ritrovare la bellezza dentro le ferite della Storia? Arrivi a Pola in un fine pomeriggio d’inverno. Perché il mare, lo sai, è meglio evitarlo d’estate. Per questo ci torni adesso: perché proprio d’estate c’eri andato. Ci avevi fatto tanti viaggi, e sempre ti avevano guardato storto.

La frontiera spaesata, di Giuseppe A. Samonà (Èxòrma) è una specie di diario di bordo di un viaggio nel cuore dei Balcani. La frontiera del titolo è metaforica, impalpabile, in movimento. Si sposta tra l’Istria e la Croazia, si insinua nella Slovenia e torna ad affacciarsi sull’Adriatico. Un itinerario personale che raccoglie brandelli di storie, istantanee di città e paesi, riflessioni letterarie e analisi culturali. Un itinerario che diventa mappa generale per chiunque volessi muoversi, in solitaria, tra Trieste e il “verso est”.

Nell’anno 5438 secondo la cronologia degli ebrei, anche a Buda la morte nera raccoglie la più universale delle tasse, la vita umana. I figli di Allah scrivono ancora l’anno 1088, e sicuramente anche loro hanno fatto bene i conti. I cristiani invece dicono che questi eventi avvengono nell’anno 1678 dopo la nascita di nostro signore Gesù Cristo. Per la morte pestilenziale non fa alcuna differenza chi sia a far scorrere la sabbia del tempo da una mano all’altra, o come e quando abbia iniziato a contare i giorni, gli anni, le vite.

La leggenda dei giocolieri di lacrime, di László Darvasi (traduzione di Dóra Vàrnai; Il Saggiatore) è un monumentale, epico vagare di cinque improvvisati saltimbanchi che percorrono terre devastate da una lunga guerra e che portano, a chiunque assista ai loro spettacoli, speranze e maledizioni. Intorno a loro si muovono personaggi memorabili, da nani vagabondi a uomini senza pene, streghe di paludi e donne in grado di frantumare oggetti. Un viaggio attraverso l’Ungheria ai tempi dell’occupazione ottomana. Un periplo distorto scritto in modo grottesco, crudo e visionario.

Durante la cena ti fanno cenno di andare al grande tavolo ovale e due ragazze di terza ti offrono gentilmente il posto. La mano ti trema mentre scucchiai la zuppa, cominci ad avere rimorsi di coscienza per qualcosa. Sogni che è mercoledì e che tutti scuotono la testa.

Darsi del tu, di Edina Szvoren (traduzione di Claudia Tatasciore; Mimesis Edizioni) è una raccolta di quindici racconti che mostrano la complessità delle relazioni umane. Scritte con una prosa a tratti surreale e grottesca, quasi una rivisitazione magiara di James Purdy, le storie dell’autrice ungherese sono brevi ritratti non convenzionali che si muovono in un tempo reale e contemporaneamente onirico. Ritratti umani e famigliari spiazzanti e riconoscibili nella loro disarmante solitudine.

Sin dai primi giorni della mia convivenza con lei, ho iniziato a provare paura. Lei mi ha schiacciato. Si è seduta su di me. Lei mi sta davanti in mutande. Un sudore che sa di birra si diffonde nell’aria. Io la guardo, e il suo viso stranamente comincia a ingrandirsi così come il torso; si gonfia e diventa tumida la creta di una qualche scultura, di un idolo. Sono sul punto di gridare.

Invidia, di Jurij Oleša (traduzione di Daniela Liberti; Carbonio Editore) è il manifesto dell’epoca seguita alla Rivoluzione d’Ottobre. Un testo che richiama le due anime del nuovo corso voluto da Lenin con la Nep. Babičev sogna una mensa collettiva, fulcro della socializzazione proletaria, Kavalerov si rifiuta ostinatamente di trovare un posto da poeta nella Mosca degli anni Venti. Storia di adesioni entusiastiche a un ideale, di profittatori, di marginali invidiosi. Quello di Oleša è, a mio avviso, uno dei libri migliori per capire cosa successe nell’animo russo dopo la rivoluzione.

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