In attesa di sapere chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti, un testo che si potrebbe leggere è Finzioni politiche, di Joan Didion (traduzione di Sara Sullman; Il Saggiatore), libro in cui una delle maggiori scrittrici americane viventi narra le vicende della campagna presidenziale del 1988 per poi spingersi, con i suoi reportage, a sviscerare scandali, crimini di guerra, impeachment, farse da talk show dei successivi dodici anni, passando da Bush padre a Bush figlio, con l’imbarazzante scandalo mediatico che ha visto coinvolto l’amministrazione Clinton. Un testo diretto e senza fronzoli, trasparente e comprensibile, che cerca di smascherare la complessità delle menzogne istituzionali.

Capolavoro della dimensione del West senza tempo, Attraverso il paradiso, di Sam Shepard (traduzione di Andrea Buzzi; Il Saggiatore), è uno dei migliori libri che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Con la sua innegabile abilità per la forma breve e incisiva, Shepard tratteggia personaggi indimenticabili (un uomo nel pieno di una crisi di nervi che si perde dietro il cavallo di una ragazza indiana, un attore disilluso che vuole girare un film dal confine, un dimenticato che brucia su un materasso di un anonimo motel, amanti che si amputano dita nel pieno di uno strusciamento…) che si muovono in uno scenario arido, brullo, farcito di richiami di un’epopea arcaica e al contempo contemporanea. Un luogo nella mente che ripercorre la disillusione del mito americano.

Con il volto sfigurato a causa delle ferite inflitte in guerra, un reduce torna in Virginia con il delirante scopo di trovarsi uno “schiavo” che possa aiutarlo a dare un senso alla sua non-esistenza. Nasce da qui una storia paradossale, di inquietante quotidianità stravolta, nel migliore stile di James Purdy, che con Come in una tomba (traduzione di Maria Pia Tosti Croce; Racconti Edizioni) scrive uno dei suoi testi più riusciti, dove la dimensione simbolica e mistica si cala tra parole utilizzate in modo ossessivo, le ripetizioni diventano esasperate e i dialoghi estremizzati nel loro coerente nonsense. Una scrittura inquieta, nervosa, scarna che riesce a far muovere i personaggi in un disagio esistenziale calmo e disperato.

Tra ossessioni erotiche, lavori precari, stamberghe piene di scarafaggi, il sogno di diventare un artista di talento, Odiando Olivia, di Mark SaFranko (traduzione di Gabriella Montanari e Michael Wernli; introduzione di Dan Fante; Vague Edizioni/Whitefly Press) è un incredibile e riuscitissimo romanzo che attinge nella biografia dell’autore e mette in scena l’amore folle, erotizzante, maniacale tra il protagonista (che passa da lavori di carico e scarico su un nastro trasportatore a sedersi in un ufficio nel quale non sa di cosa debba occuparsi) e Olivia Afrodite. SaFranko colloca la sua storia nell’America carteriana, tra emarginati di derivazione bukowskiana e l’illogicità del mondo imprenditoriale dei futuri yuppies, in una terra di mezzo ossessiva e compulsiva che a tratti ricorda le ragazze cattive di Vargas Llosa e la deliziosamente sociopatica Sylvia di Michaels. Odiando Olivia è un libro magnificamente riuscito.

Cosa succederebbe se Adolf Hilter e Joseph Goebbels, sotto mentite spoglie, diventassero i fan più accaniti dell’eroina di una serie di racconti pornografici, frutto delle fantasie di uno scrittore che vive a New York? In I giri dell’orologio nero, di Steve Erickson (traduzione di Michele Piumini; Il Saggiatore), gli eventi della Storia cambiano attraverso queste ossessioni su carta. Ne viene fuori un ritratto di un mondo malsano, ambiguo e fragile, dove mito e realtà si fondono in una guerra tra poteri perversi e le ambiguità dell’animo umano. Un romanzo visionario e al contempo ancorato al reale, scritto con una prosa asciutta e veloce.

Il Vietnam potrebbe trovarsi anche negli Stati Uniti. Saigon, Illinois, di Paul Hoover (traduzione di Nicola Manuppelli; Carbonio Editore), è un Vietnam visto al contrario, attraverso gli occhi di Jim Holder, un neo-laureato che decide di fare l’obiettore di coscienza in un ospedale di Chicago invece che partire per il sudest asiatico. Con uno sfondo di controcultura, amore libero, hippie, film indipendenti, la lisergica esistenza giovanile degli anni Sessanta, l’autore originario della Virginia racconta la guerra personale del suo protagonista letterario all’interno della struttura ospedaliera. Un’odissea di formaldeide e pazienti lobotomizzati. Un remake, in piccolo, di ciò che i suoi coetanei vivono dall’altra parte del mondo. Un’altra faccia dell’orrore.

L’esistenza degli artisti che negli anni Venti vivevano a Niggeratti Manor, la casa della 136esima strada di New York luogo d’incontro della controcultura afroamericana. Questo viene narrato in I figli della primavera, di Wallace Thurman (traduzione di Davide Platzer Ferrero; Lindau). Figura centrale dell’Harlem Renaissance, Wallace, in questo libro, segue le peripezie di Raymond, uno scrittore con l’incubo del foglio bianco, e della cerchia dei suoi amici. Le ansie, le debolezze, le passioni e la rabbia dei giovani della Harlem dell’era del proibizionismo vengono scandite in questo ironico e ritmato romanzo, capace di far emergere il desiderio di un riscatto collettivo e di una libertà d’espressione artistica e sociale.

Un memoir riuscito, divertente, on the road, che richiama a tematiche beat. Si tratta de Il vento idiota, di Peter Kaldheim (traduzione di Silvia Montis; Edizioni E/O), dove il protagonista, per sbarcare il lunario, passa da lavori di editing sottopagati all’intramontabile mito del nomadismo. E così tra homeless e tossici disperati, reduci e alcolizzati, la storia procede itinerante dentro rifugi sudici, sotto cavalcavia, sulle strade di un’America dilaniata dalla propria quotidianità, e dove tra rabbia, impotenza e dramma a tratti emerge una luce di altruismo e autentica redenzione.

La California vista come laboratorio culturale e sociale. Freeman’s California, a cura di John Freeman (traduttori vari; Edizioni Black Coffee), raccoglie i testi di numerosi scrittori (tra gli altri: William T. Vollmann, Elaine Castillo, Javier Zamora, Frank Bidart, Reyna Grande…) che narrano problematiche attuali quali i flussi migratori, il cambiamento climatico, la propaganda massmediatica, le relazioni umane in un mosaico dirompente di stile e linguaggi capace di mostrare una panoramica esaustiva delle varie anime della scrittura statunitense.

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