In Siria un sacco di persone continuano a morire senza nessun motivo. Da nove anni in una guerra senza fine. La voce dei dissidenti siriani va in scena al Napoli Teatro Festival ( direttore artistico il drammaturgo Ruggero Cappuccio) con Y-Saidnaya. E’ il nome del carcere maschile a nord di Damasco dotato di una sezione speciale per torture ai dissidenti del regime di Assad.

Ti viene addosso come un pugno la storia di Riyad Avlar nel 1996 a soli 22 anni era stato arrestato con l’accusa di spionaggio: la sua colpa? Essere andato in Siria con la compagna per studiare l’arabo per sei mesi, durante i quali aveva inviato delle lettere a familiari e amici in cui raccontava con sgomento di aver saputo dell’esistenza di un sistema capillare di atrocità e prigionie di cui all’epoca nessuno sapeva nulla.
Passa i primi due anni in isolamento al buio, poi finisce a Y-Saidnaya nel 2007, viene liberato solo dieci anni dopo. Quando incontra i familiari il fratello piccolo non lo riconosce, le torture inflitte gli avevano cambiato i connotati.
Avlar ha raccontato la sua storia dal palco del Teatro Bellini in arabo con i sottotitoli in italiano. Il sorriso e lo sguardo di chi non ha perso la speranza e la voglia di vivere nonostante la sua drammatica esperienza.

Y-Saidnaya è il secondo atto della trilogia dedicata al contesto politico siriano che arriva dodici anni dopo il primo capitolo, X-Adra, dal nome del carcere femminile di Damasco. E la voce delle donne umiliate, stuprate, torturate. Y-Saidnaya dove il sistema di delazione mette tutti contri tutti, siriani contro siriani. E’ la fine della vita, la fine dell’umanità.
Con la sua brutale messa in scena Ramzi Choukair, il regista che vive da esiliato a Parigi, ha dato voce e dignità a tutti i morti e agli scomparsi della rivoluzione siriana, restituendogli l’umanità perduta.

Nel 2017, un rapporto di Amnesty international ha documentato come nella sola prigione di Saidnaya dal 2011 al 2013 almeno 13mila persone siano morte a causa delle torture subite. Amnesty ha definito questo carcere, che si trova a soli 30 chilometri a nord di Damasco, un vero e proprio “mattatoio umano” dove decine di migliaia di oppositori del regime di Assad sono stati letteralmente sterminati, in quello che secondo l’ong è un “crimine contro l’umanità”.

pagina Facebook di Januaria Piromallo

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