Otto secondi di attenzione. Meno di un pesce rosso. E’ il tempo medio dopo il quale la nostra mente perde la concentrazione e vaga da un’altra parte. Nell’era dell’iperconnessione e della dipendenza dagli smartphone non riusciamo più a tenere la concentrazione su nulla. Come liberarsi da questa condanna? Il libro di Lisa Iotti ci suggerisce, senza troppo ottimismo, qualche soluzione possibile per allentare il “loop”, il cappio che ci stringe al collo e ci guasta la vita.

Attenti al loop di questa canzone: “C’è un sacco di gente, seguita da un sacco di gente, seguita da un sacco di gente, che segue un sacco di gente e ogni giorno spunta nuova gente, seguita da un sacco di gente”. E se siete una persona a cui piace seguire nuova gente seguita da un sacco di gente, come canta appunto quel geniaccio di Naip, l’ultimissima scoperta del nuovo X-Factor, attenti a non perderci il conto, altrimenti rischiate di “non riuscire a seguire più un cazzo di niente”.
Anche il libro 8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione di Lisa Iotti, appena uscito per il Saggiatore, parla di un loop non solo tecnologico ma anche etimologico. Vi siete mai chiesti, infatti, cosa significa “loop”? Significa “Cappio, laccio”. La corda che quasi tutti ci portiamo al collo, più o meno stretta: quella dell’iperconnessione, che conduce fatalmente alla perdita della nostra capacità di attenzione, causata appunto dall’abuso dei social e di vita digitale. Capacità di concentrazione che si riduce ad 8 secondi, perché continuamente interrotta dallo smartphone e da un sacco di gente che lo popola.

Lisa Iotti è una giornalista inviata di Presa Diretta, e la sua inchiesta è piena di sorprendenti scoperte e di verità che forse intuivamo ma non volevamo ammettere di sapere. Un saggio giornalisticamente informato e accurato, ma anche un memoire di vita e di viaggi, narrato in prima persona. Scrittura brillante e intelligente, perché la prima ad essere caduta nel loop dell’iperconnessione è proprio l’autrice, che confessa: “Come aveva fatto lo smartphone a diventare una dipendenza così forte da allontanarmi non solo da quello che dovevo fare ma anche da quello che volevo fare? Come era possibile che quello strumento fosse capace di distrarmi sempre e comunque, anche quando non avevo nessuna intenzione o bisogno di essere distratta? Di portarmi via da dove volevo a tutti i costi rimanere?”

Non fate finta di niente perché, avvisa la Iotti, ci siamo dentro tutti. Nel mondo ci sono più schede sim attive che umani, 7 miliardi e 900 milioni di sottoscrizioni alla telefonia mobile (dato del 2019) contro i 7 miliardi e 600 milioni di abitanti del pianeta. E l’idea, continua l’autrice, che nascano più sim che bambini mette una certa inquietudine, mentre in Italia siamo spensieratamente lanciati verso l’estinzione. E per riprendere la concentrazione persa ogni 40 secondi a causa dei nostri dispositivi digitali quanto impieghiamo? 25 minuti, e uno studio di Microsoft Canada dimostra che la nostra attenzione è crollata di un terzo nel giro di pochi anni (era di 12 secondi nel 2000, prima dell’avvento degli smartphone): “Otto secondi rappresentano oggi la nostra curva d’attenzione abituale – scrive l’autrice – il tempo medio dopo il quale la nostra mente perde il fuoco: quando leggiamo un articolo, quando ascoltiamo una musica, quando vediamo un filmato, quando parliamo con gli altri. Otto secondi. Meno di un pesce rosso”.

Liberarsi da questa condanna? E’ una missione quasi impossibile. Il prof. Levitin interpellato dalla giornalista spiega che a un certo punto abbiamo smesso di chiamare la distrazione col suo nome e l’abbiamo chiamata multitasking: “Il multitasking crea un circolo vizioso di dipendenza da dopamina, ricompensando efficacemente il cervello per la perdita di concentrazione e la continua ricerca di stimoli esterni […] Dobbiamo allenare noi stessi a scegliere la ricompensa a lungo termine e rinunciare a quella a breve termine”. Fosse facile. Siamo prigionieri della dopamina. Allora come ci si disintossica? Come si guarisce? Come ci si libera dell’astinenza da telefonino?

Risponde Lisa Iotti: “In fin dei conti il metodo dello «sguardo lento» non ci chiede di passare pomeriggi davanti a un unico quadro, come il protagonista di Antichi maestri di Thomas Bernhard che ogni due giorni si siede nella Sala Bordone della Pinacoteca di Vienna a guardare ossessivamente un quadro di Tintoretto per cercare i suoi difetti («Il tutto e il perfetto non li sopportiamo»). Ci suggerisce solo di prenderci dieci minuti di tempo per osservare un’opera con più attenzione di quanto l’occhio potrebbe vedere a prima vista e di provare a frenare la nostra «mente da cavalletta» (la definizione è dello studioso del Mit Seymour Papert che ha analizzato la nostra capacità di saltare da una cosa all’altra di continuo). Dieci minuti sono un’eternità nella nostra epoca della noia, ma un utile esercizio di resistenza attiva contro lo sgretolamento della nostra attenzione sovrastimolata”. Disconnettetevi per qualche ora, uscite dal loop, andate a passi lenti in libreria, leggete il libro di Lisa Iotti che è una presa di coscienza della nostra “malattia” e provate, se non a liberarvi, almeno ad allentare il cappio al collo del vostro smartphone e della vostra vita iperconnessa, prima che ci impicchiamo, definitivamente, da noi stessi.

(La foto è di Gianfilippo De Rossi)

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