Tra le tante analisi e commenti sulle terribili violenze dei giorni scorsi, dallo stupro di gruppo di due minorenni inglesi in provincia di Matera all’uccisione di Willy a Colleferro con calci e pugni da un gruppo di delinquenti già noti per bullismo e violenze fino all’assassinio, da parte del fratello, di una giovane donna per la sua relazione con una persona trans, mi hanno colpito le parole del sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis e voce autorevole dell’analisi sociale: ”L’Italia è capace di esaltare la marginalità ma non di gestirla nella sua quotidianità. Ai nostri figli insegniamo a essere i primi. E c’è chi lo fa con i pugni”.

Già: evidentemente in molte famiglie ritenute “normali” si insegna a primeggiare, non a rispettare, condividere, amare, perché prioritaria è l’affermazione individuale. Prima gli italiani, prima la mia famiglia (e nemmeno sempre tutta la famiglia, dipende), prima io. La felicità, che è tale qui sulla terra solo se in rapporto con la bellezza e l’armonia della convivenza tra umanità e natura, sembra essere un concetto uscito dall’orizzonte educativo e relazionale, se mai lo abbiamo davvero preso in considerazione.

De Rita ha riassunto in poche righe quello che negli ultimi quindici anni verifico negli incontri a scuola con gruppi di giovani rispetto al sentire sulle relazioni con l’altro sesso (e sulla sessualità in generale): un affresco sulla giovane maschilità che ho raccolto in un’inchiesta. Una maschilità spesso tossica e senza consapevolezza di esserlo, perché di rado i ragazzi hanno avuto un confronto diretto con i loro adulti di riferimento, dal momento che sono i canali porno on line la fonte prioritaria attraverso la quale “imparare” la sessualità, nel silenzio assordante della relazione educativa, sia in famiglia che a scuola.

Idolatrare il modello del “maschio alfa” (identificato per lo più con Siffredi o il Christian della saga delle sfumature), pensare alla propria sessualità come “trovare una tipa da sfondare tanto che i genitori non la riconoscano”, la convinzione che la massa muscolare, mediamente maggiore nel corpo maschile, giustifichi atti violenti, minore sensibilità rispetto alle femmine come “naturale” espressione della virilità, confusione e ignoranza su consenso e limiti.

Non tutti i 1500 ragazzi che hanno risposte alle domande sulla sessualità pensa questo, ma data la difficoltà di ragionare a scuola di sessualità, corpo e violenza, la maggioranza assume questa come griglia di partenza.

Delle immagini degli attimi che precedono lo stupro di gruppo a Pisticci mi ha impressionato il gesto di noncuranza con il quale uno degli aggressori spinge la ragazza verso la casa. Lei barcolla per un attimo, forse cerca di divincolarsi: lui la sospinge come se lei fosse un animale, con la fredda tranquillità di chi ha il comando.

In quel gesto ho visto l’assoluta mancanza di empatia, il sentimento senza il quale non può esistere la relazione tra eguali, senza il quale vince la legge della giungla che domina i recenti, drammatici casi di cronaca di sangue e dolore ormai quotidiana. Tra gli stupratori indagati di Pisticci due sono musicisti trap, un genere molto diffuso tra i giovanissimi: non c’è da meravigliarsi che nei loro testi le donne contemplate siano, ovviamente, definite ‘bitch’.

La mancanza di empatia (senza omettere altri elementi come l’ignoranza, l’arroganza e la superficialità) sono parimenti presenti in episodi minori quanto a violenza, ma che bene descrivono l’abbrutimento generale della politica e della comunicazione nel paese: parlo del titolo che definisce “inglesine” le due vittime, l’intervento del consigliere comunale di Potenza secondo il quale l’omosessualità è “contro natura”, il post del candidato che insinua che la sua avversaria non abbia una vita sessuale, passando per il “leggero” commento del candidato sindaco di Corato sulla necessità di rossetto per le belle donne.

Qui non si tratta di invocare il politicamente corretto, si tratta di prendere atto che, dalla stampa alle istituzioni, domina una incultura profonda e normalizzata del rispetto (minimo) nelle relazioni. L’età media dei giovani coinvolti in stupri, aggressioni sessuali e atti di violenza è pericolosamente bassa e sempre più spesso in concorrenza con l’uso della tecnologia in totale assenza di sorveglianza da parte del mondo adulto, come ci ricorda l’inquietante episodio della chat di minori nella quale circolavano immagine pedopornografiche.

Al solito la domanda è: dove sono i padri, le madri, dove il mondo della scuola, dove la collettività sociale e politica? Donne e uomini adulti appaiono sempre più smarriti e senza strumenti di fronte ad una profonda e rapida mutazione antropologica che rischia di consegnare al futuro generazioni di giovani privi di compassione, empatia, curiosità, emozioni profonde e costruttive. Non si tratta di bon ton: l’assenza di empatia è un pericolo gigantesco per la democrazia.

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